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Elon Musk, il canarino nella miniera verde

Quindi, vediamo: l’eccentrico e geniale Elon Musk ha deciso che il bitcoin è una criptovaluta che non supera l’immancabile test ESG, l’acronimo magico che mette agli investimenti il bollino di adeguatezza ambientale, sociale e di governance aziendale. E sin qui, prendiamo atto. Al limite, prendiamo anche atto che questa epifania di Musk è piuttosto tardiva, visto che questa cosa della criptomoneta inquinante la sanno ormai anche i sassi.

Inquinante perché serve molta energia elettrica per il processo di “estrazione” di nuovi bitcoin, oltre che per l’esecuzione delle transazioni. Pare che il punto sia che circa i due terzi dei bitcoin estratti sinora provengano dalla Cina, e siano stati ottenuti mediante data center che utilizzano in via prevalente elettricità derivante da centrali a carbone.

Fonti rinnovabili per il mining

Se le cose stanno in questi termini, “basterebbe” convertire il più rapidamente possibile le centrali verso fonti rinnovabili, e problema risolto. Ad esempio, usare l’idroelettrico islandese. Ma questo, sempre stando ai canoni ESG, richiederebbe tracciabilità delle operazioni. Che è sempre possibile per le criptovalute ma rischia di segmentare in modo esiziale l’asset class: pensate al caso di investitori che, per statuto, dovessero accettare solo bitcoin estratti mediante energie rinnovabili.

Non c’è solo questo, ovviamente. Anche ipotizzando che la Cina spinga alla riconversione ecologica le proprie centrali elettriche, questa sarebbe condizione necessaria ma non sufficiente per la sopravvivenza del bitcoin e delle criptovalute private, visto che Pechino ha esigenza di non perdere il controllo della circolazione monetaria e dei mezzi di pagamento, nella prosecuzione dell’esperimento che punta a introdurre la valuta digitale di Stato, e di conseguenza arriverà a tentare di sopprimere bitcoin e simili.

Caccia alla CO2

Gli evangelizzatori del bitcoin replicano eroicamente alle obiezioni ambientali con arditi paragoni, del tipo che anche il sistema bancario e dei pagamenti consuma molta energia, anche qui a meno che non si viri rapidamente su rinnovabili (o nucleare, se ci interessano le emissioni zero).

I problemi non finiscono qui, e sono su piani multipli che esistono ben oltre la figura di qualche geniale innovatore imprenditore che pare si diverta a trollare l’avida credulità del mondo, ad esempio promuovendo una valuta digitale che è uno scherzo e che è l’ultima di una lunga serie di cosiddette memecoin, che qualcuno definisce più ruvidamente shitcoin.

Quindi, che Musk sia stato sin qui disattento, o che ora stia cercando di mettersi alla guida del movimento anarco-ecologista, o che stia tentando una rotazione tra criptovalute per fare trading con simil-aggiotaggio (ma ha già detto che l’investimento in bitcoin di Tesla resterà, forse per non farsi perseguire dalla SEC), gli “altri” temi restano tutti sul tappeto.

Ad esempio, ci sarà una “selezione naturale” tra criptovalute? Verrebbe spontaneo rispondere affermativamente ma in quel caso che ne sarà degli investimenti nelle cripto perdenti? In termini di distruzione di valore, ovviamente. Il tutto ammesso e non concesso che gli stati accettino l’esistenza e lo sviluppo di massa di strumenti monetari che attentano ai loro monopoli nazionali.

Una mano di verde

Poi abbiamo il sopracitato aspetto ESG. Già oggi un discreto rompicapo per gli investitori, con i punteggi assegnati alle singole società, il movimento di “rinverdimento” dell’economia ha motivazioni necessarie e condivisibili ma altrettanto innegabili “astuzie” e marketing finanziario. C’è la corsa all’oro verde degli investimenti socialmente sostenibili, le cui quotazioni godono quindi di un premio rispetto al “brown“. Senza scordare che elevati premi oggi significano minori ritorni sull’investimento domani, e viceversa. E non è tutto verde quello che è ESG.

Se per arrivare al risultato finale di una maggiore sostenibilità ambientale e sociale occorre passare per marketing e avidità, ben venga. Ma attenzione ai cortocircuiti. Qualcuno potrebbe alla fine obiettare, non senza qualche ragione, che i veicoli elettrici non sono particolarmente “verdi”, visto il coinvolgimento di materiali come le terre rare, la cui estrazione infligge non lievi danni all’ambiente.

Di rilancio in rilancio, il rischio che si inneschi una rincorsa al materiale e processo più pulito e puro che epura i cicli di investimento precedenti, seminando confusione tra gli investitori e danno all’intera società non è da trascurare. E non sarebbe esattamente una distruzione creatrice di schumpeteriana memoria, temo.

Quindi non focalizziamoci troppo su Musk e sulle sue motivazioni, genuine o manipolatorie che siano. Lui è la punta dell’iceberg e il canarino nella miniera verde che stiamo scavando. Siamo nell’epoca dei meme e delle mode, e prendiamone atto. Ma alcuni di questi potrebbero risultare molto costosi.

Photo by Daniel Oberhaus (2018)

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