Il cronoprogramma col timeout

Primo anniversario del governo Renzi, le celebrazioni sono in corso, le giaculatorie su “non ci fermiamo”, “non arretriamo di un millimetro”, “cambiamo l’Italia”, “non è che l’inizio” sono il segnale orario quotidiano degli italiani. C’è un ambito in cui l’azione del governo Renzi è sinora risultata semplicemente imbarazzante, ed è il fisco. Una sarabanda di annunci, retromarce, provvedimenti semplicemente nocivi, un assalto senza precedenti al risparmio degli italiani, realizzato con l’enorme ipocrisia di escludere il debito pubblico dalla “armonizzazione” dell’imposizione, con mascalzonate linguistiche ripetute ossessivamente per diventare assioma, nel prevalente silenzio dei media, per connivenza o semplice ignoranza. Pur se con qualche lodevole eccezione.

Il giudizio sulla giostra da annunci renziana lo fornisce oggi sul Sole Fabrizio Forquet, ed è pienamente condivisibile:

«Sul fisco si è ben oltre la soglia del ridicolo. A 11 mesi dall’approvazione solo il 15% della delega è stata attuata. Il decisivo decreto sulla certezza del diritto è stato approvato alla vigilia di Natale, il 24 dicembre, per poi essere ritirato perché qualche scellerato l’aveva “arricchito” di quella norma del 3% meglio nota come salva-Berlusconi. Se ne riparla il 20 febbraio, aveva annunciato Renzi, “quando attueremo tutta la riforma fiscale”. Dieci giorni fa il nuovo stop: il decreto sulla certezza del diritto – viene detto – slitta a dopo le elezioni regionali, il 20 si approveranno solo i decreti sul catasto, il fisco internazionale e la fatturazione elettronica. Ieri il capolavoro: anche questi decreti slittano. La motivazione ufficiale è la necessaria presenza del ministro Padoan a Bruxelles per la questione Grecia. Ma la verità, ammessa a mezza bocca tra Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia, è che quei decreti avevano bisogno di una vigorosa messa a punto, tra dettagli tecnici, articoli poco chiari e rischi – molto concreti – di nuove scivolate su norme discutibili sul tipo di quella del 3 per cento. Brutta pagina»

Già, brutta pagina. Ed anche il fondale di cartapesta dell’ultimo rinvio è un ceffone alla (scarsa) intelligenza degli italiani. Prima si annuncia che, all’Eurogruppo che potrebbe segnare l’uscita della Grecia dall’euro, il nostro paese intende inviare il direttore generale del Tesoro e non il ministro. Per la serie “l’Europa è troppo importante per lasciarla ai burocrati”, evidentemente. Poi, dopo il colloquio telefonico di Renzi con Tsipras e Juncker (narrano le agenzie), Padoan decide di recarsi a Bruxelles e contestualmente l’ordine del giorno del consiglio dei ministri viene sfrondato dei decreti fiscali superstiti.

La domanda sorge spontanea: perché? Se quei provvedimenti devono essere elaborati in corso di cdm, al solito “salvo intese”, significa che semplicemente i provvedimenti non ci sono. Se invece si è lavorato preventivamente, ed è tutto definito, la presenza del ministro non è così determinante. Se il ministro si fida del premier, ovviamente. A dirla tutta, al cdm della vigilia di Natale Padoan c’era ma, per quello che è accaduto in seguito, la sua presenza è risultata superflua. Quindi, la versione ufficiale di ieri zoppica vistosamente, ed i ritardi accumulati sui provvedimenti fiscali lo testimoniano. Comunque sia, attendere prego.

Nel frattempo, apriamo il dibattito su cosa è “intervento correttivo”:

Per le “giovani partite Iva” è “sacrosanto un intervento correttivo e mi assumo la responsabilità di fare un provvedimento ad hoc nei prossimi mesi” (Matteo Renzi, 23 dicembre 2014)

Al momento, “intervento correttivo” è quindi una proroga del vecchio regime, rigorosamente a termine. Come correzione è piuttosto ridicola. Ma questi continui rinvii nella decretazione che dovrà dare sostanza alla delega fiscale possono essere letti solo in due modi: o la materia non è padroneggiata dall’esecutivo e dai suoi attori principali; oppure ci sono interessi sottostanti alla legislazione attesa che stanno cercando di “tutelarsi” nei confronti dell’esecutivo, ed ovviamente la cosa non può essere resa pubblica. E non ci riferiamo a Berlusconi. In un caso o nell’altro, i cronoprogrammi di Renzi mostrano una spiccata tendenza a chiamare il timeout. Un giorno capiremo perché.

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