Destino cinico, baro e asimmetrico

Ieri, durante un evento organizzato dalla università di Oxford, il Commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni, ha detto che la discussione sull’eventuale mutualizzazione di altro debito avverrà tra qualche settimana, quando “avremo una visione più chiara dell’impatto economico di questa crisi”. Che ci può anche stare, come giustificazione dignitosa, a fronte di quella che è una conclamata spaccatura tra paesi Ue. Perché, come dico e scrivo da quando è iniziata questa vicenda, continua a non essere chiaro chi paga chi. Eppure c’è chi insiste, tetragono, a fingere di non capirlo. Almeno, spero stiano solo fingendo. Pensate quanto sono comprensivo.

Ad esempio, giorni addietro il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, in una intervista a Repubblica ha ribadito che servono sussidi europei per finanziare non è chiaro chi (anzi, quello lo è), e perché, e con quali criteri di ripartizione dell’onere tra stati nazionali.

“Salve, sono lo shock asimmetrico”

Parlando della riforma italiana degli ammortizzatori sociali, Orlando ha detto che grazie ad essa “abbiamo qualche strumento in più per fronteggiare gli shock asimmetrici”. Confesso che non mi è chiaro cosa intendesse. Lo shock asimmetrico, espressione diventata molto di moda a puntello delle lamentazioni italiane in Europa prima con la crisi dei debiti sovrani e poi con la pandemia, e dove noi siamo ovviamente sempre dal lato avverso dell’asimmetria, riguarda appunto i singoli paesi, non le categorie aziendali domestiche, che sono invece al centro della cosiddetta riforma degli ammortizzatori sociali. Ma passiamo oltre.

Dovete sapere che i nostri politici (tutti i politici, a dire il vero), sono come gli attori, a volte comici, a volte di melodramma o più propriamente sceneggiata, altre in stile Ionesco: quando scrivono dei testi, devono portarli in tour per teatri e teatrini per qualche tempo. Queste settimane, ad esempio, abbiamo lo spartito del SURE, cioè del debito comune europeo emesso per erogare a tasso agevolato prestiti per cassa integrazione e altri sussidi finalizzati alla conservazione dei posti di lavoro.

Il SURE era un modo per sfruttare il basso costo del debito emesso dalla Commissione Ue e retrocedere tale beneficio a paesi che hanno costo del debito più elevato. Tra i quali il nostro. Ma non era una erogazione a fondo perduto. Visto che oggi nessun paese Ue ha il costo della raccolta fuori controllo, non è chiaro perché ricorrere a un nuovo SURE.

Mutualizziam, mutualizziamo

Ma Orlando, che chiede immancabili “soluzioni strutturali europee”, precisa meglio il concetto di “shock asimmetrico”, almeno secondo lui. Perché una sorta di riedizione del SURE non basta:

Ed è fondamentale tenere conto che, per gli obiettivi di transizione come per lo shock prodotto dalla guerra, l’impatto sulle economie è diverso, a seconda del mix energetico nazionale, ed è più forte per chi come l’Italia ha una importante industria manifatturiera. Bisogna mutualizzare l’impatto, per un’Unione più coesa.

Oh, eccolo, lo shock asimmetrico. In altri termini, il concetto è di questo tipo: ehi, paesi europei, poiché l’Italia fa uso e abuso di gas e ha una manifattura impegnativa, datece li sordi. Altrimenti siete “egoisti”, come si legge ogni volta quando i nostri eroi chiedono i dindi a Bruxelles.

Orlando sarebbe molto preoccupato se scoprisse quale è l’altro paese europeo che soffre per questa peculiare definizione di “shock asimmetrico”. Credo sia la Germania. Quindi, che facciamo: mettiamo contributi del resto d’Europa per combattere lo “shock asimmetrico” di Italia e Germania? Uhm, ho come la sensazione che ci sarebbero problemi. A far di conto, soprattutto.

Orlando chiude l’intervista volando molto alto: serve un’Europa sociale, dove l’Ecofin (cioè i ministri delle Finanze e dell’Economia) siano a disposizione di quelli del Lavoro, che decidono come allocare fondi per gestire i famosi “shock asimmetrici”, che colpiscono elettivamente l’Italia. Questo perché

La gestione delle diseguaglianze provocate dalle scelte finanziarie non può venire ex post.

Non so a cosa il ministro si riferisca: forse l’Ecofin fa casini a cui bisogna rimediare? Vai a saperlo.

Il calmiere di Bonomi

Oggi sul Sole c’è poi un intervento del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che invoca il tetto al prezzo del gas. Altra opzione controversa, che pare essere stata accantonata in sede europea perché presenta effetti collaterali piuttosto problematici. Ad esempio, il prezzo calmierato sarebbe quello pagato sui mercati internazionali oppure il costo per l’utente finale? Nel primo caso, è vero che la Ue è un grande consumatore ed è quindi dotato entro dati limiti di potere di mercato, ma dubito che tale potere si spinga al punto di autoridursi il prezzo.

Nel secondo caso, chi paga la differenza tra prezzo di mercato globale e prezzo calmierato agli utenti? La leggendaria fiscalità generale. Quella nazionale o quella europea? Nel secondo caso, in base a quali criteri? Forse i consumi assoluti di gas? In quel caso, fate largo alla Germania über alles.

Peraltro, Bonomi suggerisce “di mettere un tetto al prezzo del gas a livello europeo o italiano, così da evitare, all’origine, i cosiddetti extraprofitti”. Confesso che mi è ancora meno chiaro. Forse l’Italia dovrebbe unilateralmente dire ai venditori di gas “ti posso pagare questo e non oltre, fattelo bastare”? Se così fosse, saremmo semplicemente esclusi dal mercato. In alternativa, dovremmo pagare il prezzo di mercato e mettere risorse fiscali nostre per agevolare i consumatori. Che poi è quello che stiamo facendo da un anno. Anche così, si torna al via.

Quindi, per farvela abbastanza breve e confessarvi la mia ignoranza sul tema: chi dovrebbe pagare per chi? Boh. Questo non vuol dire che la Ue non uscirà con idee, ad esempio una agenzia di approvvigionamento comune di energia, o magari (più improbabile) anche di gestione delle commesse di navi gasiere. Ma l’intervento “strutturale” sarà “solo” in quest’ambito, presumo. Dopo di che, resterà l’aspirazione italiana a combattere “l’egoismo” attraverso “misure strutturali” che canalizzino verso il Belpaese risorse fiscali dei cittadini di paesi in condizioni simili alle nostre. Magari, tra le altre cose, per aiutare gli italiani a cambiare le gomme all’auto. Rigorosamente green, s’intende.

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

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