Lo shadow banking arriva anche in Italia?

Come confermato ieri dal ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, il governo italiano starebbe approntando delle misure per consentire alle compagnie assicurative di concedere credito alle imprese. Restiamo in attesa dei dettagli ma, se ciò avvenisse, porrebbe l’Italia in linea con un processo evolutivo nell’erogazione di credito che è ormai in atto un po’ ovunque.

Ieri la Guidi, intervistata durante l’assemblea di Confesercenti, aveva parlato di misure attese “nelle prossime ore” per “far sì che l’accesso al credito sia semplificato e si possano utilizzare anche altri soggetti, non solo le banche”. “Bisogna cercare di favorire gli strumenti di accesso al credito e creare altri canali paralleli alle banche di accesso al credito”, ha detto il ministro. Ora, al netto delle “poche ore” che ci separerebbero da tali iniziative (dato sui cui è utile fare una robusta tara, visti i precedenti di cronoprogramma), l’idea sarebbe quella di consentire ad assicuratori e finanziarie specializzate in cartolarizzazioni di concedere credito direttamente alle aziende, sotto condizioni che saranno stabilite dal regolatore settoriale IVASS e con l’ovvio presupposto di dotarsi di idonei meccanismi di risk management. Secondo Reuters, che cita fonti governative, privati e micro-imprese sarebbero esclusi dal novero dei soggetti aventi titolo a ricevere tali prestiti dalle assicurazioni.

Il problema italiano, come noto, è la natura bancocentrica del sistema di credito alle imprese. Non esiste di fatto un mercato dei capitali sviluppato, a cui le imprese possano rivolgersi per emettere titoli obbligazionari, anche perché per emettere obbligazioni serve avere dimensioni d’impresa non troppo limitate, per evidenti motivi. Il tessuto produttivo italiano è fatto soprattutto di piccole e piccolissime imprese di tipo prevalentemente familiare, che puntano (o meglio, puntavano) sul debito bancario per evitare di aprire il capitale a soggetti terzi. La Grande Recessione è stata la tempesta perfetta per questo modello produttivo e proprietario. A ciò va aggiunto il deleveraging delle nostre banche, che ha portato riduzioni di offerta di fondi ed aumento del loro costo, ed ha determinato il credit crunch in cui siamo intrappolati. Ma la domanda di credito è crollata non solo per reazione alle restrizioni di offerta: se un’impresa subisce una forte contrazione della domanda per i propri prodotti, va da sé che si troverà con minori fabbisogni finanziari, sia per il circolante che per gli investimenti.

Veniamo al ruolo delle assicurazioni. Che, in un mondo a “rendimento zero” come l’attuale, hanno un serio problema di redditività dei propri investimenti, ad esempio di quelli che sono a supporto della gestione delle polizze rivalutabili e più in generale delle riserve. Da qui la pressione a cercare fonti alternative di rendimento, quali i prestiti alle aziende. Ovviamente, le cose non sono così semplici e semplificate. Per esercitare il credito serve una expertise, al netto di quella legata alla concessione di prestiti agli amici degli amici, che poi saltano in aria e lasciano le banche a fare oh con le loro sofferenze da “capitalismo relazionale” e salottiero. E servono anche meccanismi di controllo del rischio, sempre sperando che la governance dei soggetti prestatori non sia fatta di satrapi ignoranti che decidono una mattina in funzione di come si sono svegliati, e più non dimandate. Se obiettivo è quello di iniettare più concorrenza nel sistema del credito in senso lato, è evidente che non si deve correre il rischio di prestare a chiunque, senza preventiva analisi del merito di credito del debitore.

Mentre attendiamo che il governo Renzi elabori questa innovazione di portata potenziale molto ampia, è utile sapere che queste forme di credito alternativo stanno ormai affermandosi nei paesi in cui il credito bancario ha subito una battuta d’arresto dopo la Grande Recessione. Come segnala il Financial Times, è il “sistema bancario ombra” (shadow banking) che sta affermandosi, colmando un vuoto. In origine, con l’espressione shadow banking si intendevano le istituzioni finanziarie prive di una base di depositi. L’esempio classico ed eclatante in senso negativo era fornito dal collasso di Bear Stearns e -soprattutto- di Lehman Brothers, che compravano titoli strutturati ad alto rendimento finanziandoli con operazioni di pronti contro termine a rinnovo giornaliero. Quando i finanziatori giornalieri hanno ritenuto di non rinnovare più il credito, queste istituzioni (prive di una base stabile di depositi) sono letteralmente crollate come castelli di carta.

Oggi, shadow banking è qualcosa di differente e meno caratterizzato negativamente. Sono i prestatori non bancari: asset manager (fondi comuni), hedge fund, piattaforme online di credito P2P, assicurazioni. Un ecosistema sta prendendo vita e forma, quindi. Spetterà ai regolatori, nazionali ed internazionali, guidarne l’evoluzione in modo da aumentare la possibilità di accesso al credito, sotto specializzazioni sempre più spinte, ma anche di evitare che queste nuove forme di credito destabilizzino il sistema, facendo sorgere rischi per il pubblico risparmio. Sono e restano tempi interessanti, quelli dell’innovazione che emerge dalla crisi.

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