Russia, nostalgia del Piano e oligarchi a rischio

Approssimandosi il primo anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, nel resto del mondo ci si interroga, oltre che sugli scenari che potrebbero condurre alla conclusione del conflitto, anche su cosa diverrà l’economia russa, sottoposta a sanzioni senza precedenti da parte dell’Occidente, che ne costringono il potenziale di crescita anche in presenza di importanti mercati di sbocco alternativo, come quelli cinese e indiano.

L’accademia e la pianificazione

Nel paese alcuni accademici chiedono il ritorno alla pianificazione tipica dell’era sovietica o a una sua variante. Il presidente dell’influente Istituto di Economia dell’Accademia Nazionale delle Scienze, Ruslan Grinberg, ha chiesto l’introduzione di un’economia pianificata “non direzionale ma indicativa”, dove cioè lo stato indica le priorità economiche e le aziende sono lasciate “libere” di perseguirle, anche mediante il sostegno di sussidi, politica fiscale e doganale.

Diversa la posizione del direttore dell’Istituto Centrale di Matematica della stessa Accademia delle Scienze, Albert Bakhtizin. Per il quale serve invece la pianificazione in senso stretto dei tempi che furono, dove lo stato calcola ciò che serve e stabilisce cosa deve essere prodotto e quando, in relazione al conseguimento di obiettivi strategicamente definiti. La prima volta non è andata benissimo, mi pare di ricordare.

Queste posizioni sono lette da alcuni osservatori come effetto della regressione ideologica, sociale e politica della Russia, che trova nelle parole di Putin, che ha definito la fine dell’Unione Sovietica una “catastrofe geopolitica”, una sorta di fertilizzante della nostalgia, anche se l’uomo del Cremlino ha finora rifiutato soluzioni e suggestioni collettivistiche per l’economia.

Come spesso accade durante fasi di declino protratto, la fuga nel passato alimenta miti anche privi di fondamento fattuale. L’Unione Sovietica è collassata perché il suo apparato di pianificazione e la relativa burocrazia totalizzante hanno impiombato il paese, depauperandolo progressivamente.

Certo, l’elemento catalizzatore dell’implosione è stato il crollo dei prezzi dell’energia, come in troppi tendono a scordare. Questa è la principale differenza con la Russia di oggi, al momento. Il lento ma inesorabile soffocamento causato dalle sanzioni, e la sin qui limitata assistenza tecnologica della Cina, evidentemente timorosa di subire una raffica di sanzioni secondarie occidentali in aggiunta a quelle che gli Stati Uniti stanno applicando a Pechino sull’esportazione di tecnologie avanzate, stanno spingendo Mosca all’angolo e alimentando la sindrome da accerchiamento dell’élite politica del paese.

Dalla “normale” sostituzione delle importazioni con produzioni domestiche, il dibattito si sta spostando verso forme più spinte di controllo centrale dell’economia. Putin sin qui si è detto contrario a esiti di questo tipo, forse perché conserva un barlume di lucidità che gli consente di comprendere che una riedizione dei piani quinquennali potrebbe essere fatale al paese.

Il piano che generò la collettivizzazione staliniana

Ma c’è anche qualche studioso occidentale che legge questo dibattito in chiave strettamente politica. Michael Marder, docente di Filosofia all’Università del Paese Basco, colloca storicamente il primo piano quinquennale di Stalin come passaggio di rottura tra la Nuova Politica Economica di Lenin, che ancora consentiva una qualche autonomia imprenditoriale e di “mercato” ai contadini e alle piccole imprese, e la stagione degli orrori della collettivizzazione del settore agricolo sovietico con gli espropri di massa che, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, causarono milioni di morti per carestie, nel momento in cui l’agricoltura veniva posta al servizio dell’inurbazione da industrializzazione.

Gran parte di quelle vittime erano nella Repubblica Sovietica di Ucraina, che aveva una tradizione di fattorie possedute individualmente. Il piano di Stalin prevedeva l’eliminazione fisica e la deportazione nei gulag siberiani dei piccoli proprietari agrari, i kulaki. La carestia del 1932-33 è conosciuta come Holodomor.

La teoria di Marder può essere tanto suggestiva quanto frutto di salti quantici nella lettura della storia, ma non andrebbe liquidata a priori. Peraltro, il processo di collettivizzazione trova idealmente la sua inversione, alla fine di un lungo filo di storia, nella cosiddetta “terapia shock” di privatizzazioni, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, con la comparsa di predatori che si impossessano di interi settori produttivi, e generano la casta dei cosiddetti oligarchi.

La Russia si appresta a vivere un nuovo movimento pendolare nei suoi rapporti economici interni, col ritorno a forme di centralizzazione che sarebbero il prodromo del ritorno della collettivizzazione? Lo scopriremo. Per ora, c’è da registrare il crescente disagio degli oligarchi, preoccupati dal rischio crescente di imposte “una tantum” per coprire buchi di bilancio e da altre forme di controllo politico esplicito, che possono giungere all’indicazione di cosa produrre e quanto farlo costare al pubblico.

Ma, oltre a ciò, cresce la pressione per confiscare i beni degli oligarchi che si sono sin qui mostrati tiepidi nei confronti della “operazione militare speciale”. La prossima fase potrebbe in effetti essere quella di aumento della concentrazione settoriale, con espropri a danno degli “scettici” dell’operazione, inizialmente a beneficio di altri oligarchi patriottici e disponibili a essere la “cinghia di trasmissione” delle indicazioni produttive informali (per ora) del regime.

Gli oligarchi a rischio

Opportuno ricordare, a questo proposito, che Putin non perde occasione per definire “problema per la sicurezza nazionale” il fatto che molti oligarchi mantengano all’estero ampie quote della propria ricchezza. Lo scorso 22 dicembre, parlando con alcuni giornalisti, Putin disse:

Se una persona non lega la sua vita a questo paese ma toglie il denaro e tiene tutto fuori, allora terrà in considerazione non i valori del paese dove vive e dove guadagna il denaro, ma le buone relazioni in quello dove tiene i beni e i conti. Questo tipo di persona rappresenta un pericolo per noi.

Anche per naturale conseguenza, gli oligarchi che attualmente risiedono all’estero, soprattutto quelli che vi si sono trasferiti dopo l’inizio della guerra, potrebbero essere i primi bersagli di iniziative legislative volte a confiscare le loro proprietà rimaste in Russia.

Dalla strategia della sostituzione delle importazioni alla necessità di adattamento alle sanzioni, l’economia russa sta vivendo una mutazione dagli esiti difficilmente prevedibili, come lo sono le ricadute sociali e politiche. Opportuno tenere gli occhi anche sull’aspetto demografico e delle forze di lavoro: una nuova ondata di coscrizioni, con relative nuove fughe all’estero dei destinatari dei provvedimenti, debiliterebbe ulteriormente la capacità produttiva del paese.

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