La Brexit e i lavoratori mancanti

In Regno Unito, è stato pubblicato un primo studio che cerca di valutare l’impatto del sistema di immigrazione a punti che rappresenta una delle caratteristiche distintive della Brexit, e della sua “ripresa di controllo”. Il lavoro è stato realizzato da due think tank, il Center for European Reform e UK in a Changing Europe. La premessa è che lo studio si basa su controfattuali e sulla estrapolazione di tendenze preesistenti, comparate con la Annual Population Survey. Tutto è perfettibile ma questa pare una metodologia accettabile, anche se qualcuno la definirà del tipo “back of the envelope“. Attendendo altri studi e altri controfattuali, guardiamo questo.

Help Wanted

Il sistema di immigrazione a punti è in vigore da due anni, ma è trascorso solo un anno dalla rimozione delle restrizioni pandemiche. Con questo caveat, il problema è che il Regno Unito soffre di ampie carenze di profili professionali, che hanno indotto anche alcuni Brexiter, tra cui il celebre Lord Wolfson (quello che premiava le migliori non-idee per uscire dall’euro, ricordate?) a chiedere un rilassamento dei criteri di ingresso dei lavoratori nel paese.

Secondo tale metodologia, a settembre 2022 c’era una carenza di 460.000 lavoratori di origine comunitaria, compensata da un aumento dei lavoratori non-Ue per 130.000 unità. La perdita netta è pari all’1% della forza lavoro. Le carenze più rilevanti, in percentuale alla forza lavoro, si osservano nel comparto “trasporti e stoccaggi”, con 128.000 lavoratori mancanti che rappresentano ben l’8% della forza lavoro settoriale. Al settore Hospitality (Accommodation and Food) manca il 4% dei lavoratori, mentre al commercio al dettaglio e all’ingrosso il buco è del 3%.

Caratteristicamente, questi sono settori a minori competenze e minore retribuzione media. Il sistema di immigrazione britannico post Brexit si basa su un sistema a punti: ne servono 70 per ottenere il visto per i cosiddetti skilled worker. Ad esempio, un’offerta di lavoro per competenze qualificate e la conoscenza della lingua inglese assegnano già 50 punti. Se la retribuzione annua eccede le 25.600 sterline, si aggiungono altri 20 punti e si arriva a 70. Il balzello per il visto fino a cinque anni di uno skilled job oscilla tra 625 e 1.423 sterline.

Vi sono deroghe: ad esempio, per alcune professioni sanitarie e dell’istruzione, i 20 punti di retribuzione si ottengono anche se la soglia è inferiore a 25.600 sterline annue. Di deroga in deroga, la soglia di retribuzione si riduce per alcuni profili professionali inseriti nella lista delle occupazioni di cui è certificata la carenza. Ad esempio, graphic designer, infermieri, veterinari, caregiver.

Poi ci sono i visti stagionali, programmati annualmente, e oggi pari a circa 40.000 annui, ad esempio per la raccolta di frutta e verdura. Le organizzazioni dei datori di lavoro chiedono un forte aumento di tali visti, per i quali è prevista una soglia minima di retribuzione oraria di 10,10 sterline.

allentare i requisiti di ingresso

Le imprese spingono per rilassare i requisiti di ingresso. La tensione nel mercato del lavoro britannico è alimentata anche dal rilevante numero di coloro che sono entrati nella categoria degli inattivi per pensionamento anticipato oppure per motivi di salute, come disabilità di lungo termine legate anche -ma non solo- al Covid.

Si diceva del controfattuale, che potrebbe essere soggetto a critiche. Ad esempio, come trattare l’eventuale osservazione di situazioni simili anche in paesi Ue rispetto alla semplice variabile “Brexit”. Perché bisogna essere consapevoli che esiste un rischio non basso che siamo entrati in un mondo post-Covid che rischia di rendere meno leggibili e isolabili gli effetti del ritiro britannico dalla Ue.

Esistono poi alcune situazioni in divenire che potrebbero cambiare lo scenario del mercato del lavoro britannico: ad esempio, l’ingresso di profughi dall’Ucraina e di cittadini di Hong Kong i cui flussi verso il Regno Unito sono fortemente aumentati dopo la “normalizzazione” della città stato per mano di Pechino, e che il Regno Unito ha ovviamente incentivato.

Inoltre, serve monitorare i flussi dei cittadini Ue che, in base al trattato di ritiro del Regno Unito dalla Ue, godono dello status di lungo soggiornanti (settled). Molti di costoro sono usciti dal paese durante il Covid ma hanno titolo per rientrarvi. Molti di questi flussi di ritorno si sono gonfiati negli ultimi mesi.

Come che sia, il problema del mercato del lavoro britannico è che appare molto “stretto”, e questo rischia di alimentare pressioni inflazionistiche in un quadro già compromesso in tal senso. Le rivendicazioni salariali nel settore pubblico, che stanno causando un nuovo “inverno dello scontento“, sono a testimonianza di ciò da altro angolo visuale. Ricordando che le retribuzioni del settore pubblico sono rimaste fortemente indietro rispetto a quelle del privato, da molti anni a questa parte.

Rimettere in equilibrio domanda e offerta, post Brexit

Quindi, per sintetizzare, diremmo che pare che la Brexit necessiti di aggiustamenti alla politica immigratoria, ma tale necessità si scontra con le resistenze a “sconfessare” l’obiettivo di tenere i flussi in entrata a livelli molto inferiori rispetto al periodo di permanenza nella Ue. Cosa che in sé ha poco senso: i flussi si creano dove c’è domanda, pare. Se poi l’obiettivo è quello, vagamente chimerico e certamente astratto, di spingere l’automazione grazie all’aumento strutturale del costo del lavoro, basterebbe tener presente che molti profili, soprattutto nei servizi alla persona, non possono essere automatizzati né meccanizzati. Per tacere delle attività di raccolta nei campi.

Ultima considerazione, tra il serio e il faceto: se le soglie di reddito annuo e orario non verranno agganciate all’inflazione, entro pochi anni il problema dello sbarramento retributivo si risolverà da solo.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.
Per donare con PayPal, clicca qui, non serve registrazione. Oppure, richiedi il codice IBAN. Vuoi usare la carta di credito o ricaricabile per donazioni una tantum o ricorrenti? Ora puoi!

Condividi