Tanti, maledetti e pochi

In una intervista concessa a David Allegranti per il Corriere Fiorentino, Pietro Ichino parla della correzione necessaria al sistema pensionistico. La filosofia di tale perequazione, spiega Ichino, è quella di riallineare le prestazioni pensionistiche alla effettiva contribuzione del lavoratore. E sin qui, il principio è del tutto condivisibile. Il problema è quantificare queste risorse, e destinarle. E qui arrivano i problemi.

Sul primo punto, l’esempio è quello della nuova soglia di “ricchezza” identificata da Matteo Renzi in 3.500 euro mensili. Sopra i quali dovrebbe scattare la perequazione, ma solo in caso tale somma non sia frutto legittimo di contribuzione. Ma sulla platea dei soggetti colpiti sorgono i primi rilevanti dubbi ed è anzi lo stesso Ichino a gettare acqua sul fuoco:

Ma il numero di pensionati sopra i 3.500 euro mensili in Italia è così elevato da far recuperare risorse rilevanti?
«Il numero è elevato. Occorre però ricordare che anche nel vecchio sistema pensionistico legato all’ultima retribuzione erano previste delle riduzioni della rendita al di sopra di determinate soglie. Per questo la differenza tra pensione “retributiva” e pensione “contributiva”, anche ai livelli alti, può non essere elevatissima»

Quindi, par di capire, ci sono molti soggetti potenzialmente “aggredibili”, ma le risorse rivenienti dall’operazione potrebbero essere limitate. Bene. Un lettore cinico e sbrigativo potrebbe liquidare tutto con un bel “ma allora, di che stiamo parlando?”. Sarebbe quindi utile che il professor Ichino ricavasse una stima attendibile delle risorse ottenibili.

Ma c’è anche un altro punto, in questa gigantesca operazione di perequazione generazionale: la destinazione delle risorse (indeterminate) che da essa si libererebbero. Ichino non ha dubbi, corsivo nostro:

«Il discrimine non è tra pensioni alte e pensioni basse, ma tra pensioni interamente guadagnate da chi le percepisce e pensioni in parte regalate. Può essere in gran parte un regalo anche una pensione relativamente bassa, ma attivata dopo soli venti anni di lavoro. Per fortuna – anzi, per merito della riforma Monti-Fornero – queste cose d’ora in poi non possono più accadere. Ma sono in molti ancora oggi a godere di pensioni indebitamente attivate negli anni passati. L’importante è che il contributo che si chiede ai pensionati più fortunati venga immediatamente restituito a quelli meno fortunati, in termini di aumenti dei trattamenti o di riduzione del prelievo fiscale»

Perfetto. Ma se, come oggi accade, tutte le risorse che in qualche modo si “recuperano” (e potrebbero pure essere poca cosa, si badi) vengono destinate a chiudere buchi di bilancio, come potremo “restituire ai meno fortunati” il maltolto? E’ un po’ come l’idea di eliminare le tax expenditures: nella formulazione originaria serviva per abbassare le aliquote nominali e mantenere il gettito costante ma con effetti positivi dal lato dell’offerta. Oggi siamo al punto che nulla di tutto ciò accadrà, per i noti (ma non troppo, pare) motivi. E quindi?

Non è che stiamo discutendo, al solito, del nulla e sul nulla? Non è che, alla fine, arriveremo alla conclusione che i “privilegiati” la cui pensione eccede in modo sproporzionato l’effettiva contribuzione sono quelli da 700, 800, 1000 euro netti al mese? Verrebbe il sospetto, almeno sin quando il professor Ichino non avrà quantificato le risorse che si otterrebbero dall’operazione. E se pensate che in questo commento ci sia dell’ironia, potreste anche aver ragione.

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