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Cina: carota, bastone e vaccino

Mentre in Occidente si dibatte sugli aspetti giuridici del cosiddetto passaporto vaccinale, e sui rischi teorici di discriminazione che potrebbero derivare non solo e non tanto ai no-vax quanto alle persone che al momento non sono ancora vaccinate per motivi di ordine di priorità, la Cina sta prendendo tutt’altra direzione, secondo i propri peculiari principi di “guida” della popolazione. La cosa è tutto fuorché sorprendente ma è sempre utile ricordarne meccanismi e proiezioni di potere globale.

Sappiamo ad esempio che, per fruire di una corsia preferenziale nei visti di entrata nel paese, le autorità cinesi richiedono di essere vaccinati con un prodotto realizzato in Cina. Ciò sta spingendo i manager di aziende che lavorano con la Cina a sottoporsi al vaccino locale, e la stessa cosa accade per i residenti di Hong Kong, che necessitano comunque di visto per entrare nel territorio della madre patria.

Visti e vaccini

A Hong Kong la scelta dei vaccini è tra il locale CoronaVac, prodotto da Sinovac, e BioNTech. Il primo ha una soglia di efficacia inferiore al secondo, oltre a non avere fornito dati validati a livello internazionale sui trial di fase 3.

Malgrado ciò, e stanti le necessità di entrare in Cina, in molti si fanno vaccinare col prodotto locale. Ciò è destinato a sollevare problemi di mutuo riconoscimento a livello internazionale, quando i flussi di movimento di persone verranno progressivamente riaperti. Ad esempio, l’Islanda, tra i primi a consentire l’esenzione dalla quarantena per viaggiatori vaccinati, si limita ai prodotti riconosciuti dall’agenza europea del farmaco (EMA) e dalla Organizzazione Mondiale della sanità (OMS).

Ma la spinta all’utilizzo di vaccini locali sta crescendo anche sulla popolazione cinese. Per rispondere alla forte accelerazione di inoculazioni negli Stati Uniti, Pechino preme su quadri del partito, dipendenti di aziende pubbliche e di università affinché si vaccinino. Il centro cinese per la prevenzione e il controllo delle malattie punta ad avere almeno il 40% della propria popolazione, 560 milioni di persone, vaccinato entro fine giugno. Il che significa somministrare almeno una dose a 460 milioni di persone in circa cento giorni: più del doppio dell’analogo obiettivo fissato dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden.

Battere gli americani

Il successo cinese nel contenimento dell’epidemia ha sin qui condotto a una campagna vaccinale in tono minore ma ora il partito vuole evitare che monitoraggi e limitazioni legati alla prevenzione leghino mani e braccia all’economia del paese, nel confronto con gli Usa che ormai riecheggia apertamente la grande sfida tra Urss e Usa degli anni della Guerra Fredda.

La campagna vaccinale cinese è fatta quindi di immancabili richiami patriottici e, in alcuni casi, di premi distribuiti dalle autorità locali, come buoni spesa o anche cesti di uova, come accade in alcuni quartieri di Pechino. Ma il messaggio a consolidare il “primato” mondiale sin qui raggiunto nella gestione della pandemia è forte e viaggia anche sui social, con appositi video.

Del resto, le infrastrutture fisiche per le campagne vaccinali di massa esistono e sono state testate anche in passato: nel 2010 il governo ha somministrato in dieci giorni cento milioni di dosi di vaccino contro il morbillo, per schiacciarne una recrudescenza.

Se la persuasione non basta, sotto forma di pressione comunicativa e all’interno dei luoghi di lavoro, resta lo strumento cinese di elezione: le sanzioni. Non desta sorpresa, ad esempio, che le autorità di una città dello Heinan abbiano esposto manifesti in cui i non vaccinati vengono minacciati di sanzioni come la sospensione dei sussidi, divieto di utilizzo di trasporto pubblici e altro.

Sanzioni per i non vaccinati

La cosa non sorprende, in un paese così occhiuto, in cui la sorveglianza si esplicita per via elettronica e si stanno adottando sistemi di rating sociale. Anche le limitazioni agli spostamenti interni, da sempre in vigore nel paese per gestire una inurbazione che altrimenti avrebbe avuto conseguenze devastanti, rappresentano efficaci gatekeeper per campagne di vaccinazione di massa.

La corsa al vantaggio competitivo tra sistemi geopolitici avviene anche in questi modi. Se poi si cerca il vantaggio competitivo anche sfruttando la maggiore porosità delle società avversarie ai flussi di disinformazione, ad esempio diffondendovi notizie su inefficacia o addirittura nocività dei vaccini locali, e alimentando campagne no-vax, oltre a trasmettere inusuali soft power nella forma di superiore potenza organizzativa, vera o presunta, di modelli come quello cinese, si comprende come le vere vittime di questo secolo delle “autocrazie di mercato” rischino di essere i sistemi socialmente e culturalmente aperti, plurali e policentrici, come quello europeo.

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