Regno Unito, una manovra quasi italiana

Che differenza possono fare due mesi: il Regno Unito, nella stessa legislatura e con la stessa maggioranza conservatrice, è passato nel giro di poche settimane da un taglio di imposte a deficit, con Liz Truss e il suo Cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng, a una poderosa spremitura fiscale per mano del nuovo premier subentrato a Truss, Rishi Sunak, e del Cancelliere Jeremy Hunt, chiamato dalla disastrosamente effimera premier a rassicurare i mercati, che nel frattempo avevano letteralmente buttato il debito pubblico britannico e la sterlina, spaventati dal buco “offertista”. 

Pare, in effetti, di trovarsi di fronte a due differenti partiti e per molti aspetti è esattamente così. Dal suo primo giorno al numero 11 di Downing Street, la porta accanto a quella del premier, Hunt ha reiterato il mantra del “buco nero fiscale” e della necessità di “fare presto” a colmarlo, con annessa retorica dei sacrifici. Come aver sognato di essere una potenza economica e finanziaria e risvegliarsi molto italiani, al grido di “fate presto” e promettendo sangue, sudore e lacrime per un preavviso di dissesto che, leggendo la stampa conservatrice, pare essere spuntato dal nulla. 

Le misure di Sunak e Hunt sono in effetti molto pesanti ma anche frutto di espedienti contabili che noi italiani conosciamo bene e che stanno tornando d’attualità, sotto il peso della ritrovata inflazione a doppia cifra. 

Un paese impoverito e declinante

Un dato per fornire la misura dell’impoverimento del declino britannico: nei prossimi due anni, il reddito medio disponibile delle famiglie al netto dell’inflazione si ridurrà del 7,1%, pari a 1.700 sterline, tornando ai livelli del 2014. Impressiona soprattutto il fatto che in otto anni sia cresciuto così poco, a conferma di un lento ma inesorabile deterioramento degli standard di vita britannici dalla grande crisi finanziaria ad oggi, con la produttività che cresce a livelli italiani, cioè poco e nulla. Secondo l’Office for Budget Responsibility, il guardiano indipendente dei conti pubblici che monitora l’impatto delle politiche economiche, i salari reali medi torneranno solo nel 2027 al livello del 2008. Sono in media 15.000 sterline di mancato reddito per famiglia in un ventennio perduto. 

La manovra di Sunak e Hunt prevede più tasse e meno spesa pubblica per 55 miliardi di sterline l’anno per raggiungere l’obiettivo, invero modesto, di ridurre il rapporto debito-Pil solo dal 2027-28. Tagli di spesa per 30 miliardi annui, maggiori entrate per 25 miliardi. In pratica, dal maggior taglio di tasse degli ultimi cinquant’anni al maggior aumento di tasse dai tempi dell’austerità del governo Cameron, con George Osborne nel ruolo di Cancelliere dello Scacchiere. 

Molto italiana dei tempi che furono è la decisione di rastrellare gettito di soppiatto, bloccando l’adeguamento all’inflazione di scaglioni d’imposta, deduzioni, detrazioni ed esenzioni. Il famigerato fiscal drag, che in un sistema tributario progressivo spinge i redditi nominali a pagare più imposte per effetto dell’inflazione. La misura, già introdotta da Sunak nel governo Johnson, è stata estesa da Hunt. Che tuttavia ha anche abbassato la soglia di reddito da cui scatta l’aliquota massima del 45%, da 150.000 a 125.000 sterline. 

I piccoli imprenditori, che di solito prelevano reddito dall’azienda sotto forma di dividendi, vedranno falcidiata la quota esente, con corrispondente aumento di prelievo. Tagliata anche la franchigia sulle plusvalenze da realizzo. 

Cosa tagliare, cosa preservare

Il buco fiscale è da ricondurre soprattutto a due origini: il forte aumento della spesa per interessi, atteso nei prossimi anni, e il minor potenziale di crescita di cui il Regno Unito soffre in conseguenza della Brexit. 

Con una dose non lieve di malizia politica, molti di questi provvedimenti scatteranno dal 2024, cioè durante il prossimo parlamento. I Laburisti hanno già accusato Sunak e Hunt di aver piazzato una mina sul cammino di quello che potrebbe essere il loro esecutivo. Anche qui, notate la caratteristica architettura italiana dei “gradoni”?

Riguardo alla spesa pubblica, il governo si è mostrato consapevole di non poter vandalizzare ulteriormente il servizio sanitario nazionale, che non si è mai ripreso dal Covid e le cui statistiche indicano un crescente rischio di collasso. La spesa corrente, inclusa quella per il personale pubblico e i pensionati (che hanno mantenuto il generoso sistema di indicizzazione del Triple Lock) è prevista crescere di 1% annuo in termini reali, anche per scontare invecchiamento e fragilità e preservare la scuola. Ma le spese per investimento, che sono quelle che vengono sacrificate in situazioni del genere (altra circostanza che noi italiani ben conosciamo), resteranno invariate in termini di cassa, cioè diminuiranno al netto dell’inflazione. 

È appena il caso di ricordare che il gettito aggiuntivo da fiscal drag non è la macchina del moto perpetuo: andrebbe in realtà destinato a spesa, per mantenere invariata quest’ultima in termini reali. Se ciò non accade, l’esito è un progressivo decadimento di funzioni e servizi pubblici.

Il Regno Unito si scopre impoverito, dopo aver trascorso anni fingendo di non accorgersene. A questo punto, cosa impedisce a noi battistrada italiani di fare esercizio dell’abituale orgoglioso provincialismo e intonare il canto “facciamo come i britannici, alziamo le tasse?”. Un dettaglio non trascurabile: la pressione fiscale. Noi galleggiamo intorno al 45% del Pil; la cura Sunak-Hunt, che tanto scandalo sta suscitando nei conservatori low-tax, è attesa raggiungere un picco di poco inferiore al 38%. Volendo vedere un destino realmente italiano per i britannici, potremmo dire che hanno ancora molta strada da percorrere. 

Photo by Number 10 on flickr – (CC BY-NC-ND 2.0)

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