L’unico punto di un programma di governo italiano

“Ridurre il cuneo fiscale, al 53% nel 2012, eliminando il costo del lavoro dalla base imponibile Irap e tagliando di almeno 11 punti gli oneri sociali che gravano sulle imprese manifatturiere”. Così il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi. “Più della metà di quello che le imprese pagano ai lavoratori va nelle casse dello Stato” Questo è l’unico punto che dovrebbe figurare nel programma economico di un paese che sta cercando di uscire dal baratro.

Non certo perché lo dica il capo di Confindustria, organizzazione ad alto rischio di implosione per le crescenti contraddizioni che ne segnano il ruolo di rappresentanza imprenditoriale, ma perché lo dice il buonsenso e la razionalità economica. La misura proposta da Squinzi è costosa, maledettamente costosa, pressoché fuori dalla portata delle nostre esauste casse pubbliche. Ma è una misura robustamente difensiva prima ed espansiva poi: quella cioè che può permettere alle nostre imprese, soprattutto quelle manifatturiere e vocate all’esportazione, di restare vive e (forse) trainare una qualche ripresa.

Invece, non avremo nulla del genere, e continueremo a baloccarci con l’Imu sulla prima casa e con improbabili ed illusionistiche ricette, come la “solidarietà generazionale” tra anziani e giovani in azienda, oppure il nuovo mantra del Pdl, partito che sta tentando di vincere collettivamente il Nobel per l’economia onirica: la defiscalizzazione/decontribuzione dei salari dei nuovi assunti. Misura presentata come risolutiva ed addirittura a “costo zero”, ma che non è né l’una né l’altra cosa. Non è a costo zero perché lo stato deve comunque versare la contribuzione per i nuovi assunti. E’ vero che i nuovi assunti pagherebbero l’Irpef sulle proprie retribuzioni, ma se le cose fossero così genialmente semplici (come sollevarsi da terra tirandosi per le stringhe), la misura sarebbe la norma in tutti i paesi ad alta disoccupazione.

I nostri geniali Baroni di Münchausen della politica economica dimenticano che, se un’azienda si trova priva di domanda per i propri prodotti, non ha alcun interesse ad espandere l’occupazione e gli investimenti. Invece, messa in questi termini, sembra che conti produrre per il magazzino, più che per il mercato. Ma forse anche questa è misura eminentemente psicologica, dopo l’Imu destinata a creare una scossa di ottimismo, chissà.

L’esito è intuibile: a noi serve ridurre il costo del lavoro per recuperare competitività. Avremmo dovuto farlo in tempo di pace ma notoriamente in questo ridicolo paese nulla viene programmato e/o progettato in tempo di pace, perché vige la mistica dello scatto di reni durante le emergenze. Solo che questa volta è differente: non serve dire che “siamo un popolo creativo, reattivo, meraviglioso”, asciugarsi l’occhio mentre si stringe in una mano un cornetto rosso e si intonano tutti i volemose bene del caso. Questa volta abbiamo di fronte un esito binario: il costo del lavoro scenderà non per intervento virtuoso sul cuneo fiscale bensì attraverso la fine della contrattazione collettiva e la pressione di una disoccupazione che ci porterà nuove forme di caporalato. Oppure.

Oppure, se per quella data la nostra base produttiva si sarà estinta o fortemente ridimensionata, il danno diverrà permanente, in una isteresi letale per la nostra economia despecializzata, e la mistica nazional-popolare sulla prodigiosa capacità degli italiani di rimboccarsi le maniche sarà l’epitaffio di un paese condannato dalla storia.

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