Il vero rischio di stigma per l’Italia è quello della bassa crescita

Mentre prosegue lo stucchevole e spesso surreale dibattito sul MES, ricordiamo qual è il vero stigma da cui l'Italia è da molti anni afflitta

di Mario Seminerio – Domani Quotidiano

Sembra trascorsa un’era geologica da quando il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, sognava a occhi aperti una manovra a saldo zero. Come ogni anno, ci sono incognite relative ai conti dell’anno successivo ma, ancor di più, al quadro del triennio dipinto dalla Nota di aggiornamento al Def (Nadef).

Riguardo al 2020, si nota un lieve miglioramento del deficit, di circa tre decimi di punto percentuale (al 10,5 per cento), per effetto di migliore andamento delle entrate tributarie e di sfasature negli esborsi della cassa integrazione, ma sono dettagli minori in un quadro che resta fosco, soprattutto alla luce della nuova ondata pandemica, che mette a rischio la prevista crescita del 6 per cento nel 2021, con tutto ciò che rischia di conseguirne in termini di buco di entrate.

Non mancano le abituali raschiate al fondo del barile, ad esempio con minore spesa per interessi grazie alla discesa dei rendimenti sul debito pubblico. Che tuttavia è sempre una variabile ad alto rischio di brutte sorprese. Unica certezza, ci sarà chi parlerà di “tesoretti” di minore deficit da utilizzare.

Tornando alla Nadef ed ai suoi vaticini, in essa si scorge un classico delle previsioni italiane di finanza pubblica. Il prossimo anno non andrà bene, ma dal successivo inizia la rimonta. Soprattutto c’è il crollo “spontaneo” del rapporto debito-Pil, solo grazie ad una crescita nominale che eccede il costo medio del debito.

Di solito, le cose non vanno in questi termini e si resta condannati al cappio dell’avanzo primario, che molti politici italiani vedono come una sorta di raccolta a punti per ottenere in premio più deficit, e non per quello che è: la dimostrazione che la politica economica è incapace di far crescere il paese più del costo del debito, e che siamo quindi condannati a tirare il freno per tenere sotto controllo il nostro merito di credito.

QUESTIONE DI STIGMA

In un momento in cui si parla di stigma riferendosi all’eventuale ricorso al Mes pandemico, discussione che pare l’ennesimo diversivo teatrale per non parlare delle cose serie, sarebbe opportuno che la politica avesse ben chiaro che lo stigma italiano è uno ed uno solo: essere l’unico paese dell’Eurozona con crescita inferiore al costo del debito, e che di conseguenza sperimenta aumento spontaneo dell’indebitamento.

E mentre alcuni nostri ministri ed esponenti di maggioranza sono impegnati in sogni in cui, coi soldi dei contribuenti degli altri paesi, l’Italia lancia una propria Netflix, altri hanno deciso che la linea del Piave è il bonus del 110 per cento sulle ristrutturazioni edilizie.

Si può comprenderne la motivazione psicologica, in quel numero che ricorda tanto il moto perpetuo di cui la nostra politica non riesce a fare a meno. Una specie di moltiplicatore di antimateria, quello che ci rende ricchi facendo più spesa.

I tempi della politica, si sa, sono brevissimi, spesso non eccedono una consultazione elettorale locale, quindi per ora pare aver prodotto scarsa eco la decisione spagnola, che segue quella portoghese, di iniziare a utilizzare i sussidi a fondo perduto del Next Generation EU, riservandosi di decidere se utilizzare, tra almeno tre anni, i prestiti europei.

Nel momento in cui i mercati sono tranquilli, ritenendo che la Bce farà tutto quello che serve per agevolare l’assorbimento di nuovi debiti nazionali, il Next Generation Eu rischia quindi di essere vittima del proprio successo, e di non produrre l’impatto espansivo auspicato al momento della sua creazione.

POTENZIALE RIDOTTO

Dietro la decisione portoghese e spagnola può effettivamente esserci la paura di uno stigma vero, su importi di debito molto elevati, che porterebbe a un controllo pervasivo della Commissione europea sui conti nazionali.

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Può anche esserci il convincimento che lo spazio fiscale per investimenti si produrrà spontaneamente, data una crescita superiore al costo del debito. Ma se i fondi europei verranno usati solo per la parte di sovvenzioni, per coprire quello che si ritiene essere debito transitorio, e per contenere il costo del debito, è evidente che il potenziale espansivo derivante da debito aggiuntivo finalizzato a investimenti innovativi rischia di essere pesantemente diluito.

Anche l’Italia, senza usare la grancassa per comunicarlo, ha deciso di mettere a bilancio prima le sovvenzioni. Il ministro Gualtieri lo ha detto esplicitamente, giorni addietro.

Restano le solite scomode realtà: l’Italia è sul podio della triste classifica dei paesi più colpiti economicamente dalla pandemia, come si evince dai documenti nazionali di bilancio inviati a Bruxelles. Maggiore sprofondo durante la crisi, minore rimbalzo durante la ripresa. Questa è la conformazione della nostra economia, e non da oggi.

Inseguire miraggi (o allucinazioni) come la pioggia di denaro europeo che dovrebbe dissetarci, scordando che prima serve liberare l’economia e non ingessarla di norme per lo più ideologiche, è la premessa a risvegli molti duri.

(Pubblicato il 21 ottobre 2020)

Foto da pagina MEF su Facebook

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