Bce e l’inverno che sta arrivando

di Massimo Famularo

La comunicazione inviata dalla BCE a MPS con l’indicazione rivedere la valutazione contabile dei propri crediti deteriorati sembra aver sorpreso alcuni giornalisti, storicamente abituati a ritenere che il vino sia buono se lo dice l’oste, e qualche gestore di fondi azionari ipersensibile, per il quale nel dubbio è sempre meglio gettar via il bambino insieme all’acqua.

Chi frequenta invece questi pixel può godere di un punto di vista più distaccato e addirittura cogliere la sottile ironia, quasi nemesi storica, per la quale il paese che aveva cercato di opporsi alle linee guida della banca centrale adducendo un abuso di funzione legislativa (ricordate il nostro prode Tajani sul punto?) finisca per subire un’applicazione estensiva di quelle stesse regole (per MPS anche sullo stock esistente, oltre che per i crediti deteriorati di nuova classificazione), stavolta nell’ambito della inoppugnabile funzione di vigilanza.

Che non sia particolarmente logico fare di tutta l’erba un fascio è stato evidenziato immediatamente da chi di istituti bancari qualcosa capisce

e rapidamente confermato da quanto emerso nei giorni successivi: a ciascun istituto, assieme alle indicazioni sui livelli di capitale a fini SREP, è stato suggerito un percorso di “pulizia” del magazzino dei crediti deteriorati, personalizzato in base alle condizioni di partenza.

Per MPS il termine temporale è 2026 (con comodo), per Unicredit invece è il  2024, a fronte di una previsione dello stesso istituto che ritiene di poter raggiungere questo obiettivo tre anni prima:

A partire dal terzo trimestre 2016, Unicredit “ha ridotto il suo portafoglio di crediti deteriorati di oltre 36 miliardi (dato aggiornato al terzo trimestre 2018). Conseguentemente, il rapporto tra crediti deteriorati lordi e totale crediti per il ‘Group core’ si è attestato a 4,3% nel terzo trimestre del 2018, in linea con la media del campione Eba. Unicredit è impegnata ad azzerare il suo portafoglio non-core entro il 2021

Peraltro da un esame comparativo dei dati pubblicamente resi disponibili dall’EBA gli istituti italiani escono abbastanza bene:

Potevamo allora metterci l’anima in pace?

No, che non potevamo. L’occasione per rimbrottare contro la perfidia e le richieste di austerità dell’istituzione europea era troppo ghiotta e il ministro/capitano Salvini non se l’è lasciata scappare.

Visto che la stampa italiana ci propone solo descrizioni molto parziali e, non di rado neanche troppo coerenti, proviamo a ricomporre il puzzle.

  1. L'”assurda pretesa” della vigilanza BCE consiste nell’idea che con il passare del tempo i crediti vengano o recuperati o che il loro valore venga adeguato alla più ragionevole prospettiva di recupero che, in assenza di concrete evidenze in direzione contraria, tipicamente tende a zero;
  2. Non potendo né volendo legiferare sul tema (con buona pace di Tajani), il regolatore fornisce delle linee guida, delle indicazioni di quello che si aspetta di trovare (deteriorati azzerati in 2 anni se unsecured, in 7 se secured) e richiede che vengano fornite evidenze solide in caso di deroga da quanto atteso (comply or explain);
  3. Queste linee guida evidentemente si applicano in maniera stringente solo ai crediti nuovi, ossia a partire da aprile 2018, visto che il documento definitivo è stato pubblicato nel marzo 2018 e non sarebbe corretto pretendere che qualcuno si conformi a delle indicazioni prima ancora di riceverle;
  4. Applicando una logica elementare, posto che i crediti nuovi vanno indicativamente svalutati in 2/7 anni, non è pensabile che quelli vecchi conservino il proprio valore all’infinito; dunque,  a scanso di equivoci, la BCE ha fornito anche un’indicazione, personalizzata per ciascun istituto, della data entro la quale si attende che la pulizia sia estesa ai crediti più vecchi

Come ampiamente documentato su questi pixel (e su carta), sembra che il ciclo economico si stia avviando verso l’inverno e un’istituzione che presiede alla solidità degli istituti di credito si preoccupa legittimamente che le banche siano adeguatamente preparate. Questa preparazione prevede non solo, com’è ovvio, un rafforzamento del capitale, ma anche una oculata gestione preventiva di quelle poste di bilancio che nei periodi difficili si presentano più complicate da (s)valutare (qui una spiegazione sintetica delle complessità nell’attribuire una valutazione ai crediti deteriorati)

A testimonianza della ragionevolezza delle indicazioni del regolare, gli stessi istituti vigilati hanno pubblicamente dichiarato di non prevedere impatti significativi sui propri piani industriali a causa di queste linee guida.


Molto lineari, le considerazioni di Massimo. Poco da aggiungere, se non che il nostro dibattito pubblico resta improntato al solito nazionalismo pavloviano con le pezze al culo, e che i soliti proclami populisti contro “lo straniero” che vuole attentare alla virtù delle nostre banche continueranno a far presa, grazie alla crassa ignoranza di eletti ed elettori. Quello che mi pare si possa dire è che questa tornata di “suggerimenti” della Bce alle banche di tutta Europa sia un non-evento. Ben più rilevante, per i nostri piccoli nazionalisti, sarà il test dei pesantissimi rifinanziamenti a cui le nostre banche saranno chiamate, sia per sostituire il TLTRO della Bce (sperando ne arrivi un altro perché “siamo sovrani ed orgogliosi, assisteteci”) che, soprattutto, il fabbisogno MREL, cioè lo stock di titoli sacrificabili in caso di risoluzione, che le banche dovranno emettere nei prossimi anni. Il vero test, doppio, sarà quello. Quello, per il nostro sistema creditizio, rischia di essere il vero inverno (MS)

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