Italians

Dunque: potremmo certamente sforare il 3% di deficit-Pil, in presenza di riforme epocali; anzi no, non lo sforeremo, ma potremmo sforare il 2,6% e salire al 2,8-3%; anzi no, non chiediamo sconti né scorciatoie, perché noi non andiamo in Europa col cappello in mano; anzi no, vogliamo l’esclusione dal rapporto deficit-Pil del cofinanziamento dei fondi strutturali europei, ed in caso anche quella degli investimenti infrastrutturali; anzi no, di queste cose non si è parlato ma vogliamo flessibilità, quella che esiste già nei trattati; anzi no, la smettano di darci ordini “altrimenti ci arrabbiamo” (cit.). Il debito va ristrutturato? Ma quando mai; anzi no, valuterà il premier, sentito l’architetto.

E le riforme, signora mia, le riforme. Ad esempio cinque senatori a vita anziché ventuno e le preferenze nelle notti di luna piena. E l’industrial compact (sic), il rinascimento industriale (sic), le privatizzazioni, lo stato leggero, la spending review che nutrirà gli affamati e vestirà gli ignudi; i rottamati trionfanti, i giovani decrepiti, “le più votate dagli italiani”, che chissà che direbbe la Cuccarini. Datemi ottanta euro e solleverò il mondo.

Italiani, sciolti di lingua e sempre pronti a schierarsi e polarizzarsi senza capire di che si parla, perché quello è un inutile orpello. Viva il vincitore sin quando vince, anche solo nella nostra fervida fantasia. La prognosi resta sfavorevole.

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