Anche il Regno Unito ha il suo Ponte sullo Stretto

La Cancelliera dello Scacchiere, Rachel Reeves, ieri ha presentato il suo grande piano per “riavviare la crescita”, e scrollarsi di dosso la depressione che la condizione di stagflazione ormai conclamata dell’economia britannica sta suscitando nelle imprese, molte delle quali stanno procedendo a ridimensionamenti degli organici o a piani di assunzione.

Una stagflazione auto-inflitta

C’è da dire che Reeves e il governo laburista di Keir Starmer non appaiono innocenti per lo stato delle cose. La manovra di Reeves ha aumentato i contributi sociali a carico delle imprese, facendo schizzare il costo del lavoro proprio mentre su di esse si abbatteva l’ennesimo robusto aumento del salario minimo. Le aziende, soprattutto quelle nel settore dei servizi alla persona come la hospitality, dovranno tentare di tenere i conti in equilibrio sia trasferendo i maggiori costi del lavoro sui consumatori, ammesso e non concesso di riuscirci, sia tagliando gli organici.

Reeves è da tempo sulla difensiva: dopo aver passato mesi, assieme a Starmer, dipingendo un quadro a tinte fosche dell’economia britannica, dopo quasi un quindicennio di governi Tory, e dopo una manovra di bilancio autolesionistica perché basata sulla promessa elettorale di non toccare le imposte dirette né quelle indirette, ora si cerca di risalire una china divenuta nel frattempo molto ripida e scivolosa.

Reeves ha ufficializzato il rilancio di un progetto molto controverso, che spacca in due il Labour e rischia di diventare per il Regno Unito quello che il ponte sullo Stretto di Messina è per l’Italia: la terza pista dell’aeroporto di Heathrow. Uno degli scali più congestionati al mondo, lo scorso anno ha movimentato 83,8 milioni di passeggeri, ed è utilizzato al 99 per cento della capacità teorica. I suoi voli sono al tetto di 480 mila annui, non ci sono più spazi per nuovi slot.

Un progetto carsico e controverso

La terza pista fu approvata nel remoto 2009, da una precedente amministrazione laburista. I lavori non sono mai iniziati. Nel 2014 i gestori dell’aeroporto quantificarono il costo in 14 miliardi di sterline, stima da molti ritenuta all’epoca assai poco realistica. Nel frattempo, i residenti si oppongono furiosamente all’ipotesi, spalleggiati dall’attuale sindaco di Londra, il laburista Sadiq Khan.

Lo stesso premier Starmer, nel 2020 si entusiasmava di fronte alla bocciatura del progetto da parte di un tribunale per incompatibilità con gli impegni sulla neutralità carbonica da raggiungere entro il 2050. Ma anche i conservatori erano divisi: si ricordano interventi pubblici di Boris Johnson che minacciava di “sdraiarsi davanti ai bulldozer” per impedire i lavori.

Ora, Reeves ha svuotato i cassetti e deciso che la terza pista serve per perseguire la strategia offertista di crescita. Resta poco chiaro come sostenere i costi da parte delle casse pubbliche, in aggiunta all’aumento del costo dei biglietti che ne deriverebbe. Peraltro, ricordando che il precedente governo ha amputato un’altra grande opera infrastrutturale, la seconda linea di alta velocità HS2, e il governo Starmer ha confermato la scelta.

Nel frattempo, lo scetticismo impera e alcuni addetti ai lavori, quali il boss di Ryanair, Michael O’Leary, criticano Reeves per un’opera che non è chiaro se e come partirà, quanto costerà e quando vedrà la luce. O’Leary ha già ipotizzato che ciò potrebbe avvenire non prima degli anni Quaranta e, tra un insulto e l’altro a Reeves, ribattezzata Rubbish (spazzatura) ha detto che la prima cosa da fare, per stimolare la crescita, è cancellare l’aumento da 13 a 15 sterline, previsto a partire dal 2026-27, dell’Air Passenger Duty, che incide per circa un terzo sul costo medio dei biglietti Ryanair, e che invece Reeves ha confermato.

Ma la Cancelliera ha anche altre dispute in corso, con la realtà e la coerenza. Nei giorni scorsi ha iniziato a martellare che la crescita non può né deve andare in contrasto con gli obiettivi climatici (vaste programme), e che la burocrazia deve essere abbattuta, il che ricorda la nuova ossessione dei tedeschi che ha rapidamente contagiato la declamatoria Commissione Ue. Presto si inizierà a parlare di “riforme a costo zero” (che non esistono in natura, ndPh.), e il processo di italianizzazione come sublimazione dell’impotenza sarà compiuto.

Il Labour e il lavoro

Ma l’appuntamento con l’abiura Reeves lo ha avrà sul disegno di legge di riforma dei diritti dei lavoratori, uno dei cardini della piattaforma elettorale del Labour. Le associazioni imprenditoriali spingono per neutralizzarne gli aspetti di maggiore rigidità. Il Labour ha già accettato di aprire una consultazione con le parti sociali, anche al prezzo di irritare i sindacati, ma nel frattempo ha già fatto sparire lo spauracchio delle aziende, la protezione “dal giorno uno” dei lavoratori contro i licenziamenti illegittimi, che avrebbe costretto le aziende a costosi contenziosi giudiziari per liberarsi di personale ritenuto inidoneo subito dopo l’assunzione.

Ora il governo prevede di rendere più semplice il licenziamento entro un periodo di prova che dovrebbe essere fissato in nove mesi. Ma il disegno di legge ha altri punti dolenti per i datori di lavoro, tra cui il previsto pagamento della malattia dal primo giorno anziché dopo tre giorni come avviene ora. Anche qui, negoziati in corso. Come anche sui famigerati contratti a zero ore, una specie di contratti a chiamata che il governo laburista voleva estinguere ma che ora potrebbe mantenere sotto date condizioni.

Le consultazioni richiederanno un paio di anni, durante i quali Reeves cercherà di contemperare le proposte autenticamente e letteralmente laburiste con la deregulation ritenuta necessaria a spingere la crescita.

Vittime del cakeism

Ma i problemi restano tutti sul tappeto. Una manovra finanziaria sbagliata; lo strabismo (o meglio il cakeism di johnsoniana memoria) dell’elettorato e della politica, lacerati dalle domande di protezione sociale e di welfare ma al contempo angosciati dall’aumento della pressione fiscale ai massimi da mezzo secolo, anche se pur sempre inferiore alla media Ue di ancora parecchi punti percentuali. Le astuzie mantenute nel passaggio da un governo all’altro di colore differente, come la tosatura dei contribuenti col fiscal drag. La crisi devastante del dissestato sistema idrico privatizzato del paese, con bollette fuori controllo che alimentano inflazione e spingono in povertà un numero crescente di famiglie.

Il tutto in un paese in cui gli investimenti stagnano in modo angosciante a partire dal ferale anno 2016, quello del referendum sulla Brexit. Dove il governo vagheggia e vaneggia di reset nei rapporti con la Ue senza chiarire di cosa dovrebbe trattarsi ma ribadisce tutte le “linee rosse” create dalla filosofia brexiter. Dove la popolazione rigetta l’immigrazione ma che senza immigrazione chiuderebbe ampi settori dell’economia. E dove l’opposizione di sistema, il partito Reform UK guidato da Nigel Farage, si accinge a dare l’assalto ai Tories prima di puntare allo scontro finale con un Labour già in stato confusionale, puntando sui soliti temi di frontiera: il costo delle bollette, su tutti.

Tutto questo per dire che la crisi esistenziale britannica, simile ma differente da quella francese, tedesca, italiana, resiste a ogni soluzione semplice. Anche se, paradossalmente ma non troppo, dà fiato e consenso a partiti e movimenti che propongono esattamente soluzioni ancor più semplici a problemi vieppiù complessi. Perché gli elettorati sono stressati, e non sanno più a quale imbonitore votarsi.

P.S. Reeves ha tenuto il suo discorso a Oxford, che nei progetti del governo dovrebbe diventare con Cambridge un hub di innovazione di frontiera. Prima servirà rimuovere i colli di bottiglia infrastrutturali e urbanistici tra le due aree universitarie. Altro miraggio di cui i governi britannici parlano da tempo.

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