La relazione speciale: patto d’acciaio con dazi

Il premier britannico, Sir Keir Starmer, in questo periodo pare un punching ball: le dimissioni della sua vice, Angela Rayner, per aver pagato meno tasse su una compravendita immobiliare; la rimozione dal ruolo di ambasciatore negli Stati Uniti di Lord Peter Mandelson, per la sua frequentazione col defunto predatore sessuale e pedofilo dei Vip, Jeffrey Epstein, il cui spirito perseguita anche Donald Trump che tuttavia al momento pare essere riuscito a disarcionarlo in un particolarissimo e torbido rodeo.

Il traballante Starmer

Starmer alle prese con una situazione economica in via di inesorabile deterioramento e con una Cancelliera, Rachel Reeves, che si prepara a presentare, il prossimo 26 novembre, una legge di bilancio 2026 che potrebbe contenere pesanti aumenti d’imposta, mentre il paese si dibatte in condizioni di stagflazione e dove l’occupazione sta iniziando a sanguinare.

Ce n’è più che abbastanza per rianimare la sinistra laburista e pensare di rovesciare Starmer, al più tardi il prossimo maggio, a una tornata elettorale locale. Il candidato a succedergli, che quindi potrebbe essere bruciato per acclamazione, è il sindaco della Greater Manchester, l’equivalente della città metropolitana, Andy Burnham. Che tuttavia non è parlamentare e pare stia pensando di saltare in corsa su una delle prossime o probabili elezioni suppletive, anche se il semaforo verde spetta a Starmer e al suo gruppo.

Tra i due e, soprattutto, i rispettivi staff, pare non corra buon sangue. A parte queste informazioni di contesto, dedichiamoci al celeberrimo accordo commerciale tra Regno Unito e Stati Uniti. Annunciato lo scorso 8 maggio, giorno dell’elezione del primo papa statunitense, pareva fosse il suggello alla special relationship tra le ex colonie e la ex madre patria. Qualche buontempone, soprattutto dalle nostre parti, dove i giullari abbondano, si era spinto a leggere quell’accordo come “il premio della Brexit”. Senza etilometro.

Altri, anche ma non solo dalle nostre parti, avevano colto quell’accordo-cornice come ennesima opportunità per incatramare e impiumare Ursula von der Leyen, ormai divenuta Frau Malaussène della Ue. Non per citarmi, ma mi cito: all’epoca avevo scritto “Habemus deal, ma frenate l’entusiasmo”. Ecco, appunto.

Perché, nel frattempo, sono passate le settimane e i mesi, e i dettagli dell’accordo tardano a materializzarsi. Forse sarà la volta buona in occasione della nuova visita di Trump in Regno Unito dopo quella del 2019, un altro primato dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Per dire, Nixon non ebbe alcun invito, Ronald Reagan ne ebbe uno solo.

Come osserva Edward Luce, US National Editor del Financial Times ma soprattutto inglese, a Trump poco interessa dell’attuale inquilino di Downing Street. Semmai, vorrebbe vedere Nigel Farage al posto di Starmer. Quando Trump si recò per la prima volta in visita nel Regno Unito, trovò modo di picconare la premier Theresa May e tessere le lodi di Boris Johnson, che aveva appena lasciato il governo ritenendo la Brexit di May troppo soft. Come sono andate le cose, lo abbiamo visto.

Acciaio britannico moribondo

Ma torniamo all’accordo dell’8 maggio 2025. Il povero Starmer attende che si materializzino i dettagli dell’accordo, soprattutto quelli riguardanti acciaio e alluminio. In origine, per questi due prodotti era stato annunciato un sistema misto, con quote in esenzione di dazi oltre le quali scattava una tariffa “moderata”, al 25 per cento. Che per Starmer era qualcosa di cui vantarsi perché il resto del mondo subiva dazi americani al 50 per cento, quindi il Regno Unito riceveva graziosamente da Trump un vantaggio competitivo. Si fa per dire.

Ma nel frattempo nulla è accaduto, il dazio resta al livello “preferenziale” del 25 per cento e l’industria britannica, che nel frattempo sta subendo un drastico ridimensionamento, soffre. Come sempre, il diavolo è nei dettagli: a differenza del settore auto, per acciaio e alluminio non era stata definita la quota di importazione a dazio zero o comunque ridotto. Per le vetture, invece, la tariffa ridotta e minima del 10 per cento si applicava a centomila esemplari, cioè la quantità di veicoli britannici esportati lo scorso anno negli USA.

La causa verosimile dello stallo potrebbe risiedere nel fatto che negli Stati Uniti ci sono regole rigorose sulle importazioni di acciaio e alluminio, il che significa che i metalli devono essere “fusi e versati” nel paese di origine per qualificarsi per l’esenzione dai dazi. Ma i requisiti di origine sono diventati un problema per la siderurgia britannica dopo che il suo più grande esportatore verso gli Stati Uniti — l’acciaieria Port Talbot di Tata Steel UK — ha chiuso lo scorso settembre. L’azienda sta passando a forni ad arco elettrico più ecologici che però non si prevede inizieranno a operare fino al 2027. Nel frattempo, importa acciaio dai suoi impianti in India e nei Paesi Bassi. Il che è un problema.

Qualcuno ha suggerito che la quota in esenzione di dazi potrebbe essere modulata in relazione al ritorno in produzione di acciai Made in UK, e per proteggersi quindi da acciaio “triangolato” dall’India, paese con cui Trump ha un conto in sospeso e che sta cercando di regolare. Ma il Regno Unito ha seri problemi con l’acciaio, come dimostra la presa di controllo pubblica di British Steel, per evitare che la proprietà cinese spegnesse i forni e addio. E non finisce qui: ad agosto, anche il terzo player siderurgico del paese, Liberty Steel, è stato posto in amministrazione straordinaria pubblica, in attesa di un compratore: ci sono in gioco 1.500 posti di lavoro per un produttore di acciaio da rottami ferrosi e che utilizza forni elettrici.

Siamo al punto che gira l’idea di fondere in un’unica entità il cronicario d’acciaio sotto controllo pubblico. In Regno Unito ci sono sei acciaierie, quattro delle quali godono di forme di sostegno pubblico.

Facciamola breve: la situazione dell’acciaio britannico è tragica. Quanto e più di quella italiana con la ex Ilva. Le regole di origine americane possono effettivamente essere alla base dello stallo. Ma può esserci dell’altro. Gli americani potrebbero aver avanzato altre richieste a cui Starmer sta cercando di resistere, ad esempio nell’ambito degli alimentari e dei prodotti vegetali. Ricordo che i conti non tornavano, nell’annuncio di Trump con numeri a corredo:

Allineamento

Ora si apprende che Starmer starebbe per rassegnarsi a non vedere le quote a dazio zero, e starebbe preparando paese e opinione pubblica all’annuncio. Un dazio “permanente” del 25 per cento su tutto l’acciaio e tutto l’alluminio britannico esportato è meglio di una piccola quota a dazio zero che schizza al 50 per cento sull’eccedenza. Il governo sta già spinnando questa eclatante vittoria in questi termini, scordando che gli americani a maggio non avevano mai parlato del 50 per cento.

Il Regno Unito esporta negli USA il 6 per cento della produzione di acciaio in volume e il 9 per cento in valore. L’industria siderurgica britannica, sempre più irritata, ribadisce che si tratta di segmenti di mercato dove non esiste sostanziale concorrenza statunitense. Eppure.

Vedremo come andrà ma, se così dovesse essere, e fermo restando lo stato comatoso dell’acciaio britannico, mi pare ci sia ben poco da festeggiare. L’accordo “modello” che il mondo invidia, si risolve nella solita incertezza patologica di matrice trumpiana, con negoziati che non sono mai realmente conclusi. Certo, ci saranno mirabolanti annunci su tecnologia e nucleare, ma “dietro” ci sarà una qualche capitolazione britannica, per ora occultata ma che presto o tardi verrà alla luce.

Ad esempio, e dietro furibonda azione di lobbying, pare che i britannici vadano verso il cosiddetto allineamento con gli americani su valute digitali e stablecoins, il che vuol dire che gli uni dettano e gli altri eseguono. Proprio mentre la Bank of England si accingerebbe a consigliare forti limitazioni al possesso di stablecoin per privati e aziende, ad evitare problemi sistemici alle banche.

Inoltre, “allineamento” passa anche attraverso l’investimento di 10 miliardi di dollari di colossi tech e finanziari statunitensi: è fatale che le resistenze britanniche ad una policy industriale-digitale autonoma siano destinate a indebolirsi, pur senza i tradizionali “ricatti a cielo aperto” di Trump e della sua amministrazione. È possibile che, in questa colonizzazione economica, Trump si muova a compassione e “grazi” l’acciaio britannico. Oppure no.

Tutto questo accade con buona pace di quanti, in Ue e in Italia, si lamentano per i pessimi risultati negoziali conseguiti con Trump. Perché con Trump non esistono “patti d’acciaio”, e anche blandirlo utilizzando la Royal Family e alloggiandolo al Castello di Windsor rischia di rivelarsi sterile.

  • Aggiornamento del 18 settembre: confermato il notevole volume di investimenti tecnologici e soprattutto finanziari americani in Regno Unito, parte dei quali sarebbero comunque avvenuti (sospetto), e acciaio non pervenuto, quindi niente quote a dazio zero.

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