Che sorpresa: non è tutto oro quello che Pir

Sul Sole, un articolo di Maximilian Cellino e Isabella Della Valle fa il punto della situazione sui piani individuali di risparmio, lo strumento che consente agli italiani di investire sulle nostre piccole e medie imprese con esenzione fiscale, detenendo lo strumento per almeno un quinquennio. Ci sono alcune ombre, che tuttavia erano del tutto evidenti sin dall’inizio.

Da gennaio 2017 a fine giugno 2018 i Pir hanno raccolto 14,4 miliardi di euro, oltre le previsioni iniziali. Non stupisce: date agli italiani qualcosa esentasse, e loro ci si tufferanno a capofitto, fosse anche una piscina senz’acqua. Il primo dato segnalato nell’articolo, che tuttavia a mio avviso è poco e nulla rilevante, dato lo strumento e la sua natura, è che da inizio anno l’indice Ftse Italia Pir PMI All Index è negativo per circa il 2%. Che sarà mai?, direi io. Qui parliamo di strumenti destinati al possesso almeno quinquennale.

Il punto vero è un altro: questi strumenti nascono per diversificazione del portafoglio. Quindi, chi ha ritenuto di usarli per una piccola quota del proprio risparmio, non ha alcun problema. Il problema, al limite, è questo paese, ma per ora ignoriamo questo aspetto, e limitiamoci alla diversificazione. Se c’è stata, no problem. Se invece non c’è stata, e si è investita una quota rilevante del proprio portafoglio in questi strumenti, al solo scopo di avere il beneficio fiscale, si è commesso un errore che verrà fatalmente pagato.

Secondo punto, legato al precedente: ricordate che molti prodotti Pir-compliant sono estremamente costosi, in termini di commissioni applicate. Parliamo di commissioni di gestione, badate: quelle vengono prelevate sul patrimonio del fondo, anche se le cose vanno male. Le reti di distribuzione si sono gettate a corpo morto su questo Klondike, e hanno fatto grossi affari. Talmente grossi che il tempo dimostrerà che il beneficio fiscale è stato catturato dai distributori, e non verrà goduto dai risparmiatori. I quali però difficilmente se ne accorgeranno.

Ulteriore elemento, il più rilevante, a mio umile giudizio: la funzione principale dei Pir, quella che almeno ci è stata venduta, era quella di agevolare l’afflusso di risparmio privato al sistema delle PMI, per rafforzarle sul piano patrimoniale e per bypassare il canale di finanziamento delle banche, ostruito dalla crisi. Sotto questo profilo, che risultati abbiamo portato a casa? Pare non eclatanti.

Scrivono Cellino e Della Valle:

Gran parte del flusso è però arrivato attraverso acquisti sul mercato secondario, cioè sulle azioni già presenti in Borsa, i cui prezzi sono lievitati in alcuni casi anche a dismisura. E se da un lato questo ha contribuito a migliorare la liquidità sui titoli e a riportare su di loro l’attenzione degli operatori, dall’altro occorre riconoscere che «ben poco di questo denaro è andato a finanziare direttamente le aziende», come sottolinea Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi, aggiungendo che «neanche un euro è finito nelle casse di imprese non quotate attraverso strumenti di private equity, private debt e venture capital»

Io ho qualche problema a concordare col concetto che i Pir avrebbero migliorato la liquidità sui titoli, ma non sottilizziamo. Resta il punto, anch’esso del tutto visibile al momento del lancio dello strumento: se l’obiettivo è quello di portare capitale al sistema delle imprese, i Pir mancano l’obiettivo, almeno sinora. Certo, c’era la possibilità (o il rischio) di quotazioni “opportunistiche”, con imprenditori che non perdono il controllo aziendale ma collocano a multipli elevati quote della loro società, e questo in complesso non pare essere accaduto. Ma è vero che il canale di alimentazione finanziaria diretta delle non quotate è quello del private equity e private debt. Una parte dei fondi sottoscritti mediante Pir sono poi arrivati sul mercato primario attraverso il sistema delle Spac, i veicoli quotati che raccolgono capitali destinati ad acquisizioni, ma anche qui i numeri non sono eclatanti.

I Pir, quindi, lasciano di fatto scoperto il mondo delle società non quotate con fatturato annuo tra 50 e 200 milioni, troppo grandi per il segmento Aim di Borsa italiana (quello dove operano i Pir) ma che non se la sentono di entrare nel segmento Star, quello superiore. Uno strumento mal concepito, quindi, come scrivo dalla sua nascita. Ma mai quanto i Cir, conti individuali di risparmio, coi quali pare che questo governo voglia creare un canale di domanda domestica per i Btp, per sostituirsi alla Bce e non solo (auguri).

Pensate, ove mai questa cosa vedesse la luce, all’effetto di spiazzamento dato da risparmiatori che vendono altre attività finanziarie domestiche, emesse da imprese (obbligazioni societarie, ad esempio), per correre a sottoscrivere in esenzione fiscale il debito pubblico italiano. Noto strumento di promozione della crescita, come direbbe il primo Giggino che passa. Il risultato sarebbe un bello spiazzamento, con aumento del costo del debito per le aziende italiane. Ci avevate pensato? “Beh, ma che ci frega?”, diranno i più ingegnosi tra voi, in attesa di posare il fondoschiena su un seggio parlamentare. “Tanto, gli interessi passivi riducono l’imponibile e quindi si pagano meno tasse”. Ecco, perfetto. Meno gettito per lo Stato, quindi, che si somma al buco causato dalle agevolazioni fiscali per comprare i Btp. Vado pazzo per i piani ben riusciti.

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