Michele, l’intenditore di pensioni

Pare che abbiamo finalmente i numeri della grande operazione perequativa di cui i social network non fanno che parlare ormai da giorni, per ingannare il tempo in attesa del dissesto. Almeno, abbiamo i numeri e le certezze di Yoram Gutgeld.

Il quale Gutgeld risponde all’ultimo personaggio creato dai talk show politici televisivi, quell’ingegner Michele che giovedì scorso a Servizio Pubblico ha battibeccato con Matteo Renzi. I numeri, si diceva. E’ un passo in avanti rispetto alle “sensazioni” ed ai caveat metodologici di Pietro Ichino, anche se non ci risulta la fonte del calcolo di Gutgeld, quindi dobbiamo compiere un atto di fede, di quelli che facciamo sempre quando entriamo in cabina elettorale, del resto.

La premessa è efficace ed anche rivelatrice di quello che già sappiamo da tempo, tra poco ve lo rammenteremo. Scrive Gutgeld:

«Inizio con le pensioni. L’Italia è il paese che spende di più al mondo in pensioni.

Se pagassimo come gli altri paesi europei, il nostro conto sarebbe di circa sessanta miliardi l’anno in meno. Pensa quanti problemi si sarebbero potuti risolvere con sessanta miliardi di risorse in più!»

Bene, lo sapevamo, no? Così come sappiamo che la causa di tutto è il metodo retributivo nel conteggio delle pensioni. Solo che esiste anche e sopratutto un problema di fasce di percettori “indebiti” di pensioni erogate col sistema retributivo. Per capire di cosa si parli basta guardare questa pregevole tabella, tratta dal Casellario centrale dei pensionati. La ciccia, o meglio i numeri elevati, sono alla base della piramide, quella dove stanno i meno agiati. Serve quindi un cutoff, per esigenze di equità e di decenza (ma ve lo avevamo detto che finiva così, no?).

E quindi prendiamo tutti gli assegni pensionistici eccedenti sette volte il minimo, quindi a partire da un lordo mensile di 3.367 euro. E’ una massa di 32 miliardi di euro, su un totale di erogazioni pensionistiche di 270 miliardi di euro. E qui diamo la parola a Gutgeld ed ai suoi conteggi, sulla cui metodologia (ripetiamo) nulla è dato sapere.

«Da analisi a campione di alcuni profili pensionistici è possibile stimare che oltre 50 miliardi delle pensioni pagate ogni anno dall’Inps non sono coperti da contributi, e dei 32 miliardi di pensioni oltre 3500 lordi al mese-circa un terzo non lo è»

Abbiamo quindi una massa pensionistica aggredibile pari a circa 10-11 miliardi di euro annui. A questo punto, il gioco è fatto: applichiamo con foga e rabbia un contributo di solidarietà (che chiameremo Michele, per non farci scoprire dalla Consulta) del 10%, e recupereremo la mirabolante somma annua di 1 -1,1 miliardi di euro. Che poi è circa lo 0,10% del totale della spesa pubblica. Come dite? Troppo poco? Avete ragione: raddoppiamo o triplichiamo, in modo da punire questi cattivoni che vivono alle spalle della società! Un bel taglio del 20-30% e via! Così avremo ben 2-3 miliardi in più l’anno. A cui bisogna togliere circa il 40% di Irpef, naturalmente. Che, con un complesso algoritmo, farebbe lo 0,2-0,3% del totale lordo della spesa pubblica annua. Non altrimenti recuperabile, pare. Roba da ricchi, no? Già pronta la lettera di licenziamento per lo zar della spending review, Carlo Cottarelli. Risolto, grazie, può andare. Sarebbe la svolta, per ognuno di noi. Dovremmo mettere gli occhiali da sole, tanto il futuro diverrebbe luminoso.

Con tutto questo ben di Dio potremmo creare i mitologici asili nido e dare dei soldini in più ai pensionati al minimo, oppure anche a quelli sopra il minimo che “godono” (ma non troppo) di un sistema di calcolo a sua volta rigorosamente retributivo. Come abbiamo fatto a non pensarci prima? Tripudio dei social network, densamente popolati di problem solver, patrioti, e piccoli chimici.

Parlando fuori di ironia: serve un ricalcolo delle pensioni, con correttivi per quelle che esprimono i rendimenti più elevati in termini di contribuzione effettiva? Sì, per motivi di equità e a patto di non destinare quelle risorse a colmare deficit, ovviamente. Queste risorse sono quantitativamente significative per ottenere una ricomposizione qualitativa, sempre in senso di maggior equità, della spesa pubblica? No. E ora, avanti la prossima leggenda metropolitana, prego.

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