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Come sta il mercato del lavoro

Pubblicato da Istat il rapporto sull’andamento del mercato italiano del lavoro nel terzo trimestre dell’anno. Le variazioni tendenziali forniscono alcune ipotesi di lettura, che sembrano confermare alcune caratteristiche involutive della nostra economia, tali da resistere a “riforme” e gride manzoniane. Purtroppo. Il tutto tenendo presente che siamo ancora dentro una pandemia, e che ci sono distorsioni causate dagli interventi pubblici a sostegno della domanda.

In un anno, le ore lavorate aumentano del 4,1%, a fronte di un aumento degli occupati del 2,2%. Nessuna sorpresa: la riapertura dell’economia porta con sé il rientro all’attività. Nello stesso periodo, il Pil è aumentato del 3,9% reale. Quindi diremmo che, in complesso, non c’è un rimbalzo di produttività ma una sua riduzione ma non assegnerei grandissimo peso a questa inferenza, in questo momento.

Boom non inatteso delle costruzioni

Spicca, tuttavia, nel conteggio di ore lavorate, il mini-boom del settore delle costruzioni, a +7,8% tendenziale su dati grezzi. Su esso incide il superbonus. Piuttosto che niente meglio piuttosto, ma anche considerando l’eccezionalità del periodo e la transizione ambientale, per tacere delle critiche a un sussidio del 110% del costo (il moto perpetuo, in pratica), direi che è sempre problematico credere che un paese possa essere trainato dal settore delle costruzioni.

A meno di essere Erdogan o altri autocrati in paesi in via di sviluppo o sottosviluppo. O di essere italiani, da sempre convinti che il mattone debba avere un ruolo fondamentale nella nostra crescita. Certe credenze sono dure a morire. Ma analizzeremo nel tempo l’andamento del valore aggiunto, per avere nuove inferenze e riscontri.

Dal lato dell’offerta di lavoro c’è un forte aumento di tempi determinati, a +13,1% tendenziale, a fronte di un +1,5% di tempi indeterminati. Dato confermato anche dalla rilevazione speculare, cioè lato domanda di lavoro (da parte delle imprese), con “posizioni lavorative in somministrazione” che schizza a +29,8% tendenziale.

Neppure questo sorprende: quando l’incertezza è elevata, le aziende si rifugiano nella flessibilità. Guardiamo anche i dati assoluti e non le sole variazioni, comunque: gli occupati dipendenti a tempo indeterminato a fine del terzo trimestre erano 14,974 milioni, quelli a tempo determinato erano 3 milioni. Le retribuzioni contrattuali lorde di fatto aumentano di 1,7% tendenziale, e sono quindi battute dall’inflazione nel periodo.

L’andamento degli inattivi

Due parole sul calo degli inattivi. Le scrive Istat:

Il numero di inattivi di 15-64 anni continua a diminuire anche nel terzo trimestre 2021 (-453 mila, -3,3% in un anno), seppur con minore intensità rispetto al trimestre precedente, attestandosi a 13 milioni 287 mila. Tra questi, 104 mila (lo 0,8% del totale inattivi) sono persone in cassa integrazione guadagni assenti dal lavoro per più di tre mesi, che in maggioranza non cercano lavoro perché in attesa di tornare al loro impiego; tale quota si è ridotta rispetto all’1,5% del secondo trimestre 2021.

Osserviamo anche il prospetto in dettaglio, da cui si evince un robusto (e fisiologico) calo degli scoraggiati:

Le prescrizioni di Tridico

Auspicabile, quindi, che la lettura di tale dato possa aiutare il presidente Inps, Pasquale Tridico. Il quale, intervistato da La Stampa lo scorso 7 dicembre, svolgeva questa analisi:

Secondo l’Istat gli inattivi stanno diminuendo, come si legge questo dato?
Molto probabilmente stanno aumentando gli scoraggiati, ovvero quel fenomeno di lavoratori che rinunciano alla ricerca di un’occupazione.

Si direbbe di no, invece. E comunque, io la sapevo in modo un filo differente: cioè che se gli inattivi aumentano, ciò può essere dovuto all’aumento degli scoraggiati, che comunque sono solo una delle categorie inattive. Leggere correttamente i dati (conoscere) potrebbe aiutare a deliberare in modo non disfunzionale. Nella stessa intervista, Tridico invocava poi il ristabilimento del cosiddetto decreto dignità:

Sarebbe utile riprendere al più presto la piena funzionalità del decreto dignità, sospeso fino a settembre 2022, che è stato molto utile negli anni pre-pandemia a stabilizzare i rapporti di lavoro. Oggi, al contrario, vediamo che la maggiore occupazione è trainata dal lavoro a termine. Se operasse il decreto dignità avremmo un’occupazione più stabile.

Oppure no. Sarò uno sporco liberista senz’anima né cuore ma continuo a pensare che il lavoro non si crei per legge o gride manzoniane. E neppure le sue fattispecie contrattuali. Soprattutto ricordando il massacro da turnover dei tempi determinati causato dal decreto dignità.

Per tastare il polso del nostro mercato del lavoro sarebbe utile e preferibile seguire l’evoluzione nel tempo del rapporto tra tempi indeterminati e determinati sul totale degli occupati dipendenti. Da questa evoluzione potremmo ricavare inferenze sull’aumento o contrazione della precarietà del lavoro, fermo restando che una quota di tempi determinati è fisiologica in ogni economia. Il punto, come sempre, è identificare il confine tra fisiologia e patologia.

Foto di Hands off my tags! Michael Gaida da Pixabay

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