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Evergrande guaio a China City

Con una prevedibilità ormai acquisita, siamo a commentare l’ultimo dissesto, in ordine cronologico, di un’azienda cresciuta sulle ali del debito, sino a diventare sistemicamente rilevante ma soprattutto simbolo di un modello di sviluppo che vede avvicinarsi i respingenti della stazione di arrivo. Parliamo di Evergrande, conglomerata cinese che ha come maggior business lo sviluppo immobiliare, che si trova impossibilitata a ripagare il debito in scadenza in questi giorni.

Evergrande sviluppa progetti immobiliari, soprattutto appartamenti, che vende ai compratori dietro pagamento di acconti, spesso finanziati con mutui, e paga i fornitori in prevalenza con debito commerciale a breve termine ma anche con emissione di obbligazioni, anche in valuta estera, che sono finite nei portafogli internazionali. La società ha quasi 800 cantieri in corso in oltre 200 città.

Crisi di liquidità che diventa insolvenza

Evergrande è finita in crisi di liquidità per una serie di situazioni, tra cui i limiti imposti dalle autorità cinesi al credito bancario rivolto allo sviluppo immobiliare, nell’ambito di un tentativo di correggere gli eccessi di uno sviluppo trainato dal settore in modo ormai patologico e su cui hanno contato le autorità locali, che basano i propri bilanci sull’incasso degli oneri di urbanizzazione e non su entrate regolari come potrebbero essere quelle di una tassa municipale immobiliare.

Qui possiamo intuire lo schema classico di questi dissesti: sviluppo a debito in modo forsennato, sin quando non interviene “qualcosa” o “qualcuno” a mettere fine alla festa. I ricavi entrano in stallo o flettono e non riescono a tenere il passo del debito. Lo scorso anno le autorità cinesi hanno fissato limiti all’indebitamento degli sviluppatori immobiliari, mettendo sotto monitoraggio alcune metriche di indebitamento e ordinando alle banche un tetto all’incidenza del credito ipotecario sul totale dei prestiti.

Secondo dati della banca centrale cinese, al termine del terzo trimestre 2020 gli sviluppatori immobiliari rappresentavano il 29% del totale del credito del sistema bancario. La mossa governativa era mirata a evitare eccessi di concentrazione settoriale del credito ma soprattutto a indirizzare risorse verso ambiti manifatturieri a maggiore valore aggiunto, in una prospettiva di lungo termine.

Quota di attività relative al real estate su Pil. Fonte: Rogoff & Yang (2021)

La dipendenza dall’immobiliare

Ma, si sa, l’immobiliare è come il miele per le mosche, a ogni latitudine. Miraggi di denaro facile alimentato da credito altrettanto lasco, vasto impatto moltiplicativo su altri settori tradizionali come produzione di acciaio e di tutto quello che attorno all’immobiliare ruota (quand le bâtiment va, tout va, dice un antico motto francese valido in tutto il pianeta). E la politica è lieta di spingere una crescita di qualità bassa ma che rappresenta un frutto da cogliere da rami bassi dell’albero.

Vistasi limitata nella sua capacità di raccogliere credito bancario, Evergrande ha iniziato a diversificare le fonti di provvista, usando anche l’emissione di prodotti di risparmio al dettaglio, i famigerati Wealth Management Products (WMP), che promettono rendimenti spesso a doppia cifra e altrettanto di frequente sono schemi di Ponzi neppure troppo sofisticati.

Questi prodotti, spacciati spesso per credito ai fornitori di Evergrande, un po’ come accaduto per un altro default fraudolento, quello di Greensill, sono stati collocati anche a dipendenti del gruppo, spesso dietro pressione di dirigenti.

Arriva Ponzi

Secondo passo nello schema classico dei dissesti: sostituire le fonti di finanziamento. Da quelle bancarie, non inaridite ma certamente frenate rispetto alla sovra estensione di attività immobiliare, a quelle collocate dal settore dello shadow banking, o più propriamente degli schemi piramidali.

La terza fase di questi dissesti è, come detto, una crisi di liquidità che diventa rapidamente di solvibilità. Per restare a galla, Evergrande ha proposto ai creditori e agli obbligazionisti di rilevare immobili residenziali e commerciali a forte sconto sulle quotazioni di mercato, destabilizzando l’intero settore. Sono le cosiddette fire sales, vendite panicate.

Che farà il governo cinese? Si è parlato di “momento Lehman” nel senso di pedagogia del fallimento: lasciare Evergrande al suo destino per mandare un segnale di dura disciplina al settore e soprattutto il messaggio che lo sviluppo economico si fa altrove rispetto all’immobiliare, che al momento pesa per un patologico 30% circa su aumenti di occupazione e investimenti.

Tuttavia, il “momento Lehman” originario ha causato un cataclisma, pur se utile a correggere gli estremi di prassi finanziarie votate all’autodistruzione. Che poi la natura oligarchica del capitalismo finanziario americano sia uscita pressoché intatta dal trauma, è altro discorso che merita approfondimenti in altra sede e contesto (o post).

Cambiare rotta senza farsi male

Pare difficile che Xi Jinping, impegnato a cambiare la rotta sociale del modello di sviluppo cinese, verso il pendolo della redistribuzione del contrasto alle diseguaglianze eclatanti che si sono sviluppate in questi lustri di esperimento ultraliberista cinese, voglia causare un trauma ai piccoli proprietari immobiliari, spingendo a crolli dei prezzi.

Nel paese, la sensibilità al tema dell’abitazione è su livelli molto elevati. Pare tuttavia verosimile che la bolla si sgonfierà e il processo non sarà indolore. Del resto, era tutto già scritto e detto: nel 2017, Xi aveva ribadito che “le case servono per viverci, non per speculazione”.

Ma servirà un difficile esercizio di equilibrismo per preservare il settore dello sviluppo immobiliare (e quelli ad esso correlati), depurandolo dalle scorie tossiche di questi anni di crescita drogata, e la pace sociale dei cittadini risparmiatori, mentre si migra lo sviluppo e il credito verso la manifattura ad alto valore aggiunto.

Impatto globale?

Resta la domanda collettiva del resto del mondo: quanto è sistemica, Evergrande? Al momento, la società ha obbligazioni in dollari per 14 miliardi di dollari, nessuno dei quali in scadenza quest’anno, quando serviranno tuttavia 850 milioni per pagare gli interessi. Scontata una ristrutturazione del debito e un colpo ai portafogli globali, che tuttavia non pare esiziale. Le banche cinesi -pubbliche- verranno aiutate a non finire sott’acqua; lo stesso accadrà ai fornitori di cantiere. Assai probabile che il proprietario di Evergrande, Hui Ka Yan, verrà rieducato e sparirà.

Più che altro, il caso Evergrande pare essere stato l’ennesima opportunità per innescare una correzione a mercati azionari tiratissimi e che già stanno scalando un muro di preoccupazioni fatto di shock energetici, persistenti strozzature di filiera, inflazione transitoria a oltranza, politica monetaria della Fed, eccetera.

Ci saranno impatti globali dal raffreddamento dell’immobiliare cinese ma ciò potrebbe avere un risvolto positivo (il famoso silver lining) nella misura in cui raffredderà i prezzi delle materie prime.

Se poi scopriremo che esiste effettivamente un rischio sistemico globale, cioè l’ennesima incarnazione dello spettro della deflazione da debito, le autorità monetarie interverranno per tenere alti i mercati finanziari in un altro giro di giostra infernale, terrorizzati da quello che accadrebbe all’economia reale in caso di loro crollo. Chissà quale sarà l’end game, come direbbero quelli che hanno studiato.

Foto di Leslin_Liu da Pixabay

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