Modello Orbán, fine della rendita parassitaria?

Ieri la banca centrale ungherese ha alzato il tasso chiave di politica monetaria di altri 100 punti base, al livello di 10,75%. Era dal 2008 che non si toccava la doppia cifra. Lo scorso autunno quel tasso era al 2%. A giugno, l’inflazione era a 11,5% e si prevede che continuerà a crescere ancora per parecchi mesi. Da inizio anno, il fiorino ungherese si è deprezzato contro il pur debole euro di circa il 7%.

Fattori avversi

La situazione economica ungherese, come intuibile, è pesantemente condizionata dalla guerra nella vicina Ucraina, con prezzi dell’energia alle stelle, catene di fornitura terremotate e pressione immigratoria. Maggiore la prossimità al teatro di guerra, maggiore l’impatto.

Il problema è che l’Ungheria di Orbán giunge all’appuntamento con questa crisi col fiato sul collo della Ue, per il contenzioso su corruzione e stato di diritto, che ha portato al blocco dell’erogazione della prima rata dei fondi del Recovery Fund, a cui l’autocrate puntava per proseguire nel suo “modello di successo” di natura prevalentemente parassitaria verso la Ue, fatto sin qui di fondi di convergenza.

Ma fatto anche e soprattutto della protezione tedesca, visto che l’Ungheria serve alla Germania per il proprio ecosistema manifatturiero, in particolare nel settore automotive. Come un topo nel formaggio, Orbán è riuscito sinora a dare soldi ai suoi connazionali e cementare la sua presa sulle istituzioni e sul sistema economico-finanziario ungherese.

Poi, come detto, l’incantesimo si è spezzato. Lo scorso autunno, dopo che la Commissione Ue ha bloccato i fondi del Recovery, Orbán ha risposto che si sarebbe rivolto ai mercati finanziari. Oggi, con il livello di tassi nel frattempo schizzato, quella “minaccia” appare una pistola scarica o carica ma puntata alla tempia dell’Ungheria.

Tassare i ricavi

Nel tentativo di prendere tempo e tenere sotto controllo i conti pubblici, Orbán ha imposto una gragnuola di cosiddette windfall tax e altre gabelle. In realtà, non tasse sugli extraprofitti bensì sui ricavi. Ad esempio, le banche devono pagare il 10% sui ricavi netti nel 2022 e l’8% nel 2023; le telecom e i retailer pagheranno una sovraimposta progressiva legata al fatturato netto, sino al 7%. Viene introdotta una addizionale sugli imbarchi aeroportuali di circa 10 euro per voli diretti in Europa e di quasi il triplo per gli altri. Completa il quadro una grandinata di aumenti di accise.

Nel contempo, per il 2022-23 sono state adottate misure di contenimento basate soprattutto sul blocco degli investimenti pubblici e della più generale spesa pubblica, quest’ultima tagliata del 10%. Ma, soprattutto, si è messa mano a misure che agli ungheresi piacevano molto, come il tetto al prezzo dell’energia per le famiglie, che da solo vale 5 miliardi di euro, oltre a riduzioni fiscali di cui godevano le piccole e medie imprese.

Misure che stanno riempiendo le piazze, ma non nel modo che piace a Orbán. Cose che accadono, quando c’è inflazione e la cittadinanza viene anestetizzata con sussidi che sfondano il bilancio pubblico. Per una dettagliata expertise in materia, chiedere all’Argentina.

Un ciclo elettorale di spesa finito male

La cosa singolare è che il governo ungherese ha deciso un target di rapporto deficit-Pil per cassa che a fine anno deve essere di 4,5%. Non si capisce per quale motivo, visto che bisognerebbe capire dove sarà la crescita del Pil a quella data. Un simile valore, con recessione, potrebbe rivelarsi pro-ciclico e strangolare l’economia. Anche qui, cose che accadono quando, per ciclo elettorale, gonfi di sussidi gli elettori, contando di recuperare il tutto a elezioni terminate e con la crescita.

Alla fine del primo semestre, il rapporto tra deficit per cassa e Pil era già al 92% dell’obiettivo al 31 dicembre, il che implica o la revisione dell’obiettivo con conseguente perdita di credibilità per la politica economica, oppure una stretta fiscale pesantissima.

hu budget h1 2022
Hungary cash deficit-GDP

Ora Orbán sta manovrando con la Commissione Ue, per ottenere lo sblocco dei fondi del PNRR. Vedremo con quali offerte rispetto alle richieste di Bruxelles, e quanto sincere. Ma anche se si arrivasse a un esito favorevole a Budapest, resta il fatto che le misure di economia di guerra e l’inflazione, non solo energetica, sembrano destinate a restare tra noi per non breve tempo.

Fine di un “modello”

Certo, sono problemi che riguardano tutta Europa, che nei prossimi mesi sarà sottoposta a una pressione economica da far tremare le vene ai polsi, anche in termini di tenuta democratica, ma la situazione attuale mette in crisi, forse irreversibile, il “modello Ungheria”, fatto di ricchi sussidi europei che piovono sui felici cittadini, che volentieri lasciano a Orbán e amichetti il compito di mangiarsi lo stato e l’economia. Una rendita parassitaria che deve terminare.

E direi che deve anche terminare la suggestione lisergica che alcuni nostri accattosovranisti hanno per l’Ungheria e il suo “modello”. Che poi sarebbe “semo sovrani, datece li sordi“. Una singolare visione “confederale”, diremmo. Frutto di una ignoranza e di un cinismo politico che farà vittime, temo non solo in senso metaforico.

Elekes Andor, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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