Sul Sole oggi trovate una inquietante infografica sulla scorpacciata di titoli di stato che gli intermediari italiani hanno fatto nel mese di maggio, quello delle famose dichiarazioni di esponenti della maggioranza gialloverde che hanno spinto gli investitori a chiedersi se qualcuno non stia cercando l’Incidente. Proviamo a ipotizzare che potrebbe accadere in caso di crisi del debito sovrano italiano, date queste propensioni all’acquisto.

Ieri, in occasione dell’assemblea annuale dell’Ania, l’associazione che riunisce le imprese di assicurazione del nostro paese, c’è stata una sorprendente epifania: lo spread sui titoli di stato fa male a compagnie ed assicurati. Chi l’avrebbe mai detto, signora mia. Che fare, quindi? Per il momento si ripercorre la strada da anni battuta senza successo dalle banche. E l’esito sarà identico. Eppure, basterebbe seguire sani principi di diversificazione.

Come confermato ieri dal ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, il governo italiano starebbe approntando delle misure per consentire alle compagnie assicurative di concedere credito alle imprese. Restiamo in attesa dei dettagli ma, se ciò avvenisse, porrebbe l’Italia in linea con un processo evolutivo nell’erogazione di credito che è ormai in atto un po’ ovunque.

C’è qualcosa di nuovo, oggi, nell’aria. Anzi, di antico:

I prezzi dell’Rc Auto sono “inammissibili” e il governo intende agire in fretta per arrivare a una “sensibile riduzione”. Parola del ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, che dopo l’incontro con Ania e Isvap, individua in una proposta di legge che giace in Parlamento il veicolo giusto per centrare l’obiettivo, agendo soprattutto attraverso il contrasto delle frodi. Il ministro ha puntato il dito in particolare sul “problema gigantesco delle frodi, su cui è necessario intervenire. In Italia – ha spiegato – ci sono oltre 4 milioni di sinistri contro i 2,1 milioni della Francia. E’ una realtà tipica e specifica diversa che dobbiamo affrontare” (Ansa, 4 gennaio 2011)

Nei giorni scorsi il Tesoro statunitense ha annunciato l’intenzione di utilizzare una frazione degli ormai esigui fondi rimasti al TARP per infusioni di capitale alle assicurazioni vita, perlomeno a quelle che possono ricevere tali fondi, ad esempio perché controllano un istituto di credito. L’importo a cui pensa il governo è molto esiguo, dell’ordine di 1-3 miliardi di dollari, ma i problemi dei life insurers potrebbero essere ben maggiori. E’ noto che le assicurazioni vita sono state, nel recente passato, avide acquirenti di prodotti strutturati, tali da garantire significative maggiorazioni di rendimento “senza rischio”. Questa descrizione, fino a non molto tempo fa, corrispondeva ai Collateralized Debt Obligation (CDO), agli Abs e a tutte le strutture beneficiate dal rating massimo. Come purtroppo abbiamo appreso, nel mondo della finanza strutturata la tripla A non è garanzia di alcunché. E’ quindi lecito sospettare che le assicurazioni vita abbiano fatto il pieno di carta tossica o perlomeno problematica. Solo che, a differenza delle banche, gli assicuratori non hanno alcun obbligo di mark-to-market, limitandosi a contabilizzare le perdite sui propri investimenti solo al momento in cui si verifica un default.

Far salire dallo 0,3 allo 0,35 per cento il prelievo sulle riserve matematiche dei rami vita delle assicurazioni. Così da conseguire un maggiore gettito di 181 milioni nel 2008, 154 milioni nel 2009, 191 milioni nel 2010
e 197 milioni nel 2011. Questa la proposta contenuta negli emendamenti governativi al decreto-legge sulla manovra, presentati alla commissione Bilancio della Camera.
Un emendamento che, ”limitatamente all’anno 2008”, prevede l’innalzamento del prelievo allo 0,39 per cento. ”A titolo di acconto della maggiore aliquota prevista – si legge nella relazione tecnica – i soggetti interessati versano il prossimo mese di novembre un’imposta pari allo 0,05 per cento delle riserve matematiche”. Eccoci di nuovo.