La PA e la partita di giro che non lo era

Perché la spesa per stipendi pubblici non è una partita di giro, né in senso contabile né in quello economico. Fuori dagli slogan, resta l'imperativo a renderla efficace ed efficiente

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

nel rumore di fondo che accompagna da sempre le questioni connesse alla spesa pubblica e, in particolare, nello sterile dibattito sulla divisione sociale tra dipendenti pubblici e “resto del mondo”, sta avendo particolare successo la formuletta secondo la quale i dipendenti pubblici non pagano le tasse ma sono pagati con le tasse, in quanto l’Irpef a loro carico sarebbe una semplice partita di giro.

Queste affermazioni, per la loro suggestione, sono accattivanti e convincenti. Ma non sono corrette sul piano contabile, né su quello economico. Soprattutto, tendono a rendere ancor più difficile il mantenimento della barra dritta su misure che possono e debbono essere adottate nei confronti dei lavoratori pubblici, perché l’idea che essi non paghino le tasse sottintende la loro appartenenza ad un malefico apparato parassitario.

Esaminiamo l’affermazione secondo la quale si tratterebbe di partite di giro sul piano strettamente contabile e, quindi, alla luce della contabilità pubblica.

Le “partite di giro”, contrariamente a quel che si possa immaginare, non sono un saldo tra entrate e uscite. Esattamente all’opposto, le partite di giro sul piano contabile sono neutrali e non concorrono ai saldi.

Si tratta, nella sostanza, di movimentazioni finanziarie per conto di terzi, che trovano corrispondenza tra entrate ed uscite, che sono di pari importo.

Le partite di giro, inoltre, non comportano discrezionalità ed autonomia decisionale: l’entrata è vincolata alla connessa spesa. Nei bilanci, quindi, le partite di giro sul lato dell’entrata non consentono agli enti di utilizzarle liberamente per finanziare le spese.

Basterebbe fermarsi qui: infatti, nel bilancio dello Stato l’entrata dell’Irpef da redditi da lavoro dei dipendenti pubblici non è correlata, né vincolata a nessuna specifica spesa. Allo stesso modo, la spesa per redditi da lavoro dipendente, non transita temporaneamente in misura pari all’Irpef (che ovviamente è minore della spesa complessiva per lavoro dipendente).

Nei bilanci delle singole amministrazioni, come ad esempio gli enti locali, l’Irpef connessa al lavoro dei dipendenti fa parte delle entrate per partite di giro. Questo smentisce l’assunto iniziale? No. È solo per l’ente locale che l’Irpef costituisce una partita di giro, perché un comune nella veste di sostituto di imposta la gestisce per conto terzi; e il “terzo” in questo caso è lo Stato, alla cui tesoreria vanno riversate le ritenute operate, che si rinvengono nei bilancio nella parte spesa, sempre tra le partite di giro.

Ma lo Stato non ha “terzi” ai quali a sua volta trasferire l’Irpef. Che quindi non va nelle partite di giro, ma nell’entrata. E lo Stato può utilizzare le entrate erariali, tutte le entrate erariali, compresa l’Irpef e quella parte di Irpef che proviene dai dipendenti pubblici, per decidere con totale discrezionalità quale spesa finanziare.

Dunque, sul piano strettamente contabile, alla luce delle regole di contabilità, l’Irpef dei dipendenti pubblici non è e non può essere una partita di giro.

Si potrebbe osservare, allora, che se non lo è sul piano strettamente giuridico-contabile, lo sia sul piano sostanziale, perché comunque la spesa per le retribuzioni pubbliche è finanziata dalle imposte e tasse, quindi l’Irpef pagata dai dipendenti pubblici comunque è al tempo stesso un’entrata ed una spesa.

Ma, poiché le partite di giro debbono avere pari importo in entrata e in uscita e questo non accade, anche questa considerazione di “naso” e “buon senso” non è corretta.

Proviamo a immaginare che tutti i dipendenti pubblici improvvisamente siano messi a part time ridottissimo e che il loro reddito annuo vada al di sotto del minimo annuo imponibile (euro 8.145, corrispondenti a un’imposta lorda pari o inferiore alle detrazioni spettanti ai sensi dell’articolo 13 del D.P.R. n. 917/1986). Nel bilancio dello Stato si evidenzierebbe solo la spesa per redditi da lavoro dipendente delle pubbliche amministrazioni, mentre nella parte entrata l’Irpef da lavoro pubblico sarebbe pari a zero.

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Che dire, ora, Titolare, del messaggio subliminale sottinteso alla considerazione che i dipendenti pubblici in quanto non pagano tasse ma sono pagati con le tasse, assumono le odiose vesti di altrettanti vampiri improduttivi, mantenuti dalla parte veramente produttiva del Paese?

Questo messaggio subliminale parte da una premessa logica implicita: il lavoro dei dipendenti pubblici non serve a nulla, quindi le tasse pagate allo Stato sono semplicemente un ladrocinio, specie per quella parte che va a finanziare le retribuzioni dei nullafacenti.

Immaginiamo, allora, un mondo perfetto (agli occhi di chi propone questi ragionamenti) nel quale non vi sono imposte e tasse da pagare. Ovviamente, non può nemmeno esservi uno Stato (né alcun ente territoriale) né un apparato amministrativo che eroga servizi.

Se lo Stato e l’apparato amministrativo vi sono, i servizi sono, come dire, “pre pagati” dalle imposte. Viene costruita una scuola in un comune, ma nessuno chiede soldi; viene erogata una prestazione sanitaria, ma al massimo si paga il ticket come compartecipazione; si effettua il deposito di un bilancio, ma si pagano diritti fissi.

Nel mondo ideale, senza tasse, per costruire una scuola, occorre che i cittadini di quel comune, interessati alla costruzione di quella scuola, paghino l’appaltatore che la realizza: ciascuno di loro dovrebbe accollarsi una parte del costo (e auguri a trovare l’accordo). Senza tasse, la prestazione sanitaria richiesta verrebbe pagata a prezzo di costo (c’è o no qualche differenza della spesa che si affronta tra la visita resa dal sistema pubblico, e quella ambulatoriale privata, anche in intra moenia?). Senza tasse, l’iscrizione a scuola dovrebbe coprire tutti i costi, compresi quelli per gli stipendi dei docenti.

Non si pagherebbero più tasse ma si dovrebbe pagare a prezzi di mercato ogni singolo servizio o prodotto del pubblico, che oggi non ha costi unitari, se non alcuni diritti fissi: perfino una carta di identità verrebbe a costare decine o centinaia di euro.

Nel mondo imperfetto con le tasse, queste spese vive connesse ai servizi ed ai singoli prodotti dell’attività amministrativa non si affrontano. Le tasse servono a ripartire tra tutti i costi generali delle attività di interesse pubblico, in modo che detti costi non gravino su ciascun singolo individuo in modo tale da non poterli sostenere (si pensi all’esempio trito e ritrito della sanità Usa, non propriamente alla portata di tutti).

Il lavoro pubblico, dunque, produce servizi e valore aggiunto. Il problema è che non si è in grado di valutare esattamente questo valore. Altro problema connesso, è che si ha la sensazione di un peso della pressione fiscale eccessivo in assoluto, ma ancor di più se messo in relazione alla qualità dei servizi erogati dal sistema pubblico.

Viene da pensare, allora, Titolare, che parlare di dipendenti pubblici che non pagano tasse o di partite di giro sia l’ennesimo modo per sviare l’attenzione dai temi reali: la produttività del lavoro (in generale e pubblico in particolare), la verifica della qualità dei servizi, la misurabilità dei risultati del lavoro pubblico.

Queste considerazioni di Luigi sono molto lineari ma temo non riusciranno a scalfire un ormai radicato luogo comune. Per chi se la sente di sforzarsi, viene spiegato l’aspetto della definizione di “partita di giro”; in senso formale, cioè giuridico e di contabilità pubblica; e sostanziale, quello che tenta di rispondere alla narrazione della cosiddetta partita di giro del lavoro pubblico. Sotto quest’ultimo aspetto, viene illustrato il caso dell’acquisizione di beni a regime di mercato da parte dei cittadini della comunità di Anarcolibertopoli. Ma che dire dei costi di amministrazione di giustizia e difesa?

Quindi, la sintesi è che parlare di “partita di giro” serve solo a fare propaganda, non fa evolvere il discorso verso forme di efficientamento della pubblica amministrazione e, in ultima istanza, perpetua lo status quo. Ottimo quindi per l’abituale canea italiana. Dopo di che, come ho già detto, facciamo attenzione alla soglia critica di spesa per lavoro pubblico e pensioni, quando finisce a essere dominante su quella privata, perché quello è il vero punto di non ritorno. (MS)

Foto di János Bencs da Pixabay

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