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Il camaleonte sopra il jukebox

Scusate se torno sullo psicodramma collettivo dell’alleanza tra Partito democratico e l’entità convenzionalmente chiamata M5S. Lo faccio perché la vicenda mi pare modello ed esempio del livello di degrado raggiunto dal discorso pubblico di questo paese, oltre che del fallimento della visione romantica della politica come momento di selezione dei presunti migliori. In questo senso, se la sinistra piange, la destra ha ben poco da ridere.

Sul Fatto, divenuto l’house organ del M5S e il cui direttore sta cercando di seguire le orme di Eugenio Scalfari nella Prima Repubblica, cioè di assumere il ruolo di precettore del leader di turno (all’epoca era Ciriaco De Mita), è comparsa l’intervista “programmatica” a Giuseppe Conte, il leader in pectore della rifondazione pentastellata dopo il divorzio dalla Casaleggio Associati.

L’affabulatore on demand

Tra le altre amenità, Conte ha ribadito che, per quanto lo riguarda, lui assume sembianze e posture che l’opinione pubblica richiederà. Praticamente on demand, si direbbe oggi. Ma ho un flash: un quarantennio addietro, ricordo che Edoardo Bennato cantava “Sei come un juke box“, con questi immortali versi:

Muoviti muoviti, facci sentire
un’altra musica, una nuova canzone
muoviti muoviti, non ti fermare
tutta la notte devi suonare….
Muoviti muoviti, la notte è breve
il tempo stringe, non farti pregare
e poi non puoi più tirarti indietro,
abbiamo messo altre cento lire….
Sei come un juke box
devi suonare, juke box. juke box
devi cantare, juke box. juke box
non ti stancare, tutta la notte
facci ballare!

Ecco, leggere del “programma” di Conte mi ha ricordato questa canzone. Poi, riflettendoci sopra, mi ha ricordato l’intera attività partitica e segnatamente quella pentastellata di questi anni. Disse l’Avvocato del Popolo ai due watchdog che lo grigliavano impietosamente, Gad Lerner e Antonio Padellaro (mica Ale e Franz), che il Neo Movimento

Sarà un movimento intriso di cultura ecologica, saremo all’avanguardia in questo. Saremo dalla parte dell’inclusione e della giustizia sociale. Siamo di sinistra? Classificateci come volete, ma la realtà è che guarderemo anche alle esigenze dell’elettorato moderato. A me interessa abbassare le tasse: sono di destra? Va benissimo.

Pronto il programma, squillino le trombe! Mettete un segno di spunta a quello che desiderate, e potrete partecipare a questa grande costruzione di Popolo! Chiedete e vi sarà dato. Il programma, almeno.

E qui veniamo alle due domande che mi ronzano in mente: cosa è, esattamente, la cosa chiamata M5S? Perché il gruppo dirigente del Partito democratico si è a tal punto incarognito da volerci fare una coalizione assieme?

Domande esistenziali

La risposta che mi viene alla prima domanda è che il M5S ora è un gruppo di persone ormai prive di identità politica e programmatica. Sono i reduci e i naufraghi di una stagione politica terminata, o meglio di un manifesto politico che la realtà ha incenerito. Ognuno di questi personaggi rappresenta a malapena se stesso, quindi. In inglese li si chiamerebbe remnants, un termine plasticamente suggestivo.

Non solo: l’originaria struttura legale del movimento è ormai collassata, e la nemesi del M5S sta proprio nel conflitto legale in cui si è inviluppato tra statuti, marchi, ricorsi di espulsi, liste di iscritti che ricordano il database del programma Millemiglia di Alitalia da mettere a gara in asta fallimentare, nomina giudiziaria di curatori manco fosse un’azienda in procedura concorsuale.

Nei giorni scorsi abbiamo persino visto il capo politico pro tempore, che pare non essere neppure tale, almeno secondo il tribunale di Cagliari, impegnato in un tentativo creativo di rilegittimazione su base “sintetica” mediante ingegnosa richiesta di accesso agli atti avanzata al Garante della Privacy, che non l’ha rigettata. Decisione da cui, secondo Vito Crimi, si dovrebbe inferire la sua piena legittimità nel ruolo. Se qualcuno tra voi pensa che questa sia una forma dadaista di antipolitica, sono d’accordo con lui.

E poi c’è Giuseppe Conte, l’uomo scelto per rigenerare il movimento su basi indefinite e camaleontiche, che poi sono quelle in cui eccelle, e che pare(va) destinato a guidare anche il Pd in un audace esperimento di reverse takeover tra uno zombie (il M5s) e un non-vivo (il Nazareno che non risorge a Pasqua).

Conte purtroppo non riesce a entrare saldamente nel ruolo ed è condannato a lanciare agenzie di stampa e farsi intervistare da testate non ostili (diciamo così) per mostrare al popolo la sua esistenza in vita politica.

Chi siete, da dove venite, quanti voti portate?

Quanto al Partito democratico e alla sua scelta strategica, cioè alla mia seconda domanda: per quale motivo il suo gruppo dirigente ha deciso che occorre allearsi a questi personaggi in libera uscita e che rappresentano a malapena se stessi nel crepuscolo della legislatura?

Si dirà che ciò accade perché servono munizioni contro le destre; che, per l’ennesima volta da quel lontano 1994, appaiono predestinate a un trionfo elettorale e alla successiva implosione governativa. Sarà anche così ma non sarebbe meglio, per il Pd, capire preventivamente su quante divisioni possono contare questi personaggi in cerca d’autore con cui si “dialoga”?

Quanti voti porta, ognuno di loro? Su quali basi “ideali” o presunte tali? Su quale programma, anche per capire se questa gente appare vagamente idonea a coalizzarsi con una forza che definiremmo socialdemocratica, quale sarebbe il Pd (dicono)?

Al Nazareno hanno inoltre preso in considerazione l’area del non voto e le sue determinanti? Visto quanto spendono i partiti in sondaggi, non posso credere che non sia stato commissionato un qualche carotaggio demoscopico per capire quale e quanta parte di opinione pubblica possa essere intercettata, tra votanti ancora attivi e astensionisti, mantenendo un minimo di coerenza ideologica (uh, che parolona).

Spasimanti respinti

Nel mezzo, alcune scene da autentica commedia dell’arte. A Roma, dove c’è una sindaca che non pare destinata ai libri di storia (o forse sì ma per i motivi sbagliati), ma dove esiste la ridotta pentastellata più forte d’Italia, l’ex segretario del Pd è appena stato abbattuto da tale gruppo di persone, e ora si è tornati sulla candidatura di un ex ministro, che tuttavia dovrà prima sottoporsi al lavacro democratico delle primarie, che nel caso del Pd sono ogni volta incerte e combattute come l’esito di un incontro della nazionale italiana di rugby al Sei Nazioni.

L’effetto straniante di questo corteggiamento per necessità, con equivoco di fondo per cui si corteggia personale politico ormai sciolto e non l’elettorato, è che in parallelo a queste craniate del Pd contro il muro ci sono figure pentastellate che sono tornate a discettare ex cathedra, manco fossero statisti o eredi della grande tradizione civica dei sindaci italiani dei decenni andati.

Come interpretare altrimenti le ormai quotidiane esternazioni della sindaca di Torino, che, da quando ha annunciato che non si sarebbe ricandidata, dopo una consiliatura del tutto incolore quando non punteggiata da singolari strafalcioni amministrativi, ha preso a esprimersi come fosse la madre nobile che indica la strada ai suoi eredi, che ha deciso pure di scegliere?

Della destra, abbiamo detto: grandi sondaggi, altrettanta impotenza. Compatti come il tufo, talmente vivi e vitali da disporre di inesauribili forze fresche della società civile da selezionare per ruoli amministrativi. Gli ultimi esempi sono due signori over 70, che andavano di moda un quarto di secolo addietro. Ma non vogliamo fare dello stucchevole giovanilismo, dopo tutto.

La realtà è insindacabile

Trovare sindaci è diventata opera improba perché è nelle città che si tocca con mano lo iato tra realtà e propaganda, mi vien fatto di ipotizzare. E questo scorcio di tempo italiano si segnala per i noti calci nel deretano che la realtà assesta ai nostri baldi progettisti di futuro.

Non so come finirà, anzi sì: da un lato, una muta di cani sciolti sotto un marchio che probabilmente ha un avviamento negativo (parlando in aziendalese) ma che forse possono portare alcuni pacchetti di azioni voti al curatore fallimentare. Giovanotti che coltivano il loro orticello elettorale invocando il Ponte sullo Stretto, altri che vogliono il salario minimo uguale per tutti in Europa; altri ancora che hanno messo nello stemma della loro casata “Superbonus o muerte“, perché loro sono intrisi di ecologismo, come noto.

È lo spettacolo del miserabile fallimento di un paese, che trova molteplici rappresentazioni nella quotidianità. Elettori immaginati -non a torto- come docili greggi gestiti da qualche svogliato border collie. Nel mezzo, figure come quella di Conte, l’uomo per tutte le mediazioni. Lo scorso anno voleva un bel miracolo italiano col tunnel sottomarino nello Stretto, oggi invece

Dico di studiare bene le carte, serve una istruttoria tecnica di supporto alla valutazione politica: non ci infiammiamo ideologicamente. Ponte si, Ponte no. Io ho una posizione laica.

Troncare, sopire, interloquire, imbalsamare. Camaleonti della paralisi. Oggi rigorosamente verdi perché “intrisi di ecologismo”. Domani magari con qualche sfumatura rossastra o -nuovamente- bruna, all’occorrenza. L’alfa è terminato, gestiamoci almeno l’omega.

Foto di StormmillaGirl da Pixabay

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