Volkswagen, canarino nella miniera europea dell’auto

La notizia è di quelle epocali: Volkswagen ha annunciato che sta valutando la chiusura di impianti di produzione e componentistica in Germania: sarebbe la prima volta in 87 anni di storia. L’amministratore delegato di VW, Oliver Blume, nel dare l’annuncio ha osservato che la Germania sta perdendo competitività come hub manifatturiero.

Assediata dalle criticità

Volkswagen è assediata da una serie di criticità industriali e strategiche, tra cui costi elevati di logistica, energia e lavoro. Nel primo semestre di quest’anno i suoi margini operativi sono scesi al 2,3 per cento contro il 3,8 per cento dello stesso periodo dello scorso anno. L’azienda sta perdendo terreno in Cina, dove eufemisticamente soffre la concorrenza dei produttori locali, sull’elettrico e non solo.

I produttori cinesi stanno arrivando anche in Europa, costruendo impianti per evitare i dazi maggiorati decisi dalla Ue. Il direttore finanziario di VW, nel corso di un’assemblea dei dipendenti a Wolfsburg, ha detto che l’azienda ha perso vendite per 500.000 veicoli rispetto al periodo pre-pandemico, equivalenti a circa due impianti, nel quadro di un mercato europeo che viaggia due milioni di vetture sotto i valori storici di picco. Necessario quindi tagliare i costi e aumentare la produttività. L’anno scorso Volkswagen ha venduto circa 9 milioni di veicoli su una capacità di 14 milioni. A luglio è stata annunciata la probabile chiusura in Belgio di un sito Audi dedicato alla produzione del modello elettrico di lusso Q8 e-tron, le cui vendite sono molto deboli.

L’ultimo piano industriale del marchio punta a un margine operativo del 6,5 per cento nel 2026, da conseguire attraverso un programma di risparmi del valore di dieci miliardi di euro, di cui sette miliardi già implementati. Questa leva e quest’ordine di grandezza sarebbero tuttavia insufficienti, costringendo l’azienda a rimettere in discussione gli accordi collettivi salariali e il programma di protezione dei posti di lavoro, che doveva scadere nel 2029. Il che significa che l’azienda potrebbe dichiarare esuberi obbligatori, cioè tagli necessari.

Confronto con sindacati co-gestori

Si va quindi verso un duro confronto con i sindacati, che in Germania notoriamente co-gestiscono le aziende, mentre nel paese il populismo avanza e l’esecutivo guidato da Olaf Scholz è sempre più debole e inconcludente, paralizzato dai contrasti tra i tre partiti della coalizione. Volkswagen impiega 650 mila dipendenti a livello globale, di cui 300 mila in Germania. Metà dei posti in Consiglio di Sorveglianza spettano a rappresentanti dei lavoratori mentre lo stato della Bassa Sassonia, che ha il 20 per cento delle azioni, si è spesso schierato coi sindacati.

Questi ultimi hanno replicato alla dichiarazione del Ceo parlando di errori del management, che avrebbe colpevolmente ignorato l’ibrido come soluzione difensiva e di transizione, verso cui i costruttori stanno indirizzandosi su entrambi i lati dell’Atlantico, nel momento in cui le vendite dell’elettrico in Europa stanno colando a picco, pur partendo da una base estremamente limitata. Il mercato europeo degli EV si è schiantato anche dopo che la stessa Germania ha deciso lo scorso dicembre, per motivi di bilancio federale, di terminare gli incentivi. Ora il governo corre ai ripari (si fa per dire) offrendo per le flotte aziendali in EV un mini-pacchetto di agevolazioni fiscali del valore di mezzo miliardo in cinque anni. Ma anche le vendite di veicoli a motore termico soffrono.

Volkswagen ha un problema in più rispetto alle consorelle europee: i suoi elevati volumi di emissioni medie, che la espongono alle penalità previste dal Regolamento Ue 2019/631. Gli analisti della banca svizzera UBS a febbraio stimavano un rischio di sanzioni complessive per 7,5 miliardi di euro, di cui ben tre quarti a carico di Volkswagen, pari a circa il 19 per cento del suo utile operativo 2023. La casa di Wolfsburg deve raggiungere un target di 24 per cento di elettriche nel 2025, contro il 15 per cento realizzato nel 2023.

Il settore automotive europeo è in crisi esistenziale. La pressione cinese sta attaccando i costruttori continentali non solo sui veicoli elettrici, visto che la loro offerta copre anche ibrido e benzina, mentre in Cina la perdita di quote di mercato dei tedeschi è ormai un’emorragia. La Germania è l’epicentro della sofferenza, ed è già iniziata la litania delle criticità del sistema paese, che noi italiani conosciamo sin troppo bene. Come il costo del lavoro nel settore auto, che l’associazione tedesca di settore segnala come il più elevato in Europa. Ma il marchio Volkswagen è a sua volta l’anello debole dell’omonimo gruppo, che può ancora contare su marchi ad elevata profittabilità come Audi e Porsche e altri di massa, come SEAT e Skoda, che hanno margini superiori a quelli di VW, che rappresenta solo un decimo dei profitti lordi di gruppo, pur essendo quello che genera più ricavi.

Anello debole della fragile catena europea

In un simile quadro, quindi, il marchio Volkswagen rappresenta l’anello debole della catena dell’automotive tedesco ma la crisi si sta estendendo, visto che altri costruttori europei hanno criticità di costi e insufficiente saturazione di capacità produttiva, in questa transizione che ormai possiamo realisticamente definire interrotta e per qualcuno abortita. In un simile scenario, due considerazioni: da un lato, si comprende il tentativo di Volkswagen, e di altri costruttori tedeschi, di restare aggrappati al mercato cinese, investendovi in controtendenza rispetto alle richieste di de-risking. Dall’altro, dato il quadro di settore, pare molto difficile che il governo italiano sia in condizione di lanciare ultimatum a Stellantis per la gigafactory di Termoli, già prevista e oggi congelata. Sarà una lunga traversata collettiva nel deserto.

  • Aggiornamento del 20 dicembre 2024 – Niente chiusura di impianti tedeschi, dopo un lungo negoziato tra le parti, ma il taglio di capacità sarà comunque drastico: per 734 mila unità prodotte in meno ogni anno, entro il 2030 usciranno 35 mila lavoratori attraverso la riduzione del turnover e dimissioni incentivate. Basterà?
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