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“Riforma” di Quota 100: il tesoretto, dove lo metto?

Riformare la deformante riforma, un chiodo alla volta

Il 2021 sarà o dovrebbe essere l’anno in cui scadrà il cosiddetto “regime sperimentale” di Quota 100. La leggendaria misura che è riuscita a realizzare l’opposto di tutto quello che i suoi promotori si prefiggevano: scarso utilizzo ma aumento della spesa previdenziale, la staffetta generazionale rimasta nei sogni lisergici di molti. Ora ci si chiede come riformare la misura, e già emerge il concetto che più di ogni altro sta infliggendo danni a questo disgraziato paese: quello di tesoretto.

Scrivono oggi sul Sole Davide Colombo e Marco Rogari che il MEF punta a tenere bassi gli oneri rispetto a quanto previsto per Quota 100, pari a

[…] quasi 4 miliardi lo scorso anno, 8,4 miliardi nel 2020 e circa 8,7 miliardi nel 2021, mantenendo l’asticella sopra gli 8 miliardi anche negli anni successivi. Risorse che sono rimaste in parte inutilizzate per lo scarso appeal di Quota 100 almeno sino a quest’anno. L’idea al momento prevalente tra i tecnici del Mef è quella di mantenere i costi in ogni caso sotto i 5 miliardi l’anno e di scendere possibilmente a 3-4 miliardi. In altre parole, andrebbe destinato alla nuova riforma non più del 40% dei fondi garantiti agli attuali pensionamenti anticipati.

È avanzata corda

Non so voi, ma a me viene da tradurre che, poiché puntiamo alla famosa flessibilità pensionistica nel paese più vecchio del mondo, e visto che avevamo ipotizzato una spesa aggiuntiva di lungo termine di otto miliardi annui, che non si è materializzata se non in parte, vediamo come spendere il tesoretto dei “risparmi” da mancata spesa.

Bisogna essere realisti, dirà qualcuno. Nel senso che è inutile tenere in azienda persone che finirebbero a fare da zavorra. Troppo brutale, detto così? Forse avete ragione, scusate. Del resto, in non pochi penseranno di fingersi zavorra per poter perseguire i propri “progetti di vita”, che è la frase in codice di quanti ambiscono a pensionarsi il prima possibile e con meno decurtazioni possibili.

La tragedia è quando un intero paese si scopre usurato, e le nuove generazioni non possono contare su sistemi educativi sufficientemente robusti da evitare l’obsolescenza delle competenze già in relativamente giovane età. Ma qui divago, andiamo oltre. Come spendere, quindi, una frazione di quanto già previsto in termini di flessibilità in uscita?

Flessibilmente logori

Pare che il menù stia prendendo forma: una Quota 102, con 64 anni di età e 38 di contributi ma con correzione attuariale a mezzo di calcolo contributivo per tutti gli anni mancanti alla soglia di vecchiaia (67 anni, al momento), stimato in circa il 2-3% annuo. Previsto il ripristino, almeno parziale, dell’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita, la cui sospensione sino al 2026 infliggerà la maggiore devastazione ai conti previdenziali. Per i lavori gravosi, la cui ennesima identificazione è affidata ad apposita commissione istituita presso il Ministero del Lavoro, potrebbe esserci l’uscita a 62 anni con penalità attenuate.

Ribadisco: cerchiamo forme di flessibilità, per conciliare lo sviluppo delle competenze con la gestione del decadimento cognitivo e fisico, che in questo paese pare colpire più che in altri con cui ci confrontiamo. Importante avere presente che queste misure sono costose, e che un sistema previdenziale che resta a ripartizione necessita di tenere conto della demografia. Ad esempio, che la rivalutazione del montante contributivo è legata alla variazione del Pil nominale medio nell’ultimo quinquennio. Quindi, c’è il rischio di dover applicare variazioni negative a tale rivalutazione, e che se non ci si decide a crescere, avremo solo una decrescita infelice.

Ma, come spesso accade in questo paese, la realtà ha un noto bias liberista, contro cui battersi con piglio leonino. La demografia e la non-crescita ci condannano? Spostiamo quote di reddito nazionale verso le pensioni, che ci vuole? Di certo, si fa prima che a dover programmare non meglio precisate “riforme strutturali”.

Perequate, perequate, qualcosa resterà

L’applicazione di correzioni attuariali alle pensioni anticipate causa –incredibile dictupensioni da fame? Le si vada a perequare, perbacco. E se qualcuno dice che si sta pericolosamente spostando reddito nazionale verso le pensioni, istituite una commissione ministeriale che indaghi sulla separazione tra previdenza e assistenza. Che è una fanfaluca simile o più propriamente peggiore di quella dei tre giovani assunti per ogni pre-pensionato con Quota 100, ma non si deve dire perché contravverrebbe la mistica sindacal-nazionale.

Servono risorse aggiuntive per puntellare le pensioni, altrimenti non è possibile fare uscire tutti quelli che sono usurati e desiderano perseguire nuovi “progetti di vita”? Presto, squilli il corno della caccia all’evasore. E pazienza per tutti quelli che “pagare tutti, pagare meno”; la frase corretta è “pagare tutti, spendere di più”.

Dimmi quanti soldi vuoi

Come che sia, al sindacato questa idea del MEF di ridimensionare il tesoretto di otto miliardi annui di spesa previdenziale aggiuntiva proprio non piace:

[I sindacati] spingono per una flessibilità ad ampio raggio partendo dai 62 anni o, in alternativa, a una quota 41 per tutti e non solo per i lavoratori precoci. Ma in questo caso i costi, secondo alcune simulazioni tecniche non ufficiali, potrebbero superare anche i 10 miliardi l’anno. E diventerebbero difficilmente compatibili con le altre voci presenti sul tavolo del confronto: dalla pensione di garanzia per i giovani (una sorta di integrazione al minimo non prevista dal sistema contributivo) alla rivalutazione degli assegni, rimasta bloccata con la legge di bilancio che sta per ricevere il via libera del Parlamento.

Scusate, scordavo la “pensione di garanzia” per i giovani. Come dite? Sono disumano a ignorare questi aspetti? No, non avete capito. Questi sono istituti di welfare che ritengo necessari per evitare tra qualche lustro di avere un paese di cenciosi à la Dickens. Il problema, la tragedia, è che questa condizione di cenciosità non sarà altro che il prodotto di lungo termine di politiche economiche e del lavoro semplicemente distruttive, in atto da decenni. Oltre che di un sistema paese che, anche a causa di tali politiche economiche, si è suicidato condannandosi alla decrescita.

Quindi, attenzione ai flussi causali e temporali. Se guardate il punto d’arrivo e vi sdegnate per il tragico impoverimento, non potete ignorare le cause che ci hanno portato sin qui. Altrimenti è malafede. O stupidità. O un mix di entrambe, che al momento resta la mia ipotesi preferita, per diagnosticare questo paese.

Foto di MichaelGaida da Pixabay

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