Il Pir col paracadute: dopo la povertà, abolito il rischio d’investimento

L'ultima trovata di Sussidistan, patria del socialismo surreale: il bonus per non far perdere soldi a chi investe nei Pir. Paga Pantalone

A Bonuslandia, nella regione del Sussidistan, il parlamento ha cucinato l’ennesimo credito d’imposta e lo ha infilato nella legge di Bilancio 2021. Questo è un bonus del tutto particolare, però. Serve a proteggere i risparmiatori che dovessero incorrere in perdite sui piani individuali di risparmio. Come dire, dopo la povertà abbiamo abolito o quasi anche il rischio d’investimento. Questa autentica aberrazione, frutto di una classe politica che mai ha studiato né studierà educazione finanziaria, è solo l’ultima perla di un paese ormai spacciato.

Ricordiamo cosa sono i Pir, piani individuali di risparmio, nell’articolo di oggi sul Sole, a firma di Alessandro Martinelli e Antonio Tomassini:

I Pir sono uno strumento di risparmio gestito e mirano a veicolare le scelte delle persone fisiche verso l’economia reale e, in particolare, verso le imprese italiane di piccole e medie dimensioni. A fronte del mantenimento dell’investimento a portafoglio per almeno cinque anni, garantiscono la completa detassazione dal reddito, ordinariamente assoggettato ad aliquota pari al 26% (o 12,5% nel caso dei titoli di Stato), e l’esenzione dall’imposta di successione.

Ci siamo, sin qui? Bene. Ora, leggete cosa si sono inventati i nostri legislatori:

La novità introdotta dall’emendamento alla legge di Bilancio 2021 si riferisce quindi alla previsione di un credito d’imposta pari alle perdite, minusvalenze e differenziali negativi derivanti dai piani di risparmio a lungo termine costituiti dal 1° gennaio 2021 per gli investimenti effettuati entro ii 31 dicembre 2021. Il credito di imposta, che non concorre alla formazione del reddito, spetta alle persone fisiche titolari dei piani ed è pari alle perdite, minusvalenze e differenziali negativi realizzati con riferimento a questi strumenti finanziari qualificati, a condizione che essi vengano detenuti per almeno cinque anni e il credito di imposta non ecceda il 20 per cento delle somme investite negli strumenti medesimi.

Il rischio è morto, viva il rischio

Quindi, per fare un esempio, chi ha investito 100 mila euro in un Pir e al termine del quinquennio di possesso dovesse realizzare una perdita di 25 mila euro (shit happens, dicono efficacemente gli anglosassoni), si vedrà riconosciuto un credito d’imposta per 20 mila euro, da utilizzare in dieci anni a quote costanti, in compensazione di componenti positive di reddito. Lo so, dieci anni sono lunghi, avreste preferito il rimborso integrale immediato ma non disperate: chissà, magari coi soldi del Recovery Fund potremo esaudirvi.

In soldoni: investite tranquilli, cari italiani. Se perderete soldi, il vostro Stato penserà a indennizzarvi a carico della leggendaria fiscalità generale, cioè di quanti (ancora) pagano le tasse in questo ridicolo paese. Dopo aver abolito la povertà, siamo avviati ad abolire il rischio degli investimenti.

Dopo aver attratto frotte di italiani sullo strumento Pir, con l’esenzione fiscale che è la perfetta carta moschicida, e aver fatto la gioia delle reti di distribuzione, alcune delle quali hanno organizzato anche pellegrinaggi in giro per l’Italia per mostrare il proprio patriottismo, che fare per aiutare il popolo in caso l’investimento si fosse rivelato tale, cioè rischioso? Ma che domande: un bel paracadute sulle perdite.

La valigetta dei sogni

E ora, state pronti: i vostri consulenti di fiducia sono pronti a riempirvi di prodotti assai costosi, il cui regime di commissioni falcidierà il rendimento ma farà la felicità delle sopracitate reti di vendita. Voi dormirete tranquilli perché, se le cose andranno bene, tra cinque anni potrete riscattare senza tasse tutto l’utile che non è stato catturato dagli intermediari; se le cose andranno male, sarete comunque protetti sino al 20% del valore dell’investimento.

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Per tutto il resto, c’è la fiscalità generale e ci sono le ricorrenti suggestioni di imposta patrimoniale per colmare non solo i buchi resi necessari dal tentativo di sottrarre alla povertà milioni di persone ma anche per tutelare gli investimenti di alcuni. Ma non temete, risparmiatori coraggiosi: se queste sono le premesse, c’è la possibilità che la nostrana scienza delle finanze giunga a concludere che i Pir non sono assoggettabili a imposizione patrimoniale. Un po’ come qualcuno giunse a teorizzare per i Btp.

In fondo, proteggere i Pir è cosa buona e giusta, visto che investono nella nostra economia reale. Di surreale, invece, ora abbiamo anche una nuova variante del nostro socialismo: quello sugli investimenti privati. Cosa potrà mai andare storto?

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