La Cina sta affrontando una delle più rapide transizioni demografiche della storia moderna. Secondo le stime delle Nazioni Unite, la popolazione in età lavorativa, che aveva raggiunto circa un miliardo di persone nel decennio scorso, potrebbe ridursi a soli 300 milioni entro la fine del secolo. Per Pechino questa è una minaccia diretta alla crescita economica, alla sostenibilità del debito pubblico e alla competizione tecnologica con gli Stati Uniti. Soprattutto, rischia di diventare una dirompente questione sociale.
La risposta scelta dalla leadership cinese è una massiccia accelerazione dell’automazione. L’obiettivo è sostituire progressivamente il lavoro umano con robot industriali, robot umanoidi e sistemi di intelligenza artificiale in fabbrica, nei servizi e perfino nelle attività quotidiane. Sullo sfondo, superfluo segnalarlo, c’è la prossima ondata di export globale.
Dai robot industriali agli umanoidi
Negli ultimi anni la Cina è già diventata il principale utilizzatore mondiale di robot industriali, installandone più del resto del mondo messo insieme. Parallelamente sta investendo enormi risorse nello sviluppo degli umanoidi, sostenuti da un fondo pubblico da mille miliardi di renminbi destinato alle cosiddette “nuove forze produttive”. Il governo punta a diffondere almeno diecimila robot dotati di AI già quest’anno nei settori manifatturiero, logistico, sanitario e commerciale.
L’automazione è una priorità politica. Dall’inizio del suo mandato, Xi Jinping sostiene che la Cina deve conquistare la leadership mondiale nella robotica, mentre l’ultimo piano quinquennale parla esplicitamente di collaborazione uomo-macchina e di impiego dell’intelligenza artificiale incorporata nelle attività caratterizzate da carenza di manodopera o elevata pericolosità.
Sul fronte degli umanoidi, la Cina ha già una posizione dominante difficile da contestare: circa il 90% delle 13-16.000 unità consegnate nel mondo nel 2025, secondo Morgan Stanley. Ma la stessa banca, nei mesi successivi, ha rivisto la propria stima delle consegne 2026 due volte — da 14.000 a 28.000 e poi a 50.000 unità in appena sei mesi. Una scommessa che si autoalimenta.
Dove l’automazione è già avvenuta, i numeri sono netti. Guangdong Dongpeng Holdings, produttore di ceramiche a Foshan, ha tagliato il personale del 40% aumentando la produzione del 32% da quando ha accelerato l’automazione nel 2021; l’ultimo passo, un controllo qualità basato su intelligenza artificiale realizzato con ByteDance, ha eliminato la necessità di 40-50 addetti altamente specializzati. Huazhu, una delle maggiori catene di hotel cinesi, ha portato — con robot per bagagli, cibo e pulizie sviluppati insieme a Tencent — il rapporto personale-camere a 0,1, cioè dieci dipendenti per cento camere, contro un benchmark di settore compreso tra 30 e 80. Il fondatore Ji Qi lo dice apertamente: l’obiettivo è trasformare gli hotel “da business a forte intensità di manodopera in imprese tecnologiche”.
L’ambizione, tuttavia, va ben oltre la manifattura. Gli sviluppatori immaginano umanoidi capaci di replicare le competenze di lavoratori altamente qualificati: chef stellati, artigiani esperti o tecnici specializzati. In prospettiva, il vero valore economico potrebbe non risiedere nell’hardware ma nel software, cioè nella possibilità di vendere “abilità” sotto forma di licenze installabili sui robot. La nuova frontiera dell’AI è quella fisica, o “embodied”.
Nonostante l’entusiasmo, gli stessi produttori riconoscono che la tecnologia è ancora lontana dalla maturità. Gli umanoidi sono oggi inadatti sia alle attività molto semplici, che possono essere svolte meglio da robot industriali tradizionali, sia agli ambienti troppo complessi e imprevedibili, come le abitazioni private. Inoltre richiedono enormi quantità di dati per essere addestrati: l’industria stima che serviranno decine di milioni di ore di raccolta dati prima di raggiungere un vero punto di svolta tecnologico.
E infatti si sta attrezzando allo scopo, con zainetti, guanti e caschi indossati dai lavoratori di linea di produzione, per raccogliere dati destinati ad addestrare i robot pensati per sostituirli. È l’immagine più precisa di tutta questa transizione: il lavoro umano che si autodocumenta per insegnare ai propri sostituti come si fa. Nel contempo, si moltiplicano le pubbliche esposizioni di mani robotiche ad elevata articolazione, in cui vengono misurate e confrontate le loro capacità di destrezza.
Come accade regolarmente per le industrie di frontiera tecnologica, a livello finanziario affiorano i segni caratteristici della bolla: riguardo ai robot umanoidi, l’agenzia di pianificazione economica NDRC segnala che oltre 150 aziende competono su un mercato che, nel 2025, ha consegnato nella realtà circa 14.000 unità — mentre Unitree e AgiBot, i due maggiori produttori, preparano quotazioni per un valore combinato di 13 miliardi di dollari. Uno schema già visto nell’industria dell’auto elettrica: abbondanza di capitali, proliferazione di operatori, quindi consolidamento dopo il ritiro dei sussidi. Il darwinismo industriale alla cinese.
Se la sfida tecnologica appare impegnativa, quella sociale rischia di essere ancora più delicata.
Gestire l’impatto sociale
Negli ultimi anni il rallentamento dell’economia e la crisi immobiliare hanno già spinto milioni di persone verso la gig economy. Oggi la Cina conta circa 320 milioni di lavoratori flessibili, tra autisti, corrieri, addetti alle consegne e altri impieghi precari. Proprio questi lavoratori rischiano di diventare le prime vittime della nuova ondata di automazione.
Il caso simbolo è Shenzhen, capitale tecnologica del paese, dove dal primo luglio entreranno in vigore nuove norme che consentiranno un’espansione commerciale dei robotaxi. Dopo anni di sperimentazioni con aziende come Baidu e Pony.ai, i veicoli autonomi potranno essere autorizzati su scala molto più ampia.
Per i quasi 400 mila conducenti autorizzati della città, che già operano in un mercato saturo e con ricavi in costante diminuzione, l’arrivo dei robot rappresenta una minaccia concreta. Molti di loro erano stati espulsi negli anni scorsi dal manifatturiero e avevano trovato nella guida di taxi o servizi di ride-hailing una nuova fonte di reddito. Ora rischiano di essere sostituiti una seconda volta.
Le testimonianze raccolte mostrano un forte senso di frustrazione. C’è chi lavora dodici ore al giorno per mantenere la famiglia e teme di perdere definitivamente il proprio sostentamento. Altri accusano le grandi piattaforme tecnologiche di voler monopolizzare il settore. Sebbene gli operatori insistano sul fatto che i robotaxi completeranno, anziché sostituire, il trasporto tradizionale, pochi autisti sembrano condividere questo ottimismo.
Il dilemma non riguarda soltanto i lavoratori meno qualificati. Anche molti laureati rischiano di subire la concorrenza dell’intelligenza artificiale. È proprio questa fascia della popolazione che preoccupa maggiormente il Partito Comunista: giovani istruiti, spesso figli unici sui quali le famiglie hanno investito enormemente, potrebbero trovarsi privi di prospettive occupazionali. Sta già accadendo.
Il governo è consapevole del problema. Un recente documento del Consiglio di Stato chiede di rafforzare i sistemi di monitoraggio dei rischi occupazionali derivanti dall’intelligenza artificiale e di preparare strumenti per gestire eventuali tensioni sul mercato del lavoro. Si segnalano alcuni spunti della magistratura, non è chiaro se gride manzoniane, che vietano di ridurre gli organici in conseguenza di adozione dell’AI.
Anche l’industria è impegnata a gestire la transizione sociale, oltre che mandare segnali ai poteri pubblici. Il fondatore dell’e-commerce JD.com ha dichiarato che i robot sostituiranno “prima o poi” i 700.000 corrieri della sua azienda, accompagnando l’annuncio con la promessa di non licenziare nessuno e con il lancio del “Piano Nirvana”: accordi con 120 scuole cinesi per riqualificare il personale verso la manutenzione robotica. È una buona notizia, fino a quando non si guarda alla scala dell’operazione: l’obiettivo dichiarato del piano è riqualificare 10.000 lavoratori in tre anni — circa il 2% della forza lavoro coinvolta. Liu promette di non abbandonare nessuno dei suoi 700.000 dipendenti, ma il suo stesso piano ne copre uno su quaranta.
Tra gli economisti cresce inoltre il dibattito sugli effetti distributivi dell’automazione. Se una quota crescente della produzione verrà realizzata dal capitale anziché dal lavoro, anche il reddito tenderà a spostarsi verso le imprese. Alcuni studiosi propongono quindi una riforma fiscale che alleggerisca l’imposizione sui lavoratori, aumenti quella sulle aziende o introduca perfino forme di tassazione dei robot, accompagnate da programmi di riqualificazione professionale e da un rafforzamento della protezione sociale.
Naturalmente non tutti prevedono uno scenario esclusivamente negativo. Come avvenne durante la rivoluzione industriale, l’automazione potrebbe eliminare alcuni lavori ma crearne di nuovi. La Cina sta riprogrammando l’offerta formativa, e ha già avviato corsi universitari dedicati all’intelligenza artificiale incorporata e alcune grandi aziende stanno organizzando programmi di riconversione per trasformare gli attuali lavoratori in tecnici della manutenzione dei robot.
Resta però una differenza fondamentale rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche. La spinta verso robotica e intelligenza artificiale non nasce soltanto da esigenze economiche, ma da una precisa scelta strategica. Per Pechino la superiorità tecnologica è diventata una questione di sicurezza nazionale e di competizione geopolitica con gli Stati Uniti.
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Questo significa che, almeno nel breve periodo, il governo sembra disposto ad accettare costi sociali anche elevati pur di consolidare la leadership tecnologica del paese. La convinzione prevalente è che gli eventuali problemi occupazionali potranno essere affrontati in un secondo momento, mentre la corsa all’automazione non può permettersi rallentamenti.
(Immagine creata con ChatGPT)



