Camusso e la politica disindustriale

Ieri, su la Stampa e l’Unità, sono uscite due interviste pressoché identiche per filo conduttore (ovviamente, altrimenti ci saremmo trovati di fronte ad un caso di dissociazione) al segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Pur manifestando un’onestà intellettuale mediamente superiore a quella di molti personaggi che infestano il teatrino italiano, la Camusso propone ricette che semplicemente sono irrealizzabili, ed in alcuni casi finisce anche lei nell’onirico andante, a conferma di quanto è grave questa crisi e di quante non-soluzioni porti con sé.

Intanto, c’è da dire che la Camusso ha inequivocabilmente ragione, quando parla di rischio di un ridimensionamento strutturale del nostro sistema industriale. Chiunque fosse minimamente dotato di uno iota di buonsenso avrebbe potuto capire che, dal ridimensionamento di Fiat e dell’acciaio, la nostra produzione industriale avrebbe ricevuto un colpo pressoché letale. Per non parlare di produzioni a basso valore aggiunto, come gli elettrodomestici bianchi, in cui combattiamo una battaglia di pura retroguardia con le produzioni dei paesi emergenti.

Il problema della Cgil, al limite, è quello di schierarsi da sempre, anche in tempi meno tragici dell’attuale, nella difesa dei settori esistenti, anche quando i medesimi sono prossimi al capolinea, e di chiamare questo atteggiamento “politica industriale”. Oggi il problema, come noto, è la carenza di domanda, che porta con sé anche quella di investimenti. Da qui ai precetti di “politica industriale”, per la Camusso, il passo è brevissimo. Solo che l’approccio resta non solo quello della conservazione dell’esistente, ma anche quello della economicità delle produzioni come variabile residuale di tutta la costruzione teorica.

Si prenda questo passaggio dell’intervista a Roberto Giovannini de La Stampa:

«Ci sono imprese pubbliche e partecipate, come l’Eni, che fanno utili, non investono e mettono in difficoltà stabilimenti come a Gela. Palazzo Chigi può dir loro che si possono fare meno utili, e si può investire nella chimica? Vogliono licenze e concessioni per gas e petrolio? Va bene, come si è fatto in Basilicata, ma creando posti di lavoro. Tutte le imprese pubbliche possono fare meno dividendi, e creare più occupazione attraverso investimenti produttivi»

Ora, a prescindere dal fatto che a Gela e negli altri impianti italiani c’è un problema comune a quasi tutto il downstream europeo, cioè raffinerie vetuste e divenute progressivamente antieconomiche per la loro rigidità di trasformazione, surclassate soprattutto dai nuovi impianti asiatici (ma c’è anche un problema oggettivo di enorme sovracapacità di raffinazione, con buona pace dell’idea di investimenti aggiuntivi), per Camusso l’Eni e tutte le “imprese pubbliche” dovrebbero sacrificare gli utili (quando esistono) per creare investimenti ed occupazione, pur se entrambi fittizi? Magari nel caso di Gela si scoprirà che la ristrutturazione delle raffinerie è più conveniente di soluzioni alternative, e ne saremo certamente lieti ma se così non fosse che facciamo, immoliamo la redditività di Eni (vincolata dal fatto che l’azienda opera in un contesto globale) oltre che gli utili che la stessa gira allo stato italiano (e che spetta allo stato gestire al meglio) sull’altare di qualche finzione di investimento, in una sorta di gigantesco Sulcis nazionale? Che accadrebbe, già nel breve-medio termine, se una cosa del genere fosse realizzata?

Ma non finisce qui, perché Camusso affronta anche il problema della AST di Terni, tornata (per volere dell’antitrust europeo) in mano ai tedeschi di Thyssenkrupp, che l’avevano venduta ai finlandesi di Outokumpu. La proposta della leader di Cgil è piuttosto singolare:

«Secondo: c’è un’azienda tedesca, la ThyssenKrupp, che vuole ridurre ai minimi termini lo stabilimento di Terni portando lavoro in Germania. Si può discuterne con la cancelliera Merkel? Si può lavorare perché il piano siderurgico europeo non finisca con tagli alla produzione soltanto in Italia? Si può imitare la Francia, che ha dimezzato le bollette elettriche alle imprese energivore?»

Cosa dovremmo dire, alla cancelliera Merkel? Che se Thyssenkrupp non recede dalle sue intenzioni, la AST verrà nazionalizzata? Queste cose non le fanno più manco i galletti francesi, ormai limitati a declamare in retroguardia. E quanto all’eccedenza di produzione siderurgica (vedi qui le linee guida europee), esiste un “complotto” ai danni dell’Italia sui tagli alla produzione oppure esiste una reale eccedenza di capacità produttiva, non esportabile? E quanto allo sconto in bolletta alle imprese energivore, per il quale oggi il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, ha chiesto una iniziativa europea, si deve purtroppo constatare che questo resta un tema nazionale, non sovranazionale. Ognuno si fa la propria politica industriale, buona e meno buona.

Se l’Italia, colta ormai in una crisi esistenziale dirimente, non è sin qui riuscita a “fare sistema” perché le sue cosiddette classi dirigenti erano troppo impegnate ad incastonare nell’ambra l’esistente ed a depredare il futuro del paese, è molto difficile chiedere ed ottenere “aiuto” da fuori. E’ la tragedia di questo paese: non capire dove ha sbagliato, nel passato, ignorare le dinamiche globali pensando di poter comunque saltare dal treno in corsa senza rompersi le ossa, ed invocare interventi esterni. Oppure interni, ma del tutto slegati dalla realtà, come quelli ipotizzati da Camusso. Che non è la sola, ribadiamolo, a ragionare in termini onirici.

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