Argentina, un passato molto presente

Nell’ultima settimana, in Argentina la banca centrale ha alzato il tasso ufficiale di riferimento di ben 13 punti percentuali, in tre riprese, portandolo venerdì al 40% per tentare di contrastare il violento deprezzamento del peso contro dollaro. Serviva farlo? E che è accaduto? Cosa attende il presidente cosiddetto liberista Mauricio Macri?

La situazione è complessa e frutto della pesantissima eredità del passato, che per certi aspetti non è mai realmente passato. Le riforme di Macri sono graduali, l’equilibrio fiscale tarda a concretizzarsi e viene raggiunto anche attraverso l’eliminazione di insostenibili sussidi, soprattutto energetici, col risultato di aumentare fortemente l’inflazione al consumo ed innescare la spirale prezzi-salari delle rivendicazioni sindacali.

Il crollo del peso ha anche altre cause: ad esempio, una nuova tassa sui capital gain sui non residenti, che sta invertendo i flussi; una pesante siccità che rischia di ridurre gli introiti in valuta del paese; la forza del dollaro, che è tradizionalmente veleno per i mercati emergenti, che rischiano di vedere prosciugati i flussi di denaro degli investitori internazionali; l’aumento dei tassi sul biglietto verde, col Libor che è cresciuto oltre i rialzi della Fed (e di cui ho scritto qui).

L’Argentina, da quando Macri è al potere, ha emesso bond in dollari per circa 100 miliardi di dollari, tra cui uno a scadenza cento anni, ed è quindi uno dei paesi più vulnerabili. A questo si può anche aggiungere quello che appare un errore della banca centrale, formalmente indipendente, la cui strategia anti inflazionistica è mutata con grave danno di credibilità. A dicembre infatti la BCRA, dopo pressioni del governo, ha deciso di allentare i target di inflazione, da una banda 2018 di 8-12% al 15% e a gennaio ha addirittura tagliato i tassi ufficiali di 1,5 punti percentuali, malgrado un’inflazione al 25%, facendo sollevare più di un sopracciglio agli investitori ed avviando lo scivolamento del peso malgrado all’epoca il dollaro le prendesse praticamente da chiunque.

Fatale che si creassero forti pressioni sul peso, a cui la banca centrale ha risposto vendendo dollari. Una mossa piuttosto singolare che ha portato, da inizio anno, a cedere 6,9 miliardi di dollari, pari a circa il 10% delle riserve ufficiali del paese. Certo, non sono più i tempi della Presidenta Cristina Fernandez de Kirchner, quando coi dollari delle riserve si coprivano poche settimane di importazioni, ma neppure si può pensare di contrastare a questo modo l’inflazione importata, perché la riduzione delle riserve espone al rischio di attacchi speculativi.

C’è poi da dire che il paese mantiene un elevato deficit delle partite correnti che si somma a quello fiscale, arrivando assieme al 10% di Pil, quindi il cambio è comunque sopravvalutato. Dopo questo flipper di errori strategici e perdita di credibilità, unica soluzione resta quella di lasciare andare il cambio al ribasso e stringere la politica monetaria. Quello che, in emergenza, sta accadendo da qualche giorno, e che avrà dolorose conseguenze.

In sintesi, vincoli politici e sociali impediscono di accelerare l’aggiustamento, o più propriamente portano a riprodurre errori del passato, ed espongono al rischio di rovesci anche pesanti. Tutti rischi conosciuti e che andavano messi in conto, visto quanto era compromessa la situazione del paese. E infatti, qualcuno lo aveva previsto.

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