Reddito di cittadinanza, l’illusione di risparmiare

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

la presentazione alla Camera del programma di Governo rilancia il tormentone sul proposito di conservare, abolire o modificare il Reddito di Cittadinanza.

La conclusione proposta dal Presidente del Consiglio appare condivisibile, sebbene parta da presupposti erronei e non giunga alle conseguenze necessarie di natura finanziaria. È subito da premettere, comunque, che le basi del ragionamento appaiono molto fragili anche a causa dell’inevitabile sintesi con la quale è stata affrontata la questione, che sarà evidentemente oggetto in futuro di ben più ponderosi approfondimenti.

La sostanza, Titolare, comunque è che l’intento della nuova maggioranza non è abolire il RdC ma di modificarlo radicalmente, eliminando l’equivoco più volte segnalato da Ella e da questi pixel della commistione impossibile tra provvidenze di natura sociale e politiche attive per il lavoro.

ipotesi di modifica al Reddito

Estrapolando dai sintetici riferimenti nel programma enunciato alla Camera dal Presidente del Consiglio, si evince che al posto del RdC subentrerà una misura di aiuti finanziari/sociali per

[…] soggetti privi di reddito, fragili e impossibilitati a lavorare o difficilmente occupabili: disabili, over 60, nuclei familiari con minori a carico.

Mentre, simmetricamente, più nessun beneficio finanziario sarebbe da assicurare per “chi è in grado di lavorare”, al quale, invece, occorre assicurare lavoro, formazione e accompagnamento al lavoro.

Come detto, Titolare, l’intuizione è condivisibile, anche se le premesse sono certamente fuorviate da un dibattito che si trascina da anni, all’insegna degli equivoci.

Non è stato da tutti, ancora, recepito e compreso che il Reddito non spetta alle singole persone, bensì a nuclei familiari; nell’ambito di questi nuclei può capitare che la profilazione degli appartenenti ai nuclei consideri alcuni soggetti (sono circa 920.000 attualmente) come idonei alla sottoscrizione con i servizi competenti (i centri per l’impiego) di un Patto per il Lavoro, che regoli le modalità di ricerca al lavoro.

Il sistema vigente

Ma la condizione per l’accesso al Reddito non è la disoccupazione, bensì in primo luogo la situazione di indigenza, come spiega egregiamente il portale governativo dedicato.

Dunque, il sistema attualmente vigente:

  1. non eroga il Reddito a singole persone, ma a nuclei (poi, certo, vi sono anche casi di nuclei con un unico componente, ma sono la minoranza);
  2. non riconnette il beneficio alla condizione di disoccupazione, bensì alla situazione reddituale, patrimoniale e finanziaria del nucleo familiare;
  3. riserva la ricerca di lavoro ai soli componenti del nucleo profilati come potenzialmente spendibili nel mercato del lavoro;
  4. condiziona la percezione del Reddito dell’intero nucleo al rispetto da parte di ciascun singolo componente delle obbligazioni contratte:
    1. o con i servizi sociali dei comuni, laddove si tratti di persone lontane dal mercato del lavoro, attraverso il Patto di Inclusione sociale;
    2. oppure, con i centri per l’impiego, laddove si tratti di persone considerate spendibili nel mercato del lavoro, attraverso il Patto per il Lavoro.

Dunque, è fuori bersaglio l’assunto che condiziona la percezione del Reddito ad una condizione di potenziale “idoneità” al lavoro e di contemporanea disoccupazione, perché le condizioni per l’assegnazione del reddito sono altre.

Semmai, la ricerca attiva del lavoro è una condizione, successiva all’assegnazione del beneficio, per poterlo mantenere nel tempo; in mancanza, scatta la “condizionalità”, l’applicazione di decurtazioni o anche la decadenza dal beneficio, derivante appunto da negligenze nella ricerca di lavoro, principale delle quali è il rifiuto di una proposta “congrua” (oggetto misterioso, previsto dalla legge ma mai visto nella gestione concreta).

Mentre il RdC profila i beneficiari distinguendo tra chi non è spendibile nel mercato del lavoro e chi lo è al solo fine di dettare le condizioni per il mantenimento del sussidio (imponendo a chi è spendibile di cercare lavoro in modo attivo e continuo), l’idea sinteticamente enunciata condurrebbe a differenziare un sistema di interventi finanziari che andrebbero solo a beneficio di chi è indigente e sia considerato in tutto non abilitabile al lavoro (anche magari temporaneamente), ma non a chi invece sia disoccupato ma potenzialmente occupabile.

Dal nucleo familiare al singolo individuo?

Questa idea, per un verso introduce una difficile distinzione soggettiva tra persone che, in quanto componenti di un medesimo nucleo in stato di difficoltà sono tutte egualmente povere, dall’altro imporrebbe proprio per questo di abbandonare l’idea dell’assegnazione del beneficio ad un nucleo per attribuirlo solo alle singole persone, con l’eccezione, però, di chi sia disoccupato ma potenzialmente spendibile nel mercato del lavoro.

Il che creerebbe un oggettivo stigma: in sostanza, il disoccupato, per di più povero, in quanto potenzialmente capace di lavorare non dovrebbe ricevere sostegni. Una sorta di presunzione secondo la quale il povero disoccupato è povero e senza lavoro perché, in sostanza, non ha intenzione né di cercare il lavoro, ma soprattutto di intraprendere effettivamente un’attività lavorativa.

Questa parte dell’analisi è quella affetta da evidenti difetti argomentativi. Su Il Messaggero del 25 ottobre 2022 un fin troppo orientato e preconcetto articolo di Francesco Bisozzi (“Il fallimento del Reddito: colloqui con il contagocce solo 1 su 5 è al lavoro”) presenta la storia del “flop”, investendo i dati forniti di recente dall’Anpal di una luce negativa, ben al di là della situazione oggettiva. Si evidenzia, infatti, che dei 920.000 beneficiari profilati come idonei al lavoro, “appena 173mila” sono occupati, cioè il 18,8%.

Un flop? Leggiamo il punto di vista offerto su Il Sole 24 Ore sempre del 25 ottobre 2022 da Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci nell’articolo “Reddito corretto per rafforzare la spinta al lavoro Enti locali più coinvolti nella gestione di chi non può lavorare”, ove, sempre a commento dei dati Anpal, si osserva:

La platea occupabile appare poco “appetibile” per le imprese: nel 73% dei casi non ha mai avuto un contratto di lavoro dipendente o in para-subordinazione nei tre anni precedenti. Il 70,8% ha al massimo un titolo di scuola secondaria inferiore e solo il 2,8% un titolo di livello terziario, un quarto ha un diploma di scuola secondaria superiore.

Si tratta di un’evidenza, quella dell’astratta idoneità al lavoro ma della scarsissima attrattività nel mercato del lavoro della stragrande maggioranza dei percettori, messa più volte in evidenza a sua volta su questi spazi e che i dati Anapl confermano sempre più.

La presunzione di colpa di non voler lavorare

Appare del tutto incongruo imputare a chi ha una bassissima qualificazione la presunzione di colpa di “non voler lavorare”. Le imprese cercano competenze: non hanno certo molta intenzione di assumere personale non qualificato e di nessun aiuto per la produzione. È anche per questa ragione che la famosa “offerta congrua” di lavoro è un’araba fenice.

D’altra parte, sempre su Il Sole 24 ore del 25 ottobre 2022, nell’articolo “Bonomi: «Serve una riforma organica sui temi del lavoro»”, Marzio Bartoloni riporta un’affermazione molto importante del presidente di Confindustria: “Abbiamo bisogno di un pacchetto organico sui temi del lavoro perché anche nei migliori anni della crescita non siamo riusciti a superare i 23 milioni di occupati”.

Dovrebbe, allora, risultare evidente che in un mercato sostanzialmente stagnante incapace di allargare la platea dei lavoratori, risulti ancor più difficile inserire soggetti come i percettori del RdC privi di competenze e titoli di studio: una domanda già poco ricettiva da parte delle imprese non è certamente disposta ad incontrarsi con un’offerta di basso profilo. Sicché anche quel 18,8% di percettori di Reddito che lavorano è tutt’altro che una performance deludente.

Per questo sono corrette le conclusioni del Presidente del Consiglio, in linea con la chiosa del citato articolo di Pogliotti e Tucci: i numeri del RdC “dovrebbero spingere a intervenire per rafforzare gli obblighi formativi di questa platea di percettori”.

Gli strumenti esistono già

Ma, a questo scopo, non occorre inventare gran che. Basterebbe davvero eliminare le velleità legate alla configurazione del RdC come politica del lavoro, che non è, cancellando anche i connessi oneri procedurali previsti dalla normativa e puntare puramente e semplicemente sulla riforma del mercato del lavoro impiantata col Pnrr, il programma GOL (Garanzia Occupabilità dei Lavoratori), che si fonda, oltre che sull’accompagnamento al lavoro, soprattutto su interventi di formazione destinati all’aggiornamento (up-skilling) o di riqualificazione (re-skilling), ma anche su progetti integrati di formazione e reinserimento sociale (lavoro e inclusione).

Già oggi i beneficiari del RdC possono e debbono essere coinvolti nei programmi operativi ed attuativi del GOL: la possibilità di attivare, quindi, interventi formativi per rendere davvero spendibili i disoccupati con poca qualificazione esiste e va perseguita.

La parte del RdC connessa alle politiche, ivi compreso l’assurdo onere burocratico della verifica mensile in presenza, può da subito essere accantonata, visto che il GOL è da qualificare come lo strumento universale di politica del lavoro.

Ma, allora, non si deve incorrere nell’errore di pensare che interventi di modifica sul RdC come quelli che si delineano siano privi di oneri finanziari. Ovvio che la nuova maggioranza può scegliere di diminuire, come anche di aumentare i sussidi; in ogni caso, la formazione da rivolgere a quei disoccupati in stato di indigenza ai quali si pensa di “togliere” il RdC costa e non può che essere sostenuta con risorse pubbliche, quali sono in effetti quelle del PNRR.

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