Come si dice pattumiera in inglese?

Negli ultimi tempi si osserva una vera e propria impennata di creatività nel settore del credito in Italia. O meglio, nel tentativo di trovare il proiettile d’argento per rimettere in linea di galleggiamento il nostro solidissimo sistema bancario. Abbiamo avuto la nascita di Atlante, che per statuto dovrà operare come garante delle ricapitalizzazioni di banche che hanno coefficienti patrimoniali sotto l’asticella dello SREP della Bce (quindi Popolare Vicenza e Veneto Banca, per ora) ed anche cercare di rimuovere le sofferenze più junior dai portafogli delle banche ed attivare, per questa via, le garanzie pubbliche sulle tranche più senior. Oggi abbiamo qualcosa di ancora più frizzantino, in questa gara di ingegneria finanziaria per disperati.

In sostanza, sarebbe la riproposizione di Atlante su scala molto più ampia, un “Atlantone” (o forse più di uno) che sarebbe una banca con presenza pubblica entro confini e modalità di investimento che schiverebbero i rilievi della perfida Vestager e della sua DG Concorrenza, ma addirittura finirebbe nel bilancio pubblico non come passività (cioè debito) bensì come investimento. Ma non è fantastico, tutto ciò?

Per arrivare a questo eccellente risultato, come segnala oggi il Sole, “basterebbe” creare o meglio ricreare le leggendarie Bin, le banche d’interesse nazionale degli anni ruggenti dell’Iri. Tutte le banche in “difficoltà” verrebbero obbligate a confluire in tali Bin, in cui lo stato opererebbe secondo il principio dell'”investitore privato” per non fare scattare veti su aiuti di stato illegittimi. L’esempio è quello della ricapitalizzazione del gruppo francese PSA, di cui l’azionista pubblico, dopo l’aumento di capitale del 2013, ha il 14%.

Il principio per non incorrere in problemi con Bruxelles è quello dei matching funds. In altri termini, lo stato entra con un importo pari o inferiore a quello di altri investitori privati. Questi fondi vengono contabilizzati nel bilancio dello stato come investimento, e vissero tutti felici e contenti. Come vedete, questo è Atlante agli steroidi, e come tale ha le stesse criticità e le stesse domande, solo amplificate. Prima fra tutte: chi sarebbero i privati che investono in quelle che diverrebbero a tutti gli effetti non diciamo delle bad bank ma delle “not-so-good” bank? Forse ancora le altre banche “sane” del sistema, in tal modo aumentando il rischio di infettare tutto, come con Atlante se le cose andassero male? O forse qualche investitore estero? E per quale motivo dovrebbe farlo?

Come si gestisce un turnaround di  un’azienda che ha squilibrio patrimoniale ma non reddituale, cioè sarebbe anche sana se solo non avesse problemi di struttura del capitale? Con quello che serve di solito in storie simili: un bel debt-equity swap. Detto in modo più semplice ed applicato al nostro caso: le obbligazioni subordinate della banca, e fors’anche quelle senior (nei casi più gravi), dovrebbero essere trasformate in capitale azionario. Punto. Troppo difficile, problematico, traumatico? Forse, ma l’alternativa è la risoluzione della banca medesima, e addio fichi.

Ogni altra ideuzza geniale, come questa sorta di corrente di pensiero che spinge per mettere a leva i soldi pubblici su entità che sono la somma di patologie altrui non è chiaro come sarebbero poi gestite, da chi e perché, è piuttosto lisergica. Pare invece che unico obiettivo dei nostri eroi sia quello di riuscire a piazzare questi maledetti aiuti di stato “perché anche gli altri paesi li hanno avuti, maestra!”, Ah, ovviamente ci sarebbe anche il “dettaglio” della governance di queste nuove banche, per impedire che satrapi di provincia (o anche del centro storico) attendati in consiglio d’amministrazione finiscano a divorare la dotazione patrimoniale erogandosi prestiti in conflitto d’interesse. Ma sono dettagli.

Non è chiaro chi abbia effettivamente avanzato la proposta illustrata dal Sole, qui in palese modalità “buca delle lettere”. Quello che è chiaro è che si tratta di un pesce d’aprile in ritardo di quasi un mese, come si evince anche dall’etichetta di “banche d’interesse nazionale” che a queste bizzarre creature è stato (ri)assegnato. Italia, il paese dove il revival è stile di vita, o meglio dove il passato si ostina a non passare. Dalle case chiuse alla lira. Del resto, se è stato riesumato anche Rischiatutto un motivo ci sarà, no? La cosa più impressionante è questo reiterato tentativo di prendere le parti malate di un sistema che mostra evidenti segni di ammaloramento, e diffondere il male con voluttà anche alle altre parti del sistema anziché rimuovere le parti malate. Si perpetua la triste storia del paese che divorò se stesso, ricordate?

Un vero peccato che le banche italiane non parlino inglese. Altrimenti, saprebbero che “bin”, in inglese, significa pattumiera.