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Pensioni, come ridurre l’iniquità attuariale

Nell’ultimo Rapporto annuale Inps è presente un riferimento ad un’analisi di equità attuariale, relativa al coefficiente di trasformazione, cioè quel numero che mette in connessione il montante contributivo con l’assegno pensionistico. Oggi, il coefficiente di trasformazione è “unico”, nel senso che dipende unicamente dall’età al momento dell’uscita dal lavoro, traguardato ad una speranza di vita indifferenziata. Ma da quali altri parametri dovrebbe essere condizionato, questo coefficiente?

Nel rapporto Inps si richiama uno studio di Simone Ghislandi e Benedetta Scotti, dell’Università Bocconi, pubblicato lo scorso ottobre sul sito lavoce.info e basato sui dati del Rapporto dello scorso anno. Tale studio si focalizza sulle disparità socio-economiche relative alla speranza di vita e sulle determinanti della sua dispersione. Detto in parole povere, guardare solo alla media della speranza di vita e non anche alla sua variabilità è poco utile ai fini di elaborazione di una politica previdenziale.

Speranza di vita all’età di 50 anni

Lo studio di Ghislandi e Scotti (d’ora in avanti, GS), analizza l’evoluzione della speranza di vita a 50 anni per quintile di reddito percepito e qualifica ricoperta tra i 45 e i 49 anni per gli individui nati tra il 1930 e il 1957, distinti tra uomini e donne. Le stime sono state ricavate a partire dall’archivio Inps dei dipendenti del settore privato.

Tra le evidenze, si conferma una marcata correlazione positiva tra longevità e stato socio-economico, sia per reddito che per qualifica, negli uomini di 50 anni. Per le donne, invece, c’è una anomalia, nel senso che la correlazione “tende a manifestarsi solo quando lo stato socio-economico viene misurato in termini di qualifica, benché l’incertezza delle stime non permetta di identificare disparità statisticamente significative”. Vedremo tra poco le ipotesi interpretative per questo fenomeno.

In dettaglio, per gli uomini:

Per la coorte 1930-1939, gli appartenenti al quintile di reddito più ricco hanno un vantaggio medio in termini di speranza di vita a 50 anni rispetto agli appartenenti al quintile più povero di circa 3 anni. Per la coorte 1950-1957, il vantaggio si allunga a circa 4,5 anni. In termini di qualifica, il gap nella speranza di vita a 50 anni tra operai e dirigenti risulta invariato, mentre si allarga quello tra operai e impiegati, che passa da 2,2 per la coorte 1930-1939 a 2,9 anni per la coorte 1950-1957.

Diseguaglianza di longevità

Riguardo invece alla dispersione della durata della vita per reddito e qualifica, per quintile di reddito e qualifica (sempre intervallo di confidenza al 95%),

Per gli uomini emerge un chiaro gradiente socio-economico nella dispersione della durata della vita, che è andato inasprendosi per le coorti più recenti. Pertanto, gli uomini a basso reddito e a qualifica operaia non solo hanno una speranza di vita inferiore, ma sono esposti anche a maggiore incertezza circa l’effettiva durata della vita. Per le donne, il gradiente tende a manifestarsi, anche in questo caso, per qualifica ma non per reddito.

Detta in sintesi estrema, tenete buona la frase che ho evidenziato in grassetto. Invece, riguardo al “mistero” della condizione femminile, dove i dati sono statisticamente significativi solo per qualifica e non anche per reddito, la spiegazione che GS danno è la seguente:

Da un lato, è in linea con i limitati differenziali di mortalità femminile riscontrati in quasi tutte le popolazioni europee. Dall’altro è possibile che, per le coorti femminili considerate, il reddito individuale non misuri l’effettivo stato socio-economico. In tal senso, il reddito del coniuge o familiare potrebbe costituire una valida alternativa.

Da questa analisi, quindi, si evince che la speranza di vita, all’età “spartiacque” convenzionalmente identificata nei 50 anni, è aumentata nel corso del tempo per i soggetti maschi a maggior reddito e qualifica, e per le femmine a maggiore qualifica. Allo stesso tempo, la variabilità delle età di morte è diminuita per i soggetti più agiati.

Un coefficiente di trasformazione unico è regressivo

Torniamo al nostro coefficiente di trasformazione unidimensionale, cioè legato solo all’età al momento del pensionamento. Da questo studio abbiamo acquisito che il classico “one size fits all” è iniquo e regressivo, sul piano economico e attuariale. Nel senso che i lavoratori a minor reddito pagano le pensioni di quelli più agiati e hanno meno tempo per godersi la propria, statisticamente. Quindi il coefficiente di trasformazione unico è evidentemente regressivo.

Da questa intuizione, che sul piano del senso comune non è esattamente rivoluzionaria né sconvolgente, dovrebbe discendere un correttivo attuariale e socio-economico dei coefficienti di trasformazione. Che per certi aspetti è già oggi all’opera, con la periodica revisione dell’elenco di attività usuranti, che tuttavia tende ad avvenire con margini di discrezionalità politica troppo ampi.

Dalla premessa discende che i soggetti a maggior qualifica e reddito dovrebbero subire delle riduzioni ai coefficienti di trasformazione, avendo maggior speranza di vita al momento del pensionamento. In alternativa, si può pensare per loro un innalzamento dell’età pensionabile, ammesso e non concesso che alle aziende stia bene. In caso contrario, queste ultime dovrebbero prendersi in carico il costo attuariale del prepensionamento.

Che fare, quindi?

Studi come questo sono un importante contributo teorico ai sistemi pensionistici contributivi, dove l’aspetto attuariale e quello socioeconomico si integrano per conseguire equità ed efficienza. Spetta alla politica valutare se dare corso a queste intuizioni oppure fingere che il problema non esista sin quando non ci esplode in faccia.

È appena il caso di segnalare che, se queste correzioni attuariali non venissero realizzate, l’alternativa resterebbe quella della mitologica fiscalità generale che puntella anche la povertà pensionistica. Al che, potreste ribattere che il problema di equità non sussisterebbe, visto che il nostro sistema fiscale è progressivo. Oppure no.

Di certo, continuerebbe a non avere alcun senso dire che “i contributi previdenziali sono miei!”, perché ovviamente non lo sono, trattandosi di sistema che resta a ripartizione e quindi va aggiustato a martellate in funzione di demografia e crescita economica.

Foto di Frantisek Krejci da Pixabay

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