Un autarchico fondo pensione integrativo Inps? Inutile e nocivo

Qualche informazione in più sul fondo pensione integrativo Inps che Pasquale Tridico vorrebbe creare, in una cornice keynesian-sovranista-autarchica. Spoiler: prima che nocivo, è inutile.

Oggi sul Messaggero c’è una intervista “programmatica”, o da fine anno (che poi è lo stesso), al presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. In essa torna, come prescrive il canovaccio, il pet project dell’economista di Roma Tre in quota M5S: un fondo pensione integrativo, gestito dall’Inps, che si aggiungerebbe all’offerta esistente ma differenziandosi da essa. Confesso che sinora avevo capito assai poco di questo progetto, forse per miei limiti o forse per penuria di dettagli. Che invece giungono, almeno in parte, in questa intervista.

Argomenta Tridico:

Il ministero del Lavoro sta pensando ad una legge delega nella quale inserire un fondo che sostenga, in modo anticiclico, le pensioni del futuro. Soprattutto quelle dei giovani con carriere non continue. L’idea è permettere a chi ha redditi bassi o instabili oggi di avere anche una pensione integrativa domani, con defiscalizzazioni maggiori, e strumenti che vadano ad integrare la pensione obbligatoria proprio per i periodi in cui si è versato di meno. Sarà possibile ad esempio anche aprire a una posizione per un figlio.

Qui si precisa meglio, credo, la finalità “anticiclica” del fondo pensione integrativo targato Inps. Nel senso che, se hai buchi contributivi, ti viene data opportunità di colmarli, con defiscalizzazioni maggiori. Riguardo agli “strumenti che vadano ad integrare la pensione obbligatoria proprio per i periodi in cui si è versato meno”, ora spieghiamo che potrebbe significare.

Prima di far ciò, però, credetemi: non serve creare addirittura un fondo integrativo. Basterebbe, ad esempio, fare due cose. La prima: visto che la deducibilità dal reddito dei versamenti al secondo pilastro è fissa in misura di 5.164,57 euro annui (i dieci milioni di vecchio conio), basterebbe legiferare che chi non ha versato causa inoccupazione potrà recuperare in proporzione la deducibilità.

Che significa? Semplice: che se sono iscritto ad un fondo pensione integrativo e faccio sei mesi di inoccupazione, potrò dedurre metà del plafond annuo (2.582 euro) negli anni successivi, quelli in cui avrò lavorato. Si potrà anche stabilire che quel recupero resti valido per l’intera vita lavorativa. Questa è la soluzione “privata”, nel senso che lo stato ci mette la deducibilità fiscale (che ha comunque un costo), ma è il lavoratore a doverci mettere i dindi. Solo che il beneficio fiscale non si resetta ogni anno ma viene reso cumulabile.

La seconda cosa fattibile appartiene invece al magico regno della “fiscalità generale”, quindi per definizione è ben più onerosa della soluzione di cui sopra: versamenti pubblici per i periodi di inoccupazione. Ovviamente, questa diverrebbe la base della “pensione di garanzia” di cui spesso si parla.

Riguardo invece ai versamenti dei padri a favore dei figli, ottima idea, mi piace molto. Peraltro qualcosa di simile già esiste, sia pure con precisi limiti (Tridico ne è informato?). Anche qui, però, non serve un fondo integrativo Made in Inps ma solo consentire ai genitori (o anche ad altri parenti, affini e benefattori, anche non consanguinei) di versare contributi integrativi a favore di terzi, ottenendone beneficio fiscale sino ad un tetto. Chiamiamoli “contributi sospesi”, come il caffè e non solo. Non è difficile, vedete?

Ma allora a che serve, questo benedetto fondo integrativo Inps? Tra poco lo vedremo (spoiler: a nulla nella migliore delle ipotesi o a farsi molto male nella peggiore), per ora ecco le linee guida di Tridico:

Il fondo avrebbe anche la funzione di canalizzare le risorse del fondo nell’economia del Paese e non all’estero. Un ruolo fondamentale potrebbe essere svolto da Cassa Depositi e Prestiti, che per sua natura conosce le necessità dell’economia italiana e del suo sistema produttivo e sarebbe, quindi, in grado di indirizzare tali investimenti laddove ve ne sia più bisogno e in quei settori che presentano le maggiori opportunità di crescita e di rendimento.

Intanto, vediamo che anche Tridico si iscrive alla ormai folta schiera dei patrioti anti-diversificazione degli investimenti, cioè quelli che mettono tutte le uova nello stesso paniere, quello italiano. È quasi affascinante, questa ribellione contro il senso comune, prima che contro le norme di base della costruzione e gestione di portafoglio. Servirà legiferare per introdurre il reato di “disfattismo finanziario”, per evitare che la gente investa i propri risparmi “all’estero”. Qui non dovrebbe essere difficile: abbiamo la vasta letteratura argentina e venezuelana, a supportarci.

Menzione d’onore per il ruolo di CDP, elevata a cane da tartufi d’investimento rigorosamente domestico. Ma, nella foga di dare vita alla sua statua equestre, Tridico incespica nella logica. La CDP deve “indirizzare investimenti laddove ve ne sia più bisogno”, ma anche “in quei settori che presentano le maggiori opportunità di crescita e rendimento”.

Notate il punto? Ve lo indico: da un lato, “bisogno”; dall’altro, “crescita e rendimento”, cioè mercato. In caso non lo coglieste, mi corre obbligo di segnalarvi che non è affatto detto che il “bisogno” abbia potenziale di redditività, soprattutto se definito come spesso piace alla politica. Se un progetto ha valore attuale netto positivo, quell’investimento ottiene fondi privati. Ah, l’egoismo!

Detto in altri termini: se ci fosse un “bisogno” con potenziale di redditività, il mercato andrebbe a soddisfarlo, anche piuttosto rapidamente. So quello che state pensando: “a-ha, ecco allora un fondo che agirà in tutti quei casi di mitologico fallimento di mercato!”

Che devono essere davvero tanti, e tutti concentrati in Italia, almeno a leggere le dichiarazioni dei nostri politici. Ebbene no, cari amici, le cose non stanno in questi termini: il mondo non sovrabbonda di fallimenti di mercato che attendono solo che soldi pubblici arrivino in soccorso, per poi far sgorgare dalla cornucopia fiumi di denaro.

Vorrei tacere, per carità di patria ma anche di scienza e conoscenza, sulla concentrazione di investimenti in Italia. Ammesso e non concesso che le norme europee lo consentano (forse non ci sono norme europee contro la stupidità), vorrei conoscere i babbei che mettono tutti i loro soldi in questo paniere-paese. O forse li conosco: sono per caso gli azionisti ed obbligazionisti della Banca Popolare di Bari e degli altri casi di sbancamento per fallimento di mercato truffa? Forse è così, forse ci sono davvero molti milioni di italiani che sbavano per farsi depredare.

Come che sia, e mentre attendiamo questo disegno di legge delega scritto a quattro mani tra Tridico e la ministra Nunzia Catalfo, ci tengo a segnalarvi che un fondo pensione integrativo a marchio Inps non serve a nulla, se non a causare disastri ed alimentare qualche ego lievemente ipertrofico. Il problema delle carriere contributive discontinue può invece essere affrontato sin da subito, e questa è oggettivamente una buona notizia.

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