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Ingegneria finanziaria per disperati turchi

Come -forse- saprete, io sono un appassionato delle tecniche con cui i governi cercano di aggirare e raggirare la realtà, su temi economici. Negli ultimi dieci anni e oltre ho scritto molto sulle levate d’ingegno di alcuni fini testoni italiani per “risolvere” la crisi di debito sovrano. Al momento noi siamo fermi o quasi, con questo filone di ricerca, in attesa di riprenderlo appena la Bce si avvierà sulla strada della normalizzazione delle politiche monetarie. Ora quindi mi dedico a un altro paese, dotato di una divisa il cui solo nome pare porti una discreta sfiga: la Turchia e la sua lira.

Come saprete, il presidente autocrate turco, Recep Tayyip Erdogan, ha una tesi molto peculiare sui tassi d’interesse: alzarli crea inflazione. Una tesi che alcuni, mossi da generosità e rispetto intellettuale e confessionale, tendono ad attribuire alle convinzioni religiose di Erdogan.

Visto da altre angolazioni, pare che la dottrina monetaria di Erdogan sia imparentata con la MMT, come da divulgazione del guru Warren Mosler, secondo il quale tassi in crescita accrescono i redditi del settore privato e di conseguenza stimolano la spesa e l’inflazione.

Banchieri centrali usa e getta

A parte queste amenità, Erdogan procede a sostituire banchieri centrali con la stessa frequenza con cui Virginia Raggi cambiava gli assessori, Donald Trump i ministri e Maurizio Zamparini gli allenatori. Il nuovo governatore pro tempore (mai espressione fu più appropriata) di solito taglia i tassi, dopo di che la lira affonda, l’inflazione cresce, Erdogan nomina un nuovo esecutore che alza i tassi per chiamare il timeout alla partita, e poi si riprende.

Questa volta, però, il problema appare più serio. Le riserve turche sono sotto crescente pressione, la banca centrale fa giochetti con gli swap, cioè prende a prestito dollari da banche nazionali o straniere (sinché dura), e si tenta di procedere per alimentare una crescita del Pil che è comunque ruggente proprio perché frutto di uno stimolo monetario permanente e di tassi reali che vanno tenuti schiacciati, oltre che di un sistema bancario docile.

Un paese che cresce a questo modo, come sarebbe piaciuto a qualche scienziato di casa nostra, nostalgico dei tempi che furono della nostra moneta (salvo poi finire contro un muro e chiedere prestiti al FMI causa crisi di bilancia dei pagamenti), deve gestire appunto pesanti squilibri nei conti con l’estero e accumulazione di passività in valuta. Perché, incredibile dictu, per pagare le importazioni serve valuta.

Meno oro, più lire

Con una inflazione al 20% circa, i turchi tentano di liberarsi delle lire e convogliare i propri risparmi su valute forti come dollari ed euro, che vengono depositati presso le banche commerciali turche. E qui scatta una nuova levata d’ingegno contro i disfattisti che puntano a preservare il proprio risparmio.

La banca centrale turca ha infatti appena deciso di aumentare di 200 punti base, cioè del 2% la riserva che le banche devono accantonare sui depositi in valuta. Avete letto bene: la riserva obbligatoria non sui prestiti ma sui depositi. In tal modo, le valute estere diventano molto costose rispetto alla carta straccia indigena, la lira. Le banche commerciali aumenteranno quindi i tassi negativi sui depositi in valuta.

Non è finita: sempre l’istituto di emissione turco ha deciso di ridurre la percentuale di obbligo di riserva a cui le banche possono adempiere mediante oro. Cioè, le banche dovranno procurarsi nuove e ulteriori lire turche per adempiere ai propri obblighi. Questo potrebbe condurre a vendite di oro, incasso di dollari e loro conversione in lire. È davvero ironico che il sistema delle riserve bancarie, che di solito si usa per proteggere la solidità delle banche, qui sia messo al servizio del loro indebolimento strutturale.

Penuria di farmaci

Ci sono poi altri effetti collaterali del tentativo inane di tenere artificiosamente bloccati i cambi. Uno colpisce l’approvvigionamento e la produzione di farmaci. Ogni anno, il governo fissa un cambio lira-euro che le aziende farmaceutiche devono rispettare per le importazioni di farmaci e di principi attivi e ingredienti. Per il 2021 tale cambio è stato fissato a 4,57 euro, circa il 60% inferiore alle quotazioni correnti.

Fatale quindi l’impatto fortemente avverso su importatori e produttori turchi di farmaci. Che hanno chiesto al governo di aggiornare il cambio amministrato più dell’abituale volta l’anno, suggerendo comunque per la prossima revisione di inizio anno un deprezzamento del 30%. Le autorità stanno nel frattempo cercando di impedire fenomeni di imboscamento dei farmaci da parte di produttori e distributori in attesa della revisione del cambio. Sono i controlli amministrativi sui prezzi, bellezza.

Chi vince coi tassi bassi

Ma la passione di Erdogan per i tassi bassi sta producendo anche dei vincitori: i costruttori. Mentre il popolo minuto viene devastato dall’inflazione al consumo, soprattutto dalla sua forma più regressiva, quella alimentare, l’immobiliare prospera, anche come forma di protezione del potere d’acquisto. I tassi bassi spingono lo sviluppo immobiliare e l’acquisizione di terreni e aree spesso già abitate da strati poveri di popolazione, creando un classico processo di gentrification che acuisce le diseguaglianze.

Anche gli esportatori turchi riescono a trovare margini di benessere, dalla svalutazione della lira. Parrebbe strano, dato che il paese è un trasformatore di materie prime i cui prezzi sono espressi in valuta forte. Dove sta, quindi, il margine per gli esportatori? Nell’erosione dei salari reali, ovviamente. Quasi superfluo aggiungere che i processi di impoverimento sono stati accentuati anche dalla pandemia: questa è una costante planetaria.

Tutto ciò segnalato, resta da comprendere come Erdogan riuscirà a tenere il potere quando i ceti popolari, suo bacino elettorale di riferimento dai tempi in cui era sindaco di Istanbul, sono taglieggiati a questo modo.

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