Ungheria, mercato del lavoro troppo tirato: arriva la “legge schiavitù”

Nel terzo trimestre, l’occupazione in Ungheria ha raggiunto il massimo storico. Questa medaglia al merito ha come rovescio una crescente carenza di manodopera, acuita anche dal calo della popolazione in età lavorativa. Il risultato è una crescente pressione rialzista sui salari, che si sta trasmettendo anche ai prezzi al consumo. Anche per rispondere a questo collo di bottiglia, il governo di Viktor Orban ha portato in parlamento una proposta di legge che sta causando crescenti proteste e manifestazioni di piazza. 

Il progetto di legge consente ai datori di lavoro di chiedere ai dipendenti un massimo di 400 ore annue di straordinario, in luogo del tetto di 250 previste oggi. Non solo: è previsto anche che il datore di lavoro abbia a disposizione tre anni anziché uno per saldare il credito del dipendente frutto delle ore di lavoro straordinario. Da qui, proteste di piazza contro la proposta di legge, ribattezzata  “legge schiavitù”. 

In Ungheria, nel terzo trimestre, erano occupate 4,49 milioni di persone, massimo storico dall’inizio delle rilevazioni, con un incremento dello 0,8% sull’anno precedente. Anche il tasso di occupazione è al picco. La disoccupazione è al 3,8%, pari a 172.000 persone. 

La crescita è trainata dal settore delle costruzioni, grazie ai programmi pubblici. Al netto di eventuali esigenze di irrobustire la dotazione infrastrutturale del paese, questo tipo di crescita porta con sé i soliti rischi di cadute verticali causate da rialzi del costo del denaro, oltre ad essere a basso contenuto di conoscenze. Il secondo motore della crescita ungherese è l’assemblaggio di autoveicoli, con la presenza dominante ma non esclusiva di costruttori tedeschi. Dal 2017, l’aumento di occupazione in Ungheria è interamente avvenuto beneficiando i residenti, mentre in precedenza si osservavano importanti fenomeni di pendolarismo transfrontaliero, su base giornaliera o settimanale. 

Questo evidente successo di occupazione, anche se è una occupazione di qualità bassa o medio-bassa, porta con sé crescente penuria di offerta di manodopera e robusti aumenti del costo del lavoro. I posti vacanti sono pari al 2,6% degli impieghi, mentre i serbatoi di riserva di manodopera, rappresentati da disoccupati, inattivi in grado di lavorare e sotto-occupati sono in costante restringimento. 

Per compensare, liberare manodopera ed alzare l’offerta di lavoro, il governo ungherese ha ridotto i programmi di lavori pubblici ed alzato l’età pensionabile, che passerà dagli attuali 62 a 65 anni nel 2022. L’emigrazione verso altri paesi Ue ha poi registrato una frenata nel 2017. Ma queste misure richiedono tempo, e nel frattempo i salari crescono: nel periodo gennaio-settembre di quest’anno siamo a +11,7% nominale e 8,8% in termini reali. Anche se ciò al momento non sta frenando la crescita, prevista al 4,7% quest’anno da 4,3% nel 2017, anche grazie ai forti trasferimenti disposti dal governo per arrivare alle elezioni dello scorso aprile, ed alla costante spinta esercitata dagli elevati fondi Ue, è evidente che nel breve termine questo collo di bottiglia andrà gestito e rimosso o ridimensionato.

Ed è qui che entra la proposta di legge sul forte aumento del limite legale di ricorso allo straordinario e sulla “dilazione” del suo pagamento. Si tratterebbe di un limite di due ore di straordinario al giorno, o della introduzione della settimana lavorativa di sei giorni. Il testo di legge potrebbe essere emendato ma dal partito di Orban, Fidesz, si enfatizza l’esigenza di “dare flessibilità” all’economia. 

Questo è l’esito “naturale”, quando ad un paese che sta rapidamente invecchiando vengono iniettate robuste dosi di stimolo fiscale, mentre l’immigrazione viene contrastata. Peraltro, una crescita trainata dal settore auto è messa a crescente rischio dalle pressioni protezionistiche globali, mentre il settore delle costruzioni non è lo strumento migliore per avere crescita durevole e forza lavoro istruita. Il lungo periodo, anziché essere quello in cui saremo tutti morti (yawn) è quello in cui si sistemerà tutto, in termini di progresso dell’automazione e bruschi risvegli alla realtà.

Ma il progresso sostenibile del reddito reale pro-capite non è quello delle strozzature dal lato dell’offerta di lavoro bensì quello dello sviluppo della produttività. A fine 2017, il Pil pro capite ungherese era il 68% della media Ue a 28 paesi, e la convergenza procede piuttosto lentamente , dopo la prima fase di catch-up successiva all’apertura al capitale estero. Sulla capacità dell’attuale leadership ungherese a raggiungere quel tipo di progresso, visto il modello di sviluppo perseguito, è lecito nutrire dubbi. 

  • Aggiornamento del 13 dicembre: la legge è stata approvata

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