Francia, serve ancora più Stato?

Dopo la conferma di Emmanuel Macron alla presidenza della repubblica, l’attenzione si sposta alle legislative francesi del prossimo giugno ma anche sull’impegno dell’ex banchiere d’affari ad ascoltare la “rabbia” dell’elettorato, che si è tradotta in una messe di voti per le estreme, a destra come a sinistra. Resta da capire in che modo lenire questo disagio sociale, in un paese che ha già un’incidenza di spesa pubblica su Pil che non trova riscontro in occidente.

Quando Macron fu eletto per la prima volta, nel 2017, la spesa pubblica francese era al 56% del Pil. Nel 2020, anche in conseguenza delle misure per attutire l’impatto della pandemia, quel valore era salito a circa il 60%. Macron si presentò agli elettori con l’idea di tagliare ben 120.000 posti nella pubblica amministrazione, in conseguenza del sostanziale blocco del turnover e della spinta all’ulteriore digitalizzazione.

L’armata dei 120.000 travet

Nulla di ciò è accaduto, i 120.000 sono ancora lì e hanno fatto oggetto di una rimasticatura da parte della Repubblicana Valérie Pecresse, che al primo turno è stata fatta a pezzi, dopo essersi presentata, in modo piuttosto singolare dato lo sciovinismo francese, come un cocktail non particolarmente potabile di “due terzi Angela Merkel, un terzo Margaret Thatcher”. Boh.

Macron aveva promesso di riformare il sistema pensionistico francese, fatto di oltre quaranta schemi previdenziali e di età media di pensionamento incompatibile con la dinamica demografica, ma si è preso una mezza rivolta di piazza e ha fatto retromarcia. Prima del ballottaggio ha tentato, in modo piuttosto patetico, di negoziare con l’elettorato affermando di non voler dividere il paese con la nuova soglia di pensionamento a 65 anni, rilanciando in modalità suk su 64 anni.

Quindi, come lenire la “rabbia” dei francesi, e impedire loro di votare in massa per proposte politiche populiste, di cui sarebbero le prime vittime? Analizzando quantità e qualità della spesa pubblica francese scopriamo che, oltre a essere circa 15 punti percentuali superiore alla media dei paesi Ocse, è fatta più di trasferimenti di welfare (18% del Pil, il doppio della media) che di investimenti in formazione, istruzione e abitazione.

Più formazione, meno pensioni

Da qui le abituali raccomandazioni di Ocse e FMI circa la necessità di riqualificare la spesa pubblica. Vaste programme, anche se qualcosa è già stato fatto in termini di politiche attive e formazione permanente, mentre gli investimenti sono rimbalzati in modo piuttosto confortante. Ma il sentiero resta molto stretto.

Scorrendo l’analisi del Fondo Monetario internazionale relativa all’ultimo check-up del paese transalpino, relativo al 2021 e pubblicato a gennaio di quest’anno, si identificano le debolezze. Prima dell’invasione russa dell’Ucraina, che ci ha schiantati in un mondo completamente differente, il FMI consigliava a Parigi di avviare nel 2023 un progressivo consolidamento fiscale per portare nel 2026 il deficit al 2% del Pil e allo 0,4%, che rappresenta l’obiettivo di medio termine, nel 2029.

Da realizzare enfatizzando la formazione permanente, l’innovazione tecnologica e la transizione tra scuola e lavoro. I fatti dimostreranno se questa pur necessaria enfasi sulla riconversione delle skills è solo una chimera, e di conseguenza gli sconfitti dalla transizione non possono che finire sulla lista degli assistiti strutturali del welfare, o se riesce anche a funzionare. Cruciale resta il tipo di disegno della formazione permanente che le autorità riusciranno a compiere. Se si trattasse solo di un contenitore vuoto e di un business per “formatori” accreditati, temo che i risultati sarebbero scadenti.

I sussidi pandemici hanno causato un aumento dei risparmi dei francesi pari a 165 miliardi di euro, il 6,75% del Pil, ma questi risparmi in eccesso si sono accumulati presso i decili più agiati della popolazione, e non poteva essere altrimenti. Ma almeno la povertà non è aumentata, rimanendo stabile nel 2020 al 14,6%.

Il debito lievita

Il risparmio in eccesso iniziava a essere decumulato, come altrove nel mondo, attraverso spese importanti come quelle legate ad acquisti di beni durevoli di consumo e all’abitazione, ma lo shock inflazionistico è destinato ad assorbirli in misura non trascurabile nei consumi correnti, come del resto segnalato nell’ultimo bollettino della Bce, oltre che dal vostro titolare ben prima dell’inizio della guerra.

france debt projection imf

Il FMI a gennaio osservava come l’indebitamento francese si trovi in una tendenza divergente rispetto alla media dell’Eurozona e, soprattutto, della Germania. Il consolidamento fiscale, secondo il FMI, doveva agire in direzione della riduzione dei pubblici dipendenti, razionalizzando le sovrapposizioni tra livelli di governo; ristrutturando il sistema pensionistico, cioè alzando l’età pensionabile; intervenendo su tax expenditures e sussidi, eliminando quelli dannosi all’ambiente; ristrutturando il sistema dei sussidi di disoccupazione, restringendo i requisiti di accesso e la cumulabilità.

Come si nota da questa prima “lista della (non) spesa”, si tratta di misure che finirebbero in ampia misura contro il muro dell’opposizione di piazza e di urna. Tagliare i sussidi ai carburanti ha contribuito a generare i gilet gialli, non scordiamolo. A poco servirebbe dire “tagliamo parte di queste spese e destiniamo i risparmi alla formazione permanente e allo sviluppo dell’offerta”.

La spesa pubblica è additiva, non sostitutiva

Riqualificare la spesa pubblica è una bella proposizione teorica, sin quando non si toccano i percettori di quella parte di spesa considerata superflua o nociva. Un problema che noi italiani ben conosciamo. Nel momento in cui qualcuno tenta di farlo, ecco spuntare come funghi i sovranisti, populisti, stampatori e redistributori. Motivo per cui, parlare di “riqualificare” la spesa è una rassicurante illusione. La spesa pubblica tende ad essere additiva, non sostitutiva. Additiva anche nel senso che crea dipendenza.

Per tutto il resto, la Francia continua ad avere un deficit delle partite correnti, cioè un risparmio interno negativo. Almeno, qui nessun genio della contabilità nazionale potrà dire che i francesi “vivono al di sopra dei propri mezzi”, perché pare esattamente l’opposto, secondo quei canoni.

Ma cosa ha sin qui consentito alla Francia di galleggiare senza incorrere nella “sindrome italiana” del debito che si autoalimenta? In primo luogo, direi il costo del debito, rimasto non troppo lontano da quello tedesco. In tal modo, l’effetto “palla di neve” ha sempre aiutato i francesi. Durerà? Di certo, se lo spread Francia-Germania dovesse allargarsi in modo considerevole, l’intera costruzione europea sarebbe rimessa in discussione.

Come che sia, la sintesi è presto detta: come riuscirà Emmanuel Macron ad “ascoltare la rabbia” e quindi erogare ulteriore welfare, quando la Francia ha un livello di spesa pubblica da paese socialista? Forse aumentando la pressione fiscale, magari di tipo patrimoniale, come chiede ad esempio Jean Luc Mélénchon? La prima risposta l’avremo alle legislative di giugno, a cui Macron arriverà con un governo nuovo e che dovrà dimostrare la propria “sensibilità”. Il rischio è che questa époque non sia particolarmente nouvelle.

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