Non tutti i “poveri” sono uguali davanti a Renzi

Su lavoce.info, un articolo di Simone Pellegrino e Alberto Zanardi evidenzia l’ennesimo buco logico-finanziario delle promesse del premier. Se si vuole dare una scossa ai consumi dei soggetti cosiddetti liquidity constrained, cioè di quelli che, a causa del reddito basso, hanno propensione al consumo molto alta, occorre agire sulla intera platea, non su una parte della stessa, anche per banali esigenze di equità.

Partiamo dall’obiettivo strategico ed immaginifico di Renzi: mille euro l’anno in più a chi guadagna meno di 25.000 euro lordi annui. In realtà questo obiettivo non verrà conseguito perché vero obiettivo di Renzi, espresso attraverso l’immancabile slogan, non è questo ma “dieci miliardi di euro a dieci milioni di persone”. Se pensate che il risultato numerico sia uguale, cioè i sopracitati mille euro annui in più, avete ragione solo in parte.

Nell’ambito della categoria dei lavoratori dipendenti, infatti, vi sono contribuenti che non pagano Irpef perché la loro imposta lorda è già inferiore alle detrazioni. Sono i cosiddetti incapienti, quelli che ricadono nella no-tax area. Per dare mille euro l’anno in più a tutti i lavoratori dipendenti, occorre aumentare di pari importo le detrazioni. Per gli incapienti, serve quindi istituire un meccanismo di imposta negativa sul reddito, cioè un trasferimento pubblico in busta paga.

Dalle microsimulazioni svolte da Pellegrino e Zanardi sull’Indagine Banca d’Italia sui redditi delle famiglie italiane emerge che l’imposta negativa sul reddito dovrebbe operare al di sotto di un reddito lordo di 11.780 euro. Solo così sarebbe possibile dare a tutti i lavoratori dipendenti i fatidici mille euro annui in più. Ovviamente, una simile operazione erga omnes (per i dipendenti) ha un costo, stimato dagli autori in ulteriori 4 miliardi di euro annui. In assenza di questa correzione, come si evince da altri dati delle Finanze, circa 5 milioni di lavoratori dipendenti italiani (quelli a reddito più basso) resteranno senza il beneficio promesso da Renzi.

Il che è semplicemente iniquo, oltre che pienamente disfunzionale rispetto all’obiettivo di dare una spinta ai consumi beneficiando i soggetti liquidity constrained, quelli con maggiore propensione ai consumi. Il tutto tacendo della esclusione dei pensionati che si trovano nella stessa classe di reddito. L’incoerenza è quindi massima. E’ vero che le risorse sono maledettamente scarse, ma prefiggersi un obiettivo ad alto impatto (mediatico, soprattutto) per poi segmentare e discriminare la platea dei beneficiari pare il prodotto di una elaborazione confusa e propagandistica delle misure di politica economica. Che poi pare essere la cifra del governo Renzi, almeno a giudicare dalle prime mosse.

Ribadiamolo, a beneficio dei simpatizzanti del premier che non gradiscono critiche al loro idolo (una platea entro cui si celano insospettabili e grilleschi picchi di fanatismo): quando i fatti cambieranno, il giudizio muterà. Sino ad ora, siamo e restiamo nel campo dell’illusionismo. Perché è vero che Renzi non può camminare sulle acque ma se promette burro, cannoni e cannoli, un banalissimo mix di fact checking ed accountability (tutte cose che in Italia non esistono, e sarebbe pure ora di importarle) può aiutare a conoscere per deliberare. Se poi l’elettorato italiano, oltre che soffrire di danni alla memoria di breve termine, ha deciso di tenersi stretta anche la propria sindrome di Peter Pan, ne prenderemo atto.

Lettura complementare particolarmente consigliata: Sandro Brusco, sugli effetti perversi in termini di aliquota marginale effettiva nella fascia di reddito tra 25.000 e 30.000 euro. Riguarda circa due milioni di dipendenti, se non corretta renderebbe la soglia dei 1.500 euro al mese una sorta di “blocco stradale” dell’offerta di lavoro. Ribadiamolo: speriamo di aver capito male, tutti. Perché se le cose evolveranno in questo modo saremo di fronte ad una cavalletta biblica, più che ad un premier.

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