La grande fuga verso l’inattività

Oggi Eurostat ha pubblicato i dati di flusso del terzo trimestre 2015 sulle transizioni dalla disoccupazione nei paesi della Ue. L’analisi si propone di rispondere ad alcune domande: tra coloro che, nel secondo trimestre 2015, erano disoccupati, quanti sono rimasti tali nel terzo trimestre? Quanti hanno trovato occupazione? Quanti sono divenuti inattivi? Le risposte sono interessanti e, per il nostro paese, anche inquietanti.

Per l’Italia, abbiamo i seguenti dati: il 14,3% di quanti erano disoccupati nel secondo trimestre dello scorso anno hanno trovato lavoro nel terzo trimestre; il 44,2% è rimasto disoccupato; ma ben il 41,6% si è spostato nella inattività. Se osservate la tabella per la Ue a 28 membri, a pagina 2 del documento, vedrete che non esiste un fenomeno paragonabile a quello italiano in tutta l’Unione.

Pur con il caveat metodologico che i dati sono affetti da stagionalità, il dato resta sconcertante. Se osserviamo le variazioni percentuali dei deflussi dalla disoccupazione su base annua (pagina 3 del documento), troviamo lo stesso tipo di dati sorprendenti. Nel terzo trimestre 2015 sullo stesso trimestre 2014, i disoccupati divenuti occupati sono diminuiti nel nostro paese dello 0,2%. Il che non è il massimo della vita, diciamo, ma andiamo oltre. Quelli rimasti disoccupati sono diminuiti del 2,9%. Ecco, eureka!, urleranno i nostri piccoli amici, quelli che “il Jobs Act combatte la disoccupazione, rimette in gioco gli inattivi e non si attacca al lavoro del tuo dentista!”. Non così in fretta.

La percentuale di disoccupati finita ad ingrossare le file degli inattivi è cresciuta, tra il terzo trimestre 2014 ed il terzo trimestre 2015, del 3,3%. Per quelli tra voi più versati nei metodi quantitativi, la regoletta del pollice è che la somma delle variazioni percentuali tra tornati occupati e rimasti disoccupati è uguale a quella degli inattivi, al netto degli arrotondamenti.

Che dire, quindi? In primo luogo, che la metodologia di analisi dei flussi ha un interessante potenziale informativo. Poi che, anche al netto di problemi di mancata destagionalizzazione, l’Italia resta caratterizzata da un’enorme area grigia, quella della inattività, che persiste come polo d’attrazione dei flussi del mercato del lavoro. Sarebbe utile conoscere quanta parte di questa inattività è frutto di scoraggiamento o di scivoli da disoccupazione a pensione, ma sospettiamo che la prima componente sia tutt’altro che marginale. Da considerare, ovviamente, anche le condizioni di studio dei soggetti, ed i trend demografici.

Alla luce dei dati disponibili possiamo quindi dire che, nell’ultimo anno, il mercato del lavoro italiano non pare essere uscito dalla propria condizione di imbalsamazione.