Venezuela, fraude o muerte

Mentre gli scaffali di supermercati e negozi venezuelani sono desolatamente vuoti, il sistema di controllo sui tassi di cambio, che da molti anni rappresenta la corda a cui il paese sta impiccandosi, ha determinato imponenti deflussi valutari ed altrettanto pantagruelici arricchimenti, a vari livelli: da quello degli “uomini d’affari” a quello degli onnipotenti funzionari pubblici che tali transazioni avallano. Sono le gioie degli anti-mercati in contesti ideologicamente accecati, bellezza.

Lo schema è ben riassunto sul New York Times: un sistema di sovrafatturazioni o più spesso di finte fatturazioni all’importazione. In pratica, l’importatore dichiara di acquisire dall’estero determinati beni, e le autorità venezuelane gli assegnano i dollari per regolare gli acquisti sulla base di un cambio che è puramente fantasioso rispetto a quello che si forma sul mercato nero. Di recente, il governo di Nicolas Maduro ha “perfezionato” un sistema di “griglie” di tassi di cambio in base alle tipologie merceologiche di importazioni, concedendo il prezioso cambio di un dollaro per 6,3 bolivares solo ai beni di prima necessità. Per altre importazioni il sistema Sicad prevede dei meccanismi di asta a livelli di cambio che restano comunque lontanissimi dalla realtà del mercato nero e parallelo, dove di recente per comprare un dollaro servivano 280 bolivares.

In un simile demenziale sistema barocco è fatale che sguazzino “importatori” che si inventano di acquistare all’estero farmaci, latte in polvere o anche macchinari per l’industria dei trattamenti alimentari, ed alla fine non importino alcunché oppure qualche “pacco” fatto di ferraglia. A monte di queste pratiche, come detto, ci sono le “autorizzazioni” dei solerti funzionari addetti alle cessioni valutarie, ed a valle le mancate ispezioni di quanto viene effettivamente importato, dietro generose ricompense rigorosamente in dollari.

In questo modo gli “importatori” vengono in possesso di dollari a prezzi stracciati e possono scegliere se lasciarli fuori dal paese, dopo aver effettuato il pagamento, oppure rimetterli in circolo domestico e realizzare spettacolari arbitraggi in bolivar. Pensate quanto deve sorridervi la vita se comprate dollari per 6,3 bolivar (o anche 50, o anche 100) e li andate poi a cambiare in nero per 280. Basta solo trovare qualcuno da fuori che emette le fatture fantasma, dopo tutto. E’ l’odioso mercato che si prende la rivincita sulle masse proletarie, dicono.

Quantificare le perdite di simili follie è sempre difficoltoso. Secondo le stime di una società di consulenza economica, tra il 2003 ed il 2012 sarebbero usciti dal paese circa 70 miliardi di dollari. Secondo tali stime, il 20% delle importazioni di imprese private sarebbero fittizie, mentre lo sarebbe il 40% di quelle gestite da agenzie governative ed imprese pubbliche (più stato, meno mercato!). Gli esportatori della zona di libero scambio di Panama avrebbero fatturato 1,4 miliardi di dollari a residenti venezuelani, ma secondo funzionari panamensi ben 937 milioni di dollari di questi scambi sarebbero stati effettuati per merci inesistenti. Ma continua ad essere colpa del liberismo.

Nel frattempo, con le riserve valutarie ai minimi storici sotto i 20 miliardi di dollari, il Venezuela si è rivolto ai gringos di Citigroup per uno swap oro contro dollari da un miliardo, e su cui Caracas pagherà anche interessi. La ripresa delle quotazioni del greggio aiuterà poi a recuperare altri preziosi verdoni. E chissà quanti altri milionari venezuelani verranno prodotti nei prossimi mesi. Alla fine, il sogno socialista per qualcuno si avvera.

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