La Sga e la saga dei crediti deteriorati

Dopo il miserabile fallimento del fondo Atlante, quello che doveva “creare un mercato degli Npl in Italia”, mercato che tuttavia già esisteva, e che “prometteva” un mirabolante rendimento del 6% che sarebbe forse stato un acconto di quanto ci si potesse attendere da operazioni del genere, le nostre banche si sono messe all’opera ed hanno venduto sofferenze in modo massivo, contribuendo al patrio orgoglio dei banchieri. Oggi, premesso che il tema dell’incidenza delle sofferenze non è affatto risolto, ci si dedica ai crediti che non sono in bonis ma non sono ancora sofferenze, le cosiddette inadempienze probabili o unlikely to pay (UTP), e le idee non mancano.

Come segnala il Sole, starebbe prendendo vita e forma un’iniziativa consortile che vedrebbe come pivot la Società per la gestione delle attività (Sga), posseduta dal Tesoro. Il piano è questo: si crea un fondo, a cui le banche cedono le inadempienze probabili, previa valutazione omogenea, ottenendone in cambio azioni del fondo medesimo. Dopo di che, si lavora per riportare in bonis i crediti deteriorati ceduti, che nelle intenzioni dei proponenti sarebbero soprattutto di tipo immobiliare di taglio non elevato.

Il veicolo sarà in grado di finanziarsi sui mercati al tasso pari al rischio Italia. In pratica, la struttura consortile è utile per tutte quelle banche che avrebbero problemi a gestire in house il tentativo di rientro in bonis dei prestiti. Crediti di questo tipo richiedono attenzioni e competenze gestionali molto differenti dalle sofferenze, che sono ormai posizioni “morte”. Nel caso degli UTP, infatti, il debitore va aiutato a riprendersi, ove ritenuto fattibile, e ciò può avvenire anche mediante erogazione di credito aggiuntivo, oltre che di attività di consulenza aziendale.

Come finirà? In prima approssimazione, diciamo che l’idea è pregevole. Lo è in particolare l’approccio che prevede la cessione delle inadempienze probabili contro partecipazione al capitale del veicolo. In tal modo, se dovessero esserci utili dall’operazione, le banche partecipanti ne beneficerebbero, secondo una logica di earn-out, a differenza di cessioni a titolo definitivo, come spesso accaduto per le sofferenze vere e proprie, dove di solito i banchieri (oltre ai politici ed agli editorialisti di sistema) si lamentano del rischio di “svendite”. Ci sono inevitabili difficoltà, sempre le solite: il prezzo a cui valorizzare le inadempienze probabili, per la cessione al veicolo Sga.

C’è anche un rischio congiunturale, peraltro: quello che, con la caduta in recessione del paese, molte inadempienze probabili migrino a sofferenze conclamate, anziché tornare in bonis. Del resto, senza un po’ di incertezza, la vita sarebbe così monotona.

Dopo lo psicodramma delle sofferenze, a lungo negate, poi sminuite, poi gestite non senza qualche innesco esplosivo di lungo termine, come le Gacs, garanzie pubbliche sulle tranche senior delle cartolarizzazioni di smobilizzo, che le banche cedenti sono autorizzate a tenersi in portafoglio (strani “mercati” abbiamo, da queste parti), le nostre banche hanno scoperto che esistono anche le inadempienze probabili. O meglio, lo hanno scoperto giornali e politica. Ora vedremo se avremo una “risposta di sistema” non disfunzionale né vittimista.

Vittimismo che è comunque sempre pronto all’uso, come mostrano le lamentazioni sul cosiddetto calendar provisioning, quello in base al quale le banche hanno ben 7 (sette) anni per azzerare un credito in sofferenza se garantito, e due se non garantito. Sempre che non riescano a venderlo prima o a dimostrare che serve più tempo per il realizzo. Qui già si sentono le grida di dolore sulla “stretta creditizia imposta dall’Europa” al nostro glorioso paese, la cui vigoria economica viene colpita mettendoci piombo nelle ali. Che barba, che noia.

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