Salario minimo: la scala parametrale verso l’inferno

Qualche mese addietro mi sono occupato del disegno di legge pentastellato, a prima firma della senatrice Nunzia Catalfo, che punta a fissare un salario minimo legale. Iniziativa senza dubbio nobile ma che, per i modi in cui è declinata, finisce ad essere l’ennesima pietra sulla strada delle infernali buone intenzioni. Il rischio, oltre a fughe nel sommerso, è di far saltare la contrattazione collettiva. Vado pazzo per i piani ben riusciti.

Oggi su la Stampa si dà conto di uno studio di Confesercenti che denuncia l’effetto di ricaduta del salario minimo a 9 euro orari, lordi di imposte e contributi. L’inghippo si chiama “scala parametrale”. Come scrive Paolo Baroni nel suo articolo,

Non è stato infatti considerato l’«effetto cascata» che coinvolgerebbe tutti i lavoratori, visto che la scala parametrale inserita in tutti contratti nazionali prevede che vengano «mantenute» le distanze tra i vari livelli. Ne consegue che l’aumento innescato dal salario minimo si dovrebbe estendere a tutti. Secondo Confesercenti l’effetto dei 9 euro per tutti avrebbe un impatto molto pesante sui bilanci delle imprese.

Perché? Applichiamo il salario minimo di 9 euro al primo gradino della scala parametrale del contratto collettivo Terziario, Distribuzione e Servizi. Ipotizziamo che ciò produca un incremento di 1 euro rispetto alla situazione attuale (prendete la retribuzione mensile di un settimo livello di quel CCNL, dividetela per il numero di ore ed avrete all’incirca quella differenza). Ecco i calcoli:

Considerando infatti uno scarto medio di 1 euro sul minimo tabellare, l’incremento del costo orario per dipendente compresi i contributi (33%) sarebbe di 1,3 euro. Per ogni dipendente a tempo pieno, che in media lavora all’incirca 1.700 ore l’anno, la spesa annua arriverebbe a 2.200 euro l’anno. In realtà, visto che non tutti i dipendenti sono a tempo pieno e a tempo indeterminato, calcolando tutte le tipologie di rapporto l’incremento medio per Confesercenti scenderebbe a circa 1.000 euro l’anno. Per commercio e turismo, al lordo delle tasse, si tratterebbe quindi di un aggravio di circa 1 miliardo per le imprese solo per portare i minimi tabellari a 9 euro. Calcolando anche gli effetti a cascata dovuti alla scala parametrale, l’incremento di costi per le imprese del settore servizi (commercio, turismo, trasporti, immobiliari, attività professionali, di ricerca, comunicazione, sportive, artistiche, intrattenimento, servizi alle imprese, ecc. escluso attività finanziarie ed assicurative, sanità ed istruzione) arriverebbe a circa 7 miliardi.

Come si nota, la presenza delle scale parametrali nei CCNL causa un “effetto di propagazione” del maggiore onere, e il conto finale è ben superiore ai 3,2 miliardi stimati da Istat. Chissà se qualcuno dei firmatari del ddl Catalfo ha pensato a questo dettaglio “minore”.

Ma non è finita. Questo numeretto fisso, che non è chiaro perché si insista a voler inserire nella legge, andrebbe a terremotare la contrattazione collettiva, producendo l’effetto di disgregarla. La logica non fa una grinza, e forse per quello nessuno dei nostri legislatori se ne è curato, stante la nota allergia alla logica medesima. Per usare le parole ed i concetti della presidente di Confesercenti,

[…] se il valore minimo fissato dal legislatore fosse più basso di quello stabilito dai contratti collettivi, si correrebbe il rischio di disapplicazione degli stessi, poiché per le aziende il salario negoziale sarebbe considerato come un mero ed incomprensibile costo ulteriore; al contrario, se fosse più alto, l’ingerenza legislativa in tale campo determinerebbe uno squilibrio nella rinegoziazione degli aumenti.

Quindi, quel valore monetario di salario minimo legale andrebbe a far saltare la contrattazione collettiva fungendo da potente magnete ed ancoraggio al ribasso della retribuzione, che sarebbe opponibile anche ad eventuale ispezione del lavoro.

Senza contare che nella retribuzione complessiva ci sono anche elementi non monetari ma che rappresentano potere d’acquisto, come il welfare aziendale. A conferma che non stiamo parlando di argomenti avanzati da biechi sfruttatori del proletariato, segnaliamo che anche il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, vede questo ddl come il fumo negli occhi proprio perché non considera le componenti accessorie della retribuzione e rischia di spazzarle via, oltre a risucchiare verso il basso le retribuzioni.

A ben vedere, l’esito di una legge siffatta potrebbe essere quello di causare la distruzione dei contratti collettivi nei settori labour intensive a tutto vantaggio dei datori di lavoro. Queste sono le unintended consequences di fissare livelli di salario minimo elevati. Si tratta, mutatis mutandis, degli stessi effetti disfunzionali di un reddito di cittadinanza fissato sulla base della povertà relativa e non assoluta, con tutto quello che ne consegue in termini di riduzione dell’offerta di lavoro.

Però comprendo che una robusta dose di ignoranza (quella che porta a confondere salario minimo e paga oraria, ad esempio) e l’irresistibile richiamo di fare approvare leggi “esemplari” di equità porta a fregarsene degli effetti collaterali, sin quando i medesimi non si materializzano.

“Ma allora tu che faresti, sporco liberista affamatore di padri e madri di famiglia?”. Una cosa molto semplice: lasciare aggiustare domanda ed offerta di lavoro, anche mediante decentramento della contrattazione collettiva, e poi intervenire con erogazioni di welfare a sostegno dei working poors. Sarebbero soldi spesi bene, e di certo assai meglio di queste “misure bandiera” per piccoli demagoghi sudamericani italiani che ci fanno scendere le scale verso gli inferi. O più propriamente verso una cantina ormai sommersa.

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