Logicamente, Padoan

Intervista molto densa e ad ampio raggio, quella concessa dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e pubblicata oggi sul Sole. Riflessioni sullo stato di avanzamento dei lavori dell’esecutivo e su alcune linee guida di interventi attesi. Alcuni passaggi sono decisamente sfiziosi, oltre che indicativi delle caratteristiche genetiche di questo governo. Ma la vera sorpresa è constatare cosa accade, quando un giornalista italiano decide di fare il giornalista assai poco italiano. Quello è forse l’aspetto più godibile.

Nell’intervista, ben costruita ed ancor meglio gestita dal vicedirettore del Sole, Fabrizio Forquet, Padoan ribadisce il convincimento che le ormai leggendarie riforme del governo Renzi indurranno la crescita, e si rallegra per la flessibilità ottenuta dalla Ue, con la nuova clausola degli investimenti. In realtà, quella “clausola” non fa che fotografare l’esistente, cioè il punto a cui l’Italia è giunta con la legge di Stabilità 2015, riveduta e corretta dopo “dialogo” con la Commissione Ue. Il tetto del 3% di deficit-Pil assoluto resta, la correzione strutturale del deficit sarà con alta probabilità dello 0,25%. Alla domanda di Forquet su quanto ci darebbe, in soldoni, questa “flessibilità”, la risposta di Padoan è disarmante:

«Questo è un calcolo che ho chiesto ai miei uffici ma non siamo ancora nelle condizioni di dirlo con certezza. Preferisco parlare con i dati in mano. Comunque l’Europa riconosce e incentiva la nostra strategia fatta di riforme e di investimenti»

Verrebbe voglia di replicare “bene, ma allora di che stiamo parlando?”, ma noi siamo notoriamente poco diplomatici. Il sospetto è che il beneficio addizionale di tale clausola sia in un intorno dello zero, ma anche qui pensiamo positivo e non gufiamo. E’ comunque interessante che, proseguendo nell’intervista, Padoan sostenga di essere convinto che gli interventi attuati dal governo nella legge di Stabilità, “insieme con il ricalcolo dell’output gap, cioè della distanza tra crescita potenziale ed effettiva, siano più che sufficienti per centrare gli obiettivi che l’Europa ci pone”. Strano: noi invece abbiamo la netta sensazione che questo compromesso di “flessibilità”, che certifica l’esistente, abbia invece messo una pietra tombale sulla revisione della metodologia di calcolo del Pil potenziale. Vedremo come finirà ma promettete di non trattenere il respiro.

Ma Forquet è palesemente insoddisfatto e torna alla carica, in modo del tutto anomalo per la media dei giornalisti italiani. Ma è difficile far cadere dei muri di gomma, notoriamente:

Insisto: in termini di investimenti quanti miliardi in più potremo spendere in base alle nuove regole europee?
«È davvero una cifra che non sono in grado di stimare adesso. Molto dipenderà dalla qualità dei progetti che sapremo valorizzare nel piano Juncker. Ne abbiamo parlato proprio l’altro giorno nell’incontro con Katainen»

Ah ecco, il piano Juncker, giusto. In attesa che arrivi il sensitivo acchiappafantasmi, Padoan precisa dove dovrebbero essere indirizzati gli investimenti di questo “piano”:

«Noi poi abbiamo chiesto che si investa prioritariamente nelle zone particolarmente colpite dalla crisi, laddove gli investimenti sono caduti di più»

Considerazione che innesca l’ovvia domanda successiva di Forquet:

Ci sarà un criterio di proporzionalità sulla base della contribuzione di ogni singolo Paese?
«No, questo no. I finanziamenti verranno aggiudicati in base ai criteri che dicevo e in base alla qualità dei progetti. Perciò dico che sarà decisivo che l’Italia presenti e sostenga buoni progetti»

Quindi, in sintesi: servono investimenti da noi, dobbiamo essere noi a renderci attrattivi. Vabbuò. A proposito di rilancio degli investimenti, siamo in preoccupata attesa di conoscere il piano governativo, visto quello che Padoan tratteggia dell’iniziativa:

«Stiamo considerando l’ipotesi di un soggetto che possa intervenire in realtà industriali che sono in crisi ma che hanno tutte le possibilità di ripartire. Ma vogliamo assolutamente evitare che diventi una nuova Iri»

Dirigetevi verso i rifugi, ordinatamente e senza spingere. “Realtà industriali che sono in crisi ma che hanno tutte le possibilità di ripartire” che vuol dire? Se hanno possibilità di ripartire, in un contesto di mercato, non serve alcun intervento pubblico, per definizione. Se invece la “possibilità di ripartire” dipende dalla prossimità dell’impresa e dell’imprenditore ad amici degli amici, i contribuenti italiani hanno un enorme problema. Ma forse Padoan dirà loro che questi sono casi di “fallimento del mercato”, chissà. A volte, leggendo questi “programmi”, non possiamo che essere lieti di essere un paese in crisi fiscale. Cioè di non aver più denaro pubblico da gettare nello sciacquone della “politica industriale”. Quella che, dagli anni Settanta in avanti, ha posto robuste basi per il nostro dissesto, in attesa che i tedeschi e l’euro ci mettessero il cappio al collo.

Nell’ambito di quello che, con provincialismo tutto italiano, è stato definito Industrial compact (poteva mancare, nel paese del Jobs Act e di Palazzo Shish?), pare tramontata, ammesso che mai sia esistita, l’inquietante proposta di garanzia statale sui crediti in sofferenza inseriti nelle cartolarizzazioni che la Bce sta acquistando. Perché e per chi inquietante? Semplice: per tutto c’è un prezzo, anche per i crediti in sofferenza, quindi inutile mettere di mezzo il pubblico. A meno di voler rilevare questi crediti dalle banche a prezzo di favore. Inquietante per i contribuenti italiani, ancora una volta.

Non sbadigliate, ora vi facciamo svegliare. Quale sarà la filosofia ispiratrice dell’Industrial compact? Parola a Padoan:

«L’obiettivo del provvedimento comunque sarà anche quello di mettere al sicuro gli investitori dal rischio regolatorio. Chi investe deve avere la certezza che il trattamento fiscale o le regole connesse alla propria attività non cambino di continuo»

Ma non è meraviglioso, tutto ciò? Ed ecco l’immediata replica di Forquet, in forma smagliante:

È il principio che ispira lo statuto del contribuente, tra le regole meno rispettate nella storia dell’ordinamento…
«L’obiettivo è rafforzare ed estendere quel principio»

Eh?!? Rafforzare ed estendere quale principio, ministro Padoan? Quello che con la legge di Stabilità 2015 ha tassato retroattivamente i fondi pensione? Ma lei non si ascolta, quando parla? Vogliamo “rafforzare ed estendere” un principio di cui ce ne f0ttiamo amabilmente da sempre? Ma veniamo alla domanda sul famoso 3% di “franchigia per gli evasori” come lo definisce Forquet. Il quale chiede a Padoan perché attendere sino al 20 febbraio per ripresentare il provvedimento. La risposta è da incorniciare:

«Questo tempo è necessario per una complessiva messa a punto del decreto e per attuare nel suo complesso la delega»

Anche qui, ministro: se vi serviva tempo per “studiare” e per la “messa a punto”, e vi serve sino al 20 febbraio, sarebbe così gentile da spiegarci per quale diavolo di motivo avete fatto un consiglio dei ministri su questa materia il 24 dicembre? Per farvi gli auguri? Non ci si crede, davvero. Altra “fisiologica” domanda di Forquet:

Ma quella franchigia del 3% sarà riproposta?
«Io credo che sia giusto evitare che errori materiali che portano a sotto-dichiarare siano interpretati come reato e quindi comportino pene eccessive. Questo è un forte deterrente agli investimenti, soprattutto stranieri. Come si risolve il problema? Bisogna ragionare su un sistema di percentuali e di margini, dall’intreccio di questi due parametri può uscire un sistema equo»

Eh si, non sia mai che i mitologici “investimenti stranieri” siano disincentivati dalla normativa fiscale, signora mia. Qui però servirebbe qualcuno ad informare Padoan che l’oggetto del contendere è la franchigia applicata anche a fattispecie di dichiarazione fraudolenta, che con gli “errori materiali che portano a sottodichiarare” c’entra come i cavoli a merenda. Padoan argomenta esattamente come Delrio, ricordate? Ed ecco che Forquet, non avendo alcuna intenzione né voglia di passare per fesso, procede con la domanda:

Tra una frode e un errore materiale, però, c’è una bella differenza. La norma nella sua versione definitiva continuerà a riguardare anche le frodi?
«La commissione Gallo ha esaminato questo aspetto nei giorni scorsi. Sono in attesa che mi siano trasmesse considerazioni e suggerimenti»

La riunione risale a dieci giorni fa.
«Sto aspettando queste considerazioni. Quando le riceverò farò le mie valutazioni»

E niente, ‘sto Forquet fa domande, tanto più dure quanto più si sente rispondere con perfetti nonsense. Ebbene sì, la commissione Gallo ha prodotto un responso, ma il camminatore che doveva consegnare il prezioso documento a Padoan è stato rapito da alcuni dervisci in gita turistica nella zona di Porta Pia. Forquet non demorde:

Ma qual è la sua versione sulla famosa manina che ha introdotto la norma del 3%?
«Ne ha già parlato il presidente del Consiglio. Nella norma iniziale predisposta dal ministero dell’Economia c’era già un sistema di soglie e percentuali. Poi a Palazzo Chigi si sono introdotte modifiche e integrazioni, tra cui – lo si trascura nel dibattito- il rafforzamento delle sanzioni»

Niente da fare. Facciamo prestissimo ma ci servono altri due mesi per valutare; vogliamo evitare il penale su errori materiali ma finiamo con l’accomunare a questi anche la frode fiscale. E così spero di voi. Non guardarmi, non ti sento. Non sappiamo voi, ma a noi questa gente fa sempre più paura.

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