Per un nuovo miracolo italiano, the sequel

Presentata oggi a Roma l’ultima Economic Survey dell’Ocse sul nostro paese. E’ difficile, leggendo i dati ed i successivi commenti del Segretario generale, Angel Gurria, sfuggire all’impressione che l’ex datore di lavoro di Pier Carlo Padoan abbia voluto dare una spintarella ai nostri eroi.

Intanto, un primo infortunio dell’Ocse sta proprio nelle previsioni. Sul 2015 il documento ufficiale parla di +0,4%, che sarebbe stato nella parte bassa delle nuove stime prodotte nelle ultime settimane dagli istituti di ricerca italiani ed internazionali. Un numeretto così rachitico rischia di causare imbarazzi ai padroni di casa. Ed ecco quindi che, parlando con i giornalisti, Gurria dichiara candidamente che in realtà la crescita italiana nel 2015 potrebbe essere dello 0,6% e non dello 0,4%, a fronte delle ultime novità che la data di chiusura dello studio non ha permesso di prendere in considerazione:

“(…) ci sono elementi che ci permettono di avere una prospettiva più positiva” come le misure della Bce, i prezzi petroliferi, e i dati relativi all’ultimo trimestre 2014 (Ansa)

Quindi l’Ocse ha appena confessato, per bocca del proprio boss, di essere un tale pachiderma burocratico da non riuscire neppure a far girare tempestivamente i propri modelli econometrici, manco in occasione della presentazione di un importante documento di previsione su un paese. Prendiamo atto. Dopo di che, per rafforzare il concetto della “svolta storica” che sarebbe in atto in Italia, Gurria segnala che l’attuazione delle riforme potrebbe innalzare il Pil italiano del 6% nei prossimi dieci anni. Che, come sempre accade in questi casi, è un esercizio altamente speculativo e neppure inedito nella storia del riformismo declamatorio di questo paese.

Tutto ciò premesso, ed in modo altrettanto scontato, il rapporto caldeggia l’implementazione delle “riforme”. Tanto è bastato per scatenare l’entusiasmo governativo e delle truppe piddine di lanciatori di agenzie. Si segnala, in questo trenino, la dichiarazione del ministro dell’Economia, che evidentemente era in trance agonistica:

La riforma del mercato del lavoro produrrà “un beneficio gigantesco”, con “più occupazione, ricchezza, e quindi più fiducia dei cittadini”. Lo ha detto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, alla presentazione del rapporto Ocse sull’Italia (Ansa, 19 febbraio 2015)

Non è meraviglioso, tutto ciò? Più occupazione, più ricchezza, più fiducia! E tutto praticamente con la sola eliminazione della reintegra nei licenziamenti economici individuali, signora mia. Praticamente, un miracolo. Vedete quanto è importante avere buone relazioni con le maggiori istituzioni internazionali, magari esserne stati dipendenti? Le stime di crescita vengono riviste al rialzo durante le conferenze stampa, come prodigiosi funghetti. Che alla fine si rivelano un filo allucinogeni, producendo dichiarazioni come quella di Padoan, ma conta l’effetto.

Poi, già che ci siamo, vi segnaliamo anche una “raccomandazione” riformistica dell’Ocse all’Italia, di cui assai difficilmente leggerete sui giornali, nei tweet o nei getti d’agenzia delle truppe governative. Non lo leggerete perché l’Ocse indica all’Italia il non-modello per antonomasia: la Spagna. Quella le cui orme non possono né debbono essere seguite, sentenziò Renzi dopo fugace e propagandistico innamoramento precedente all’ingresso a Palazzo Chigi. Ed ecco il “suggerimento” Ocse:

Accordi a livello d’impresa potrebbero tenere in considerazione le condizioni locali, ed aggiustare altre pratiche lavorative, come gli orari settimanali. Ciò migliorerebbe la capacità dell’impresa di rispondere a cambiamenti nelle condizioni di mercato, un ulteriore contributo al miglioramento della competitività e delle prospettive di occupazione. In Spagna, la riforma della contrattazione salariale, inclusa la possibilità delle imprese di abbandonare la contrattazione salariale settoriale, si ritiene abbia aiutato la competitività. In Italia queste clausole di opting-out esistono ma sono poco usate nella prassi, perché le aziende necessitano di raggiungere un accordo con tutti i sindacati, che può essere complicato da ottenere. La flessibilità salariale sarebbe maggiore se alle aziende che decidono di uscire dalla contrattazione salariale collettiva fosse consentito di stipulare accordi con sindacati che rappresentano una maggioranza di dipendenti, piuttosto che con tutti i sindacati.

Questa è la ricetta, peraltro già risaputa, che serve all’Italia. Al momento non pare prevista nella lista di riforme che il governo sta cercando di realizzare, ma non si può mai dire. Soprattutto se la ripresa (esterna) non dovesse essere così vigorosa da produrre nuova occupazione in modo statisticamente significativo. Ma non pensiamoci, oggi è il giorno del trionfo che “l’amico Gurria” ha voluto donarci. E comunque la Spagna non è il nostro modello, ricordate.

Aggiornamento – Al Pd hanno preso alla lettera quelle che sono previsioni di lunghissimo termine, e per questo motivo scritte sull’acqua e nel fumo, e se le sono già appuntate al petto. La domanda sorge spontanea: forse Pd sta per propaganda delirante?

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