Imprese e bond, piccolo non è bello

Come segnala il Financial Times, i prestiti sindacati (cioè erogati da un consorzio di banche) ad imprese europee sono diminuiti quest’anno del 45 per cento sullo stesso periodo del 2011. Per contrasto (o meglio, specularmente), le emissioni di obbligazioni societarie sono aumentate del 42 per cento. E’ una tendenza, figlia della crisi bancaria continentale, che ci avvicina al modello americano. Peccato che le imprese italiane appaiano pressoché impossibilitate a fruirne.

Le grandi banche europee sono impegnate, come noto a quasi tutti tranne che ai politici italiani, in una operazione di riduzione del rapporto di indebitamento, per ridurre il rischio ed adeguarsi alle prescrizioni di Basilea III. Da qui il braccino cortissimo nelle erogazioni di crediti, che viene ancor più accorciato da situazioni specifiche a singoli paesi, quale il nostro, dove la congiuntura resta tossica e le sofferenze impazzano. Per questo la tendenza è quella di sostituire linee di credito bancario con emissioni obbligazionarie, anche per approfittare del grande appetito per il rendimento mostrato da investitori e risparmiatori. Il dato più eclatante, e che è alla base del credit crunch europeo, è la stima del Fondo Monetario Internazionale, che prevede entro la fine del 2013 che le banche europee si libereranno del 7 per cento dei propri attivi, pari a 2.600 miliardi di euro.

Finora a spostarsi dai prestiti sindacati bancari alle emissioni obbligazionarie sono state soprattutto le medie imprese, visto che le multinazionali da tempo usano questo canale di finanziamento. Tra le imprese che quest’anno hanno fatto ricorso ai bond anziché ai prestiti bancari figura anche la nostra Snam, che piccola peraltro non è. E’ interessante notare che tra i maggiori beneficiari di questo trend vi sono le imprese tedesche, soprattutto grazie alla solidità del sistema-paese.

Anche le nostre imprese potrebbero trarre beneficio dalla possibilità di accedere al mercato dei capitali, per bypassare le restrizioni creditizie. Se non fosse che, a parte la crisi del sistema-paese (che renderebbe comunque costoso il costo del debito, al confronto con quello di altri corporate europei), il nostro tessuto produttivo è fatto di imprese piccole e piccolissime, che per evidenti motivi non riuscirebbero ad emettere bond, oltre ad essere fortemente indebitate (in media) col sistema bancario a causa del assetto proprietario prevalentemente familiare. Per questo serve aumentare dimensione media e capitalizzazione delle imprese italiane: per stimolare l’investimento in R&S (che è intuitivamente correlato con la dimensione d’impresa) e per cominciare a smantellare la natura quasi esclusivamente bancocentrica del nostro mercato dei capitali.

Ovviamente, molto più facile a dirsi che a farsi, vista la situazione generale del paese ed i tempi necessari per giungere a simili trasformazioni.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!