Perché cripto non vuol dire fiducia

Il fallace mito delle regole “sovrumane”

Proseguono i violenti spasmi del mondo delle criptovalute e dintorni. Il timore (di certo non mio, tengo a precisare) è che sia in corso un processo di “pulizia” (dall’eccesso di leva finanziaria) ancora lontano dal completamento. Sarà con molta probabilità così. Cerchiamo di capire meglio, tenendo le tecnicalità al minimo indispensabile ma provando a trarre una “morale” anche rispetto alle norme che regolano il mondo di criptovalute e blockchain.

Un sistema “senza fiducia”

In questo momento, sul banco degli imputati c’è tutto l’universo della finanza decentralizzata, o DeFi. Cioè quelle applicazioni in cui gli utenti possono scambiare, indebitarsi e prestare “valori” senza intervento di una entità creditizia ma in modo “automatico”, grazie ai cosiddetti protocolli.

Questo è il primo ambito di fascinazione: niente casse di compensazione, niente intervento umano e relativo esercizio di discernimento o di arbitrio, a seconda dei punti di vista. Una sorta di miraggio filosofico, in pratica. Un gigantesco pilota automatico definito spesso con un termine ad alta suggestione: trustless. Cioè per negoziare su tali applicativi non serve l’esistenza di rapporti di fiducia tra contraenti né una entità “umana” centralizzata che certifichi le transazioni.

È la filosofia alla base del bitcoin e della blockchain. La “fiducia”, ci viene spiegato, viene posta dai partecipanti su “concetti astratti” e non su istituzioni o terze parti, che possono essere corrotti. La rete ha il centro ovunque e da nessuna parte. Bel miraggio naïf, non trovate? La fiducia, concedono i cripto-ingegneri sociali, serve anche nei sistemi decentralizzati: ma viene diffusa nel sistema e ridotta.

Regole, panico e discrezionalità

Tutto molto avveniristico e utopico: ci sarebbero le casse di compensazione a imporre fiducia in un sistema centralizzato ma evidentemente sono considerate retaggio di un’era umana da superare. E comunque, anche le clearing house cadono vittime di giudizio umano ed eccezioni. E di panico.

Vedi quello che è accaduto mesi addietro al London Metal Exchange sulle contrattazioni del nickel: transazioni cancellate per evitare onde sismiche conseguenti a un grandissimo operatore finito sott’acqua, a cui hanno fatto seguito azioni legali e acrimonia. Pacta sunt servanda? Pare di sì sino a quando i patti non smettono di esserlo. Ma temo sia la natura umana, che si dà dei costrutti pseudo-vincolanti per garantirsi certezze e poi, in condizioni di stress elevato, li scardina.

Nel frattempo, in questo magico mondo di automatismi e assenza di emozioni fuorvianti e prone alla corruzione, è accaduto che la finanza decentralizzata abbia visto l’esplosione degli scambi, in cui c’è chi deposita “moneta” (i token) e chi la prende a prestito, con mirabolanti rendimenti promessi. Gli utenti si indebitano mettendo a garanzia dei token e depositano il prestito su un’altra applicazione, per incassare corposi rendimenti. Qui la leva finanziaria solleva il debito.

In tutto questo turbine di prestiti e depositi, se qualcosa si inceppa, sono dolori interconnessi. Anche qui, nulla si inventa, nella storia dell’avidità umana che pure è il motore del progresso. Se una criptovaluta si deprezza, scattano le richieste di integrazione di garanzia (margin call) e, se il debitore non è in grado di adempiere, parte la liquidazione forzosa della garanzia medesima, che causa ulteriori ribassi.

Gli spietati bot liquidatori

Nel mondo trustless e automatico, la liquidazione delle garanzie di debitori inadempienti spetta -manco a dirlo- a dei bot. Programmi scritti e gestiti da terze parti che scattano a vendere la garanzia perché, così facendo, possono ottenerne una parte come ricompensa di sistema.

Tutto molto affascinante, non trovate? Niente emozioni né deroghe. Dura lex sed lex. Anzi, duro bot sed bot. Oppure no. Davanti alla potenziale insolvenza di un grande debitore e alla conseguente alluvione, alcune comunità votano per sospendere il processo di liquidazione e prendere il controllo del portafoglio elettronico, procedendo in seguito a una ordinata liquidazione. Stessa cosa fanno i prestatori strutturati come entità aziendale e non come romantica comunità di destini.

Ecco quindi che i meravigliosi automatismi che eliminano la discrezionalità finiscono in schegge e si torna all'”over the counter e alla trattativa diretta con un terzo interessato a rilevare il pegno a trattativa privata. Ci vuole fiducia.

Due considerazioni: come ho già detto, le criptovalute e i protocolli di finanza decentralizzata che da esse originano altro non sono che l’artefatto dell’eccesso di liquidità prodotto in questi anni dalle banche centrali. Con buona pace della mistica della criptovaluta che lotta contro l’eccesso di svalutazione della moneta creata dal nulla dagli istituti di emissione.

Questo eccesso di liquidità viene assorbito da tutto quello che capita: azioni, obbligazioni, materie prime, immobili, collezionismo e criptovalute, attraverso la creazione di applicazioni di finanza decentralizzata e di NFT (Non Fungible Token), cioè “prove digitali” del possesso di qualcosa, registrate sulla blockchain a prova di contraffazioni e duplicati. Si diffonde l’abuso del debito, che nel mondo cripto promette rendimenti a doppia e tripla cifra.

Il castello di liquidità crolla

Quando la liquidità si ritira, il castello di carte crolla in un tripudio di fallimenti e liquidazioni forzate. Potranno cambiare aspetti tecnici e contesti ma il processo resta quello. La ciliegina sulla torta è quando i cripto-capitalisti danno la colpa del crollo all’azione delle banche centrali. O forse non è un’accusa ma una presa d’atto. Se poi si arrivasse a prendere consapevolezza che tutto questo castello di carte digitali è esattamente figlio delle banche centrali, che danno e tolgono (la liquidità), forse si arriverebbe a forme superiori di coscienza. Ma non chiediamo troppo alla limitata razionalità umana.

Ricordate il Gold Standard? Una bella camicia di forza, che le circostanze e il bisogno hanno strappato. Le criptovalute sono la stessa narrazione, della ricerca di “ordine” sovrumano, ma senza cogliere che si tratta di una crudele finzione generata da quella stessa fonte di disordine che si vuole combattere. La fascinazione del bot che automaticamente arriva a mietere la garanzia degli insolventi è la rappresentazione plastica di questa improbabile aspirazione. Ricorda un po’ il moto perpetuo e l’assenza di attrito. Sin quando non si trasforma in un domino.

Ripetete con me: ogni costrutto umano esiste per essere decostruito e ricostruito alla bisogna.

Tornando al mondo cripto: quale sarà il suo futuro? Vedo che ora i sostenitori della tesi dell'”oro digitale” se la prendono con la DeFi, sostenendo che è una truffa e uno schema Ponzi. In quest’ambito, dopo la grande deflazione scatenata dalla stretta delle banche centrali, immagino saranno create regole di controllo dell’espansione del credito, come nel vecchio mondo che tentavano di spazzare via. Rigorosamente automatizzate, s’intende.

Un futuro per ludopatici?

Se questo “sganciamento” tra bitcoin e suoi artefatti avverrà effettivamente, forse il primo riuscirà a sopravvivere sulla leggenda del suo valore di scarsità e non sul valore economico delle applicazioni della blockchain. Oppure l’intero “ecosistema” riuscirà a sopravvivere, pur ammaccato, in attesa della prossima iniezione di liquidità delle banche centrali, che lo rivitalizzerà e ridarà fiato alla surreale tesi della criptovaluta come strumento difensivo contro l’azione delle banche centrali.

Forse avremo un futuro di gamification, con strappi delle quotazioni e improvvisi crolli, un po’ alla GameStop, altro sottoprodotto dell’eccesso di liquidità delle banche centrali. Un trionfo di ludopatia, con trading a esaustione (dei soldi), altro che hodler con mani di diamante che tengono duro, accada quel che accada, e in tal modo puntando a togliere “flottante” e quindi far strappare i prezzi ogni volta che nuovi adepti entrano. Come dite? È uno schema Ponzi anche quello? Mi sa che avete ragione.

In tutto ciò, la novità è che il vulcanico presidente millennial che è andato all-in sul bitcoin e che per molto tempo ha comprato sui ribassi accumulando in tal modo una perdita da antologia, ha per ora dismesso questo orientamento e invita tutti a “godersi la vita“. Alla fine, “el salvador” (con la minuscola) sarà il Fondo Monetario internazionale.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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