Stringiamoci a coorte, il Recovery chiamò

Tutto come previsto: arriva un irripetibile bottino (in prestito), crescono gli spasmi per sedersi a tavola, tornano in scena le "eminenze grigie" dei partiti

Lo stagno italiano delle eminenze grigie

Oggi vorrei ammorbarvi con un’analisi politologica spicciola e molto italiana, di quelle assai semplici e prevedibili. Prendo le mosse dagli stucchevoli spasmi di maggioranza (e opposizione) e dal relativo e conseguente profluvio di interviste, letterine, elucubrazioni che, distillate dalle menti più fini del nostro cortile declamatorio, finiscono giornalmente nella buca delle lettere della nostra libera stampa. A proposito, ma anche a voi suscitano ribrezzo le “pilloline” video in cui alcuni politici recitano a memoria il compitino in massimo trenta secondi, con un iscritto all’Ordine dei giornalisti che regge loro il microfono in assenza di contraddittorio?

Lo stagno italiano è tornato a fermentare pesantemente, in queste settimane. Non serve essere scienziati della politica per comprendere che questo esito era prevedibile e che il gracidio sarebbe diventato frastuono all’approssimarsi dei dindi del Recovery Fund.

La maledizione delle risorse (a debito)

Sino a quel momento, l’Italia aveva un premier che riusciva ad ammansire le fiere, neutralizzandole perché, quando non c’è nulla da dividere e condividere, è meglio tenere profili bassi e tirare a campare. Ieri ho letto un editoriale di Tito Boeri e Roberto Perotti in cui mi ha molto colpito un parallelo con i soldi del Recovery Fund:

In economia c’è un fenomeno noto come “la maledizione delle risorse naturali”: quando un Paese in via di sviluppo scopre importanti risorse naturali (oro, diamanti, petrolio, minerali) invece di prosperare si impoverisce. La scoperta scatena una guerra di tutti contro tutti.

Perfetto, ecco il punto. Abbiamo “vinto” il jackpot (cit.) che certifica che l’Italia è un paese in via di impoverimento, non solo a causa di una pandemia, e che quindi punta a diventare beneficiario netto dei fondi europei, ed ecco che la scena si rianima, tornano le guerre per bande e le grandi elaborazioni dei consiglieri politici, piccoli Richelieu e Mazzarino de noantri.

Tutto ciò genera rimescolamento di carte, sempre entro la cornice del parlamento in corso, e picchi di dichiaratite, nota malattia italiana ormai mutata in dichiaratosi a confermarne la natura degenerativa. Spuntano, come si diceva, eminenze grigie a narrare di alleanze internazionali cambiate mentre si invocano casus belli e ci si gonfia di ardore progettuale mentre torme di giornalisti tentano di mettere il microfono sempre più vicino alla gola del momento.

Parlare al giornale perché suocera intenda

Dopo le ponderose letterone e intervistone ai giornali del Pd Goffredo Bettini, la cui aumentata frequenza d’invio è segnale inequivocabile della sopracitata fermentazione dello stagno, oggi sul Corriere c’è un’intervista di Antonio Polito a Giancarlo Giorgetti, vicesegretario della Lega. Credo si tratti di una eccellente rappresentazione dello iato esistente tra pensiero, parole e fatti, oltre che della disperata gestione di dissonanze cognitive, pur se provenienti da un dirigente politico che talvolta mostra senso comune e realismo. Prendete questa osservazione di Giorgetti:

Al governo c’è una banda di incapaci, che si tiene in piedi solo grazie a una favorevole congiunzione astrale. E l’opposizione è ancora una compagnia di ventura, vincerà a mani basse le prossime le elezioni, quando ci saranno, ma non è pronta a governare. È come se il centrodestra di oggi avesse paura di un altro centrodestra, diverso, che invece è proprio quello che serve all’Italia.

Tutto molto bello, se non fosse che ad ogni legislatura c’è una maggioranza pro tempore che arriva al governo al grido “facciam, facciamo” e poi si logora inesorabilmente, squagliandosi al calore della realtà. Se non fosse che, appunto, a questo giro c’è un bottino enorme, equivalente alla scoperta di un grande giacimento di risorse naturali. Un giacimento in prestito ma sono dettagli.

Quale sarebbe, “il centrodestra di oggi” che avrebbe “paura di un altro centrodestra, quello che serve all’Italia”? Quello già assemblato da Berlusconi trent’anni addietro, a colpi di desistenze locali e spartizione degli ultimi brandelli rimasti di spesa pubblica? Quello reiterato da Salvini, puntando su condoni a ripetizione (l’arma del vecchio Silvio), perché in effetti questo paese è davvero ricco di miniere ma di nero?

Oppure la sua variante, “dateci i soldi o ci facciamo esplodere in una stanza di cemento armato”, non prima di aver mandato avanti alcuni nostri lucidi pensatori a chiedere la cancellazione del debito da parte della Bce? Ah, saperlo.

Il Fattore L

Segue elogio del Capo:

[Salvini] Deve utilizzare questo non breve tempo per uscire dal personaggio che gli hanno cucito addosso, e acquisire l’affidabilità di uomo di governo, interna e internazionale. É una sfida anche per lui. Il suo straordinario successo politico è stato infatti costruito fuori dal Palazzo, nei social e nelle piazze, e questo lo spinge giustamente a non fidarsi del Palazzo e delle sue manovre. Ma per governare l’Italia ci vogliono alleanze e credibilità, non basta un forte consenso elettorale. Anche il Pci ce l’aveva, ma non l’hanno fatto mai neanche avvicinare al governo.

La Lega come il Pci, ecco. Un nuovo Fattore K che questa volta si chiama Fattore L. E pazienza che la Lega sia stata al governo da un trentennio a questa parte, nelle sue incarnazioni oscillanti tra secessionismo e nazionalismo localista da felpa con nome del quartiere. Tutto, pur di tenere unito con lo sputo un paese che si sta dissolvendo nei debiti-mancia da grande ammucchiata. E poi il solito mito dell’Uomo Nuovo ed esterno alla politica politicante, che in fondo vive di politica da soli trent’anni; che sono anche pochi, rispetto ad un’era geologica.

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E che si fa, quindi, di fronte a questo gigantesco bottino in prestito che sta per riversarsi sul nostro unico ed eccezionale paese? Ci si annusa in parlamento, si rimescolano le carte, si cercano alleanze alte e nobili, magari con qualche piccolo Machiavelli fallito che tuttavia persiste ad avere una abnorme opinione di sé. Non temete, contradaioli d’Italia: sono alleanze puramente tattiche, noi siamo differenti da loro.

Mi chiamo Mario, risolvo problemi

E poi, immancabile, la figura che consente alle fazioni di decantare, riorganizzarsi e consumare una rapida Quaresima: il Tecnico a Palazzo Chigi. “Devo risolvere una crisi grande, mi serve un tecnico grande”, dicono molti piccolissimi Richelieu. Non serve un tecnico grande ma un Grande Tecnico, direbbe lo spot del pennello fallito. E chi meglio di Mario Draghi, il Messia suo malgrado, il sogno bagnato e la più coprente foglia di fico della fallita classe politica italiana?

Tutti dietro a Mario, che risolve problemi. Poi, a poco a poco, mentre il “risanamento” avanza, ci smarchiamo, avanziamo distinguo, invochiamo il “ritorno della democrazia”, “e poi questo Draghi stava sul Britannia, signora mia” e oplà, torniamo in pista. Affare fatto, dunque? Forse sì, ma prima di allora serve capire chi si spartirà il bottino in arrivo: meglio che sia in un quadro di ritrovata pacificazione nazionale, tra maggioranza pro tempore e opposizione pro tempore. S’avanzi quindi il PSD, il Politico Saggio e Dialogante, quello che non guarda alla propria botteguccia ma al Bene del Paese, e abbondiamo di maiuscole.

Tra rane di Fedro e cavie impazzite di un laboratorio radioattivo, la storia della penisola italiana resta quella in cui crisi di sistema incrociano crisi economiche; una fertilizzazione incrociata che solo un idiota mancherebbe di vedere. Click to Tweet

P.S. Una affettuosa nota di merito per Polito, che si spinge a credere (o a suggerire, a seconda dei punti di vista) che la Lega possa diventare “altro”, con uno spericolato parallelo con la “maturazione” centrista della Spd in Germania negli anni Sessanta, dentro la Grande Coalizione. Piccolo dettaglio: in Germania votano i tedeschi, in Italia gli italiani. I partiti sono sempre e comunque il distillato dello Spirito del Tempo (e del Luogo). Purtroppo per noi.

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