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Facciamo luce sui misteriosi tavoli del Mise

A conferma del fatto che il tema è destinato ad assumere criticità crescente e rappresentare lo spartiacque tra realtà e fantasie della politica, torniamo a parlare della gestazione dell’ulteriore decreto anti-delocalizzazioni, che sta increspando le acque limacciose del cosiddetto dibattito agostano e promette di finire nella solita bolla posturale e propagandistica. Ma stavolta l’occasione è pure propizia per valutare l’efficacia dell’azione ministeriale, oltre che per promuovere quel misterioso concetto di accountability, o di verificabilità e imputabilità dei risultati, che per i nostri parolai è come aglio per i vampiri.

Riguardo la bozza, o meglio le bozze del decreto anti-delocalizzazioni, gli ultimi spifferi narrano di eventuale snellimento dell’iter procedurale, che di suo è già molto barocco e costruito per massimizzare il potere discrezionale del ministero, eliminando la necessità di nulla osta del Mise al piano.

E qui, come avrete notato, prende forma quel processo di diluizione che da sempre caratterizza la nascita di norme che nascono con le stigmate della “esemplarità”. Nel senso che, se si teme eccesso di discrezionalità dello Sviluppo economico, limitarsi a una sua presa d’atto ci riporta al via di quanto scrivevo due giorni addietro: l’azienda manda la Pec a Invitalia, si realizza un bel Powerpoint a colori brillanti e vissero tutti felici e contenti.

Riservisti che non lo erano

Ma non c’è solo questo: narrano le cronache che il titolare del Mise, Giancarlo Giorgetti, non gradisca l’ipotesi di decreto anti-delocalizzazioni, che la sua vice, la pentastellata Alessandra Todde, non avrebbe di fatto condiviso con lui. Vera o falsa che sia questa voce, Giorgetti ha preso una iniziativa politica che pare un bilanciamento alla diluizione della grida manzoniana contro le delocalizzazioni di aziende non in crisi.

Con un atto di indirizzo che bypassa Todde, titolare della gestione delle crisi aziendali, Giorgetti ha disposto che le aziende beneficiarie di incentivi pubblici, in caso di aumento di organici, debbano assumere “prioritariamente” lavoratori residenti nel territorio dell’investimento e che percepiscano sostegni al reddito o risultino disoccupati a seguito di procedure di licenziamento collettivo e, dopo essi, cerchino tra lavoratori di aziende del territorio coinvolte in tavoli di crisi del Mise.

Che, detta così, lascia perplessi. Si tratta di una riserva obbligatoria di assunzioni? In che quota? E se alle aziende che assumono non servissero profili come quelli dei lavoratori posti a riserva? Infatti, pare che nell’atto di indirizzo del ministro sia specificato che le aziende debbano verificare la sussistenza dei requisiti professionali. Che è come dire che sarà sufficiente dire di non aver riscontrato tali requisiti e si dovrebbe essere liberi da ulteriori vincoli e sanzioni; che, per quanto ne so, neppure esistono.

Pare quindi di trovarsi nuovamente di fronte a un editto, sia pure “gentile”, della cui inapplicabilità già si è certi. Ora, io comprendo le difficoltà e i drammi personali, ma davvero non comprendo quale sia l’utilità di queste gride, piccole e grandi, se non certificare l’impotenza della politica.

Come e perché aprire un tavolo di crisi

Giorgetti ha tuttavia fatto altro: ha scritto una direttiva che disciplina tutta la materia dei cosiddetti tavoli di crisi del ministero. Lascia sorpresi che una simile regolamentazione arrivi solo oggi, ma tant’è. Ad esempio, sono indicate le condizioni oggettive per l’apertura del tavolo, che interviene su crisi di rilevanza nazionale che riguardino:

Imprese con almeno 250 dipendenti assunti in Italia (compresi lavoratori a termine, apprendisti e lavoratori in part-time); localizzate in più di una regione in Italia, il cui stato di crisi può avere significativi impatti occupazionali o sul sistema produttivo; di rilevante interesse nazionale ai sensi della normativa sul «golden power» e per il peso sull’indotto; titolari di marchi storici.

Sono criteri non rigidissimi e con qualche margine di interpretazione ma, piuttosto che niente, meglio piuttosto. Il tavolo di crisi potrà essere aperto d’ufficio dal ministero oppure richiesto da quattro tipologie di soggetti: azienda, creditori, amministrazioni pubbliche (centrali o regionali), sindacato.

Il ministero valuta la fattibilità di interventi e dei piani di salvataggio, formazione e ricollocamento dei lavoratori e trasmette al Comitato per l’attrazione degli investimenti esteri (non ci manca nulla, salvo invocare i servizi segreti contro i franzosi che ci depredano) le informazioni a beneficio di investitori stranieri. Soprattutto, la direttiva specifica cosa vuol dire “chiudere” un tavolo di crisi. La crisi è stata risolta? Oppure non c’è stato nulla da fare?

Tavoli di nebbia

Perché, ribadiamolo, a oggi non sappiamo perché un tavolo di crisi si chiude. Nei giorni scorsi, gli uffici della viceministra Todde hanno comunicato alla stampa che i tavoli aperti sono 87, a fronte dei 150 di dicembre 2019. Ma nulla è stato detto riguardo alle determinanti di quel calo. Ciò ha fatto sì che i soliti trombettieri stellati facessero la ola suggerendo che Todde è un fenomeno, quanto e più di Mr. Wolf, nel risolvere problemi.

Ora Giorgetti decide, meritoriamente, che i cittadini contribuenti vengano informati su come vanno questi tavoli. L’uovo di Colombo, praticamente. I malevoli diranno che si tratta di un agguato alla viceministra talentuosa, ma passiamo oltre. L’articolo 5 della direttiva

[…] sulle disposizioni in materia di trasparenza, stabilisce che ogni sei mesi, sul sito del ministero, dovrà essere pubblicato un resoconto sull’attività di gestione delle crisi, che dia conto dei tavoli aperti, dell’esito delle riunioni svolte e delle attività di analisi di studio e monitoraggio che vengono svolte.

Come è andata a finire?

Bene, benissimo. Ma io inviterei il ministro Giorgetti ad andare oltre, e creare un vero follow-up: informare i cittadini contribuenti su come procedono le iniziative di reindustrializzazione che hanno dato luogo alla chiusura con esito positivo del tavolo di crisi. Solo in quel modo potremmo sperare di sapere se si è trattato di successo effimero, con successivo collasso dell’azienda. Quanto è la mortalità delle reindustrializzazioni a uno, due, cinque anni?

Voi capite che il diavolo, come sempre, si nasconde nei particolari. Il sospetto che alcuni tavoli si chiudano con successo solo per dare luogo, poco dopo, a ingloriosi sipari, è del tutto legittimo, perché il concetto stesso di reindustrializzazione tende a essere spesso una foglia di fico, come quello di formazione.

Abbiamo comunque compiuto un passo avanti sulla strada della trasparenza, forse, e potremo evitare di avere gente che fa la ruota per aver abbattuto il numero di tavoli di crisi non in conseguenza di esiti positivi. Iniziativa propagandistica che ricorda molto il falò delle leggi inutili di qualche anno addietro. Che in realtà è stato solo l’inutile falò della vanità del suo proponente.

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