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Brexit: non esiste indipendenza ma solo differente interdipendenza

Il lieto fine che non lo sarà

Se vi siete persi, nel turbine di negoziati e scadenze perentorie ma non troppo, proviamo a fare qualche considerazione sullo stallo corrente delle trattative sulla Brexit, il tormentone che da oltre quattro anni sta per risolversi a breve, a colpi di invalicabili scadenze. Ora, a tredici giorni dall’uscita definitiva dei britannici da mercato unico e unione doganale, siamo al negoziato diretto tra Boris Johnson e Ursula Von Der Leyen su due punti specifici, sempre quelli: i diritti di pesca e gli aiuti di stato.

Sulla pesca, poco da dire: Londra vorrebbe negoziati annuali sulla attribuzione di quote di pescato ai paesi costieri Ue i cui pescherecci entrano in acque britanniche. Dal primo gennaio, il Regno Unito diverrà “stato costiero indipendente” (pensate che carico simbolico c’è in questa denominazione), e tornerà ad avere il controllo di chi può pescare quanto e cosa nelle proprie acque. Questione complessa, per comprendere meglio c’è questo ottimo explainer della BBC.

Addio, e grazie per tutto il pesce

Il punto vero, quello dirimente e quindi di blocco, è che gran parte del pescato dai britannici viene esportato, e di questo export circa i tre quarti finiscono nella Ue. Oltre al fatto che i pescherecci dei paesi Ue hanno da secoli bisogno delle ricche acque territoriali britanniche, per sopravvivere.

Londra argomenta che la questione del diritto di accesso alle proprie acque territoriali non dovrebbe avere nulla a che fare con l’accesso ai mercati, la Ue afferma il contrario. Il principio britannico è piuttosto singolare, visto che pare postulare la mitologica “ripresa del controllo” à la carte. Ma tant’è, sono le gioie del sovranismo indipendente (dalla realtà) in un mondo condannato all’interdipendenza.

Il settore della pesca pesava, nel 2018, per lo 0,1% sia dell’economia britannica che di quella dell’Ue. Per la prima, si tratta di 784 milioni di sterline, a fronte (ad esempio) di 132 miliardi di sterline per il settore dei servizi finanziari. Ma si tratta di un settore altamente simbolico e numerose comunità costiere, tra le due parti, vivono di pesca. Si pone poi anche il tema della cooperazione “qualitativa”, cioè sulle specie del pescato, che è questione tutt’altro che marginale.

Altro punto dirimente, e che verosimilmente verrà usato per prolungare il negoziato, è quello sul mantenimento dello status quo. In pratica, per quanti anni varranno le regole ereditate dalla politica comune sulla pesca, prima di finire “in mare aperto”, con un nuovo accordo bilaterale pienamente operativo. Un modo per creare una proroga negoziale surrettizia, che sarà sfruttato per calciare la lattina più in là, almeno sulla pesca.

Gli aiuti di Stato

L’altro grande contenzioso è il tema degli aiuti di Stato, il cosiddetto level playing field. Nelle ultime ore, dal confronto Johnson-Von Der Leyen, pare uscire una nuova recriminazione britannica: la Ue non intende considerare come aiuti di stato quelli provenienti da Bruxelles. In tal modo, afferma Johnson, tutto il Recovery Fund sfuggirebbe ai radar e potrebbe essere usato, ad esempio, per lo sviluppo dell’auto elettrica, distorcendo la concorrenza senza che i britannici possano attuare misure ritorsive di protezione del proprio mercato.

In stretta connessione al level playing field c’è poi la gestione delle dispute: quando e come è lecita la rappresaglia commerciale, quale sarebbe la struttura arbitrale ultima. Se e e quando, ad esempio, una delle due parti potrà lecitamente attuare una ritorsione colpendo un settore che nulla c’entra con la disputa ma che è quello che infliggerebbe più dolore alla controparte? E che ruolo arbitrale per la Corte europea di Giustizia, che i britannici vedono da sempre come il simbolo malvagio del proprio presunto vassallaggio alla Ue? Un groviglio impressionante, che difficilmente si risolverà con un eventuale accordo dell’ultimo minuto tra le parti.

E qui, al netto della mossa tattica da ultimo minuto, non si può non considerare la differente massa critica dei due contendenti, ad esempio sulle spese per ricerca e sviluppo. Che tali spese abbiano ricaduta produttiva, è nell’ordine delle cose. E sulla ritorsione incrociata, se hai di fronte un mercato da mezzo miliardo di persone, è dura che tu riesca a prevalere. Con buona pace dei puristi del libero scambio.

Un episodio di deglobalizzazione

Ho esposto i termini della questione in modo volutamente ipersemplificato, naturalmente. Solo per dare il flavour del casino apocalittico creato dalla Brexit. Comunque vada, le certezze le abbiamo davanti da sempre: questo è un episodio di deglobalizzazione, e come tale causerà danni, certamente a entrambe le parti coinvolte ma, data la differenza dimensionale, più al Regno Unito che alla Ue. Anche al netto dell’uso di navi da guerra per proteggere le proprie acque, e non sapere poi a chi vendere il pescato.

Anche per questo, sarebbe utile prendere atto e coscienza che il concetto di “recupero di sovranità” non significherà mai, in alcun caso, indipendenza ma differente interdipendenza. E che, in quel caso, i rapporti di forza diverranno decisivi.

Anche per questo motivo, per annettere valore “pedagogico” al referendum del 2016, oltre che per rispettarne lo spirito, ribadisco che unico esito coerente è una Hard Brexit, col Regno Unito fuori dal primo gennaio sulla base delle tariffe dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Questo sarebbe l’unico modo per creare un “foglio bianco” a partire dal quale il Regno Unito cercherà il proprio modello di sviluppo nel mondo. Nel frattempo, perderanno tutti ma non tutti allo stesso modo.

Non credo andrà così, anche a costo di avere l’ennesimo extra-time, ma quello che è certo è che anche in caso di “lieto fine”, non ci sarà alcun lieto fine.

Aggiornamento del 24 dicembre 2020: Habemus Brexit. Ecco cosa cambierà dal primo gennaio.

Photo © Andrew Dunn, CC BY-SA 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0, via Wikimedia Commons

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