Lo stato della commedia dell’arte

Mentre attendiamo con curiosità la cornice della Nota di aggiornamento al Def, e sentiamo il rumore di piedini sbattuti da qualche piccolo statista di zona depressa, la stampa rilancia senza sosta le ipotesi dei provvedimenti  portanti della legge di bilancio 2019. Pare inizi ad emergere un minimo di razionalità, ma mai essere troppo ottimisti, in questo paese.

Ad esempio, mi pare che l’idea di una Dual Tax Ires, con la aliquota agevolata al 15% per reinvestimento di utili in azienda, sia vagamente razionale. Come sempre, il diavolo è nei dettagli, visto che si parla di concedere l’agevolazione a chi investirà in macchinari ed assunzioni. Il che è piuttosto distorsivo, in realtà. Bisognerebbe concedere l’agevolazione semplicemente per utili non distribuiti, senza specificarne la destinazione.

Altro punto controverso, per usare un blando eufemismo, è quello del reddito di cittadinanza. Pare, e sottolineo pare, che l’orientamento ora sia quello di usare la prova dei mezzi reddituali e patrimoniali, cioè l’ISEE. Anche qui, del tutto condivisibile. Ma anche qui, il principio qualitativo serve a poco e nulla se non si conosce come sarà declinato sul piano dei numeri e delle soglie di accesso. Ad esempio, sappiamo che per un single l’obiettivo è quello dei 780 euro mensili. Bene, ma nulla sappiamo delle scale di equivalenza per nuclei familiari.

In soldoni, quanto diventano i 780 euro del single per una coppia, con eventuali figli a carico? E quale sarebbe la soglia di accesso ISEE? Senza queste specifiche, il solo corretto principio della prova dei mezzi serve a nulla. Il tutto senza parlare della finzione del “potenziamento” dei centri per l’impiego in aree depresse, e senza citare il rischio elevatissimo che la soglia prevista sia troppo alta e tale da far scattare massicci fenomeni di lavoro nero, con conseguente erosione della base contributiva.

Due parole sulla polemica contro “i burocrati ministeriali”. Non c’è nulla di realmente inedito, qui, a parte la virulenza dei toni, che superano la soglia eversiva. Anche Berlusconi e Renzi, per fare due nomi, se la prendevano con le burocrazie ministeriali, considerate il massimo agente ostruente interno (quelli esterni sono, come noto, la Commissione Ue e la realtà). Se la Ragioneria generale dello Stato (ed il MEF) segnalano che il decreto Genova è giunto privo di coperture, mi pare difficile che mentano, perché troppo alto è il rischio di sputtanarsi.

Piuttosto, riflettete sul fatto che il decreto Genova è l’ennesimo omnibus governativo, ed in questo direi che c’è piena continuità col passato. Solo che, se metti nel decreto Genova anche la riesumazione della cassa integrazione per aziende cessate, che nulla c’entra con Genova, e non trovi le coperture (hai presente quei fastidiosi “numerini”, Giggino?), poi non devi lamentarti che “i burocrati remano contro, maestraaaa!”

Che poi, i grillini le coperture le avevano, ottime ed abbondanti, prima di entrare nella stanza dei bottoni. Dove saranno mai finite? Ad esempio, vedo che sarebbe tornata in auge la copertina di Linus della riduzione della deducibilità degli interessi passivi delle banche, che nella scorsa legislatura era indicata dai grillini praticamente in ogni proposta di legge. E allora, ripetiamo il concetto: se per le banche aumenta il costo della raccolta, ché di quello si tratterebbe, la conseguenza sarà quella di aumentare il costo del credito. So che i più umanisti tra voi non lo crederanno, e mi diranno che ho un bidone della spazzatura al posto del cuore, ma purtroppo le cose stanno in questi termini, perché la strada dell’inferno continua ad essere lastricata di buone intenzioni, oltre che deficit fatto ad mentulam canis.

Riguardo proprio al deficit, per non farci mancare nulla, abbiamo avuto anche il momento-provincia, con la Francia che nel 2019 lo aumenterebbe di due decimi di punto percentuale ma solo in conseguenza delle sfasature temporali dovute al cambio in corsa dello strumento (da credito d’imposta a taglio immediato e diretto della contribuzione). Infatti, l’anno successivo il deficit è previsto dimezzarsi. Chiedere ai nostri analfabeti funzionali di comprendere questa meccanica è come chiedere loro di capire che le coperture francesi al taglio di tasse sono un taglio di spesa, e non il pozzo nero del deficit a cui in Italia attingono i dropout che si sono dati alla politica, faute de mieux.

A proposito della cassa integrazione per cessazione, stiamo assistendo ad un interessante riallineamento di chi sin qui si era mostrato aperto alla tutela del lavoratore anziché del posto di lavoro. Ad esempio, Marco Bentivogli della Fim-Cisl. Che ieri, come riporta il Corriere, avrebbe invocato “il teorema di Tarzan”:

«Non puoi chiedermi di lasciare la vecchia liana se non vedo quella nuova»

Ed ancora:

«La flexsecurity è una prospettiva ma oggi il nuovo non c’è e le politiche attive funzionano solo in alcune regioni del Nord dove ce n’è relativamente meno bisogno»

Interessante. Un tempo si diceva che “non esistono atei nelle trincee”, oggi possiamo dire che non esistono sindacalisti “liberal”, ed alla fine dei giochi meglio tornare al rassicurante passato, fatto di protezione ad oltranza di posti di lavoro che non esistono più. Forse servirebbe potenziare e ridefinire la Naspi, anziché riportare in vita la cassa per cessazione aziendale, chissà.

Ci aggiorniamo appena noti i provvedimenti effettivi.

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