Più tasse a chi lavora da casa? Nuove frontiere gabelliere

Più tasse a chi lavora da casa, per sostenere chi lavorava grazie alle presenze in ufficio? Attenzione ai riflessi gabellieri pavloviani. E a non ingessare la società

Oggi inganniamo il tempo analizzando una proposta che potrebbe venire da un think tank progressista italiano, di quelli che vedono presupposti d’imposta a ogni angolo di strada e invece viene dagli economisti di una banca internazionale, Deutsche Bank. Lo facciamo perché, quando la pandemia sarà alle spalle, ci sarà da ridurre un bel po’ di debito, e quindi iniziamo a prendere appunti. In realtà, al momento la visione di consenso ipotizza una crescita post pandemia ben superiore al costo del debito, quindi quest’ultimo dovrebbe calare spontaneamente, a parte paesi a rischio come l’Italia, ma il dibattito si è spostato sui cambiamenti strutturali agli stili di vita e di lavoro. E su quelli si valutano le immancabili gabelle.

La proposta di Deutsche Bank Research, si diceva. Ve la faccio breve: chi lavora da casa paghi più tasse. I motivi? Chi lavora nella propria comfort zone domestica ha un abbattimento dei cosiddetti costi per la produzione del reddito, quali spostamenti e pasti fuori casa. Mettiamoci anche abbigliamento. E quindi? Dove sta il presupposto della maggior tassazione?Secondo Luke Templeman, l’analista della banca tedesca che firma la nota di ricerca,

Questo è un grande problema per l’economia, perché sono serviti decenni e secoli per costruire la più ampia infrastruttura aziendale ed economica che supporta il lavoro faccia a faccia.

Confesso che non mi è chiarissima, questa considerazione antropologica. Se dovessi tradurla brutalmente, direi che si riconduce a tutto quello che è “contesto” del lavoro in presenza. Ad esempio, ristorazione, trasporto pubblico, attività di servizi alla persona in senso lato e collaterali al lavoro in presenza.

Il presupposto d’imposta è quindi che l’home working è qui per restare, anche a pandemia neutralizzata, e di conseguenza avremo una pesante ricaduta su molte attività economiche, che andranno quindi sostenute durante la transizione. C’è persino l’ipotesi di gettito: con aliquota del 5% della retribuzione, negli Usa si raccoglierebbero 48 miliardi di dollari, in Germania 16 miliardi. Bingo, no?

E chi deve pagare? L’azienda, in caso non metta a disposizione del lavoratore il desk fisico, o il lavoratore stesso, per i giorni di lavoro da remoto volontariamente scelti. A parte i vasti margini di elusione per collusione tra azienda e lavoratore, che svuoterebbero l’applicazione dell’imposta, vediamo allora come replicare a questo approccio tassaiolo quasi italiano di un analista anglosassone di una banca tedesca.

In primo luogo, ci si attende che la transizione verso l’home working, a pandemia neutralizzata, sia comunque graduale, quindi è verosimile attendersi che il contraccolpo sui settori che finiranno ridimensionati possa essere gestibile. Poi, una persona che lavora da casa, avendo meno oneri per la produzione del reddito, ha un reddito disponibile più elevato, prima e dopo le tasse. Quindi possiamo ipotizzare che quel maggior reddito torni in circolo, sotto forma di consumi, che sorreggerebbero altre “infrastrutture” economiche.

Ad esempio, per la ristorazione, più delivery che take away o consumazione al tavolo. Quindi più dark kitchen che tavoli di ristorante. Per i trasporti pubblici direi che arriveremmo finalmente a un dimensionamento umano dell’offerta rispetto alla domanda ridotta, ma non vorrei essere troppo italianamente autocentrato. Sulla mobilità più in generale, è verosimile avere meno business trip (forse), ma non credo esista motivo per pensare che i flussi turistici verranno sostituiti da video-visite ai resort.

Vorrei parlare anche del migliorato equilibrio tra tempi di vita e di lavoro che l’home working consente, almeno ai fortunati che possono permetterselo. Tema che di solito fornisce occupazione agli organizzatori di congressi sulla conciliazione di vita e lavoro e ai loro fornitori di catering (questa è ironica ma non troppo). Interessante che questo miglioramento, materiale e di qualità della vita, rappresenti un presupposto a nuove tasse, per gli analisti che firmano la nota.

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Ma forse tali analisti sono preoccupati per il crollo di gettito da accise conseguente alla ridotta mobilità da pendolarismo con mezzi propri. Dovreste apprezzare, in tal caso, che non vi facciano il solito discorso su “affamare la bestia” mediante taglio di tasse che costringe a tagliare le spese. Vedete che, alla fine, anche analisti di una spietata banca d’affari possono avere una sensibilità sociale? Se così fosse, l’approccio mi ricorda le super tasse sulle sigarette elettroniche per compensare le minori entrate da ridotto consumo di tabacco, a voi no?

Certamente ha senso sostenere i lavori e i lavoratori colpiti da eventi avversi, ma è preferibile ragionare quando la polvere si è posata, cioè a fine pandemia. Potremmo scoprire che il lavoro da casa innesca una serie di attività economiche più o meno nuove e tali da produrre comunque crescita, e gettito d’imposta. Prima di mettere mano a nuovi tributi, il cui presupposto è limitato solo dalla umana fantasia e che tendono a persistere pur se applicati in modalità “transitoria”, spesso ostacolando la resilienza del sistema economico, forse conviene fermarsi a prendere un bel respiro profondo. Anche se siete strapagati analisti di banche d’affari. Dopo di che, concordo sulla criticità umana di ogni transizione, come scrivo da tempi non sospetti.

Tutto ciò premesso, da questo momento inizia l’attesa del primo politico o sindacalista italiano che abbraccerà entusiasticamente la proposta.

Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay

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